Donna e Sicurezza: un binomio che ancora non riesce a viaggiare a braccetto
La violenza sulle donne ma anche le gravi forme di discriminazione contro le donne nella vita pubblica e in quella privata sono un fenomeno tristemente attuale, ormai da pochi anni considerato, come è giusto che sia. una odiosa violazione dei diritti umani.
Per tale motivo mi piace che finalmente il tema della violenza sulle donne e più in generale della democrazia paritaria siano affrontati qui non solo dalle donne.
Si tratta di un grande risultato, perché è nel metodo un grande cambiamento culturale. Bisogna infatti affrontare il problema alla sua origine. Ovvero: l’immagine che abbiamo dell’uomo e della donna.
E per farlo serve un percorso di educazione. O meglio, di rieducazione.
Per combattere la violenza sulle donne occorrono prevenzione, educazione e cultura: ma bisogna innanzitutto cambiare le teste! Bisogna insegnare agli uomini a rispettare il femminile non solo a parole ma nella sostanza. E questo lo si può ottenere educando gli uomini fin da bambini.
Serve un percorso di rieducazione di tutti, non solo degli uomini violenti, ma della società nel complesso.
Io credo che i femminicidi siano l’effetto non della vulnerabilità femminile, ma della fragilità maschile.
Dietro la violenza sulle donne c’è infatti la fragilità, che si traduce nell’incapacità di stare nella relazione, di gestire conflitti, solitudini, paure d’abbandono.
In superficie, tocca essere tutti d’accordo sulla parità. Ma sotto, nel profondo, è annidata ancora la vecchia cultura. ‘Io sono un uomo e lei è mia. Non sarà mai di qualcun altro. Piuttosto la ammazzo. Piuttosto mi ammazzo.’
Vorrei affermare con forza che la violenza sulle donne e la sua estrema conseguenza il femminicidio, non è un tema che riguarda solo le donne. È invece un problema degli uomini. Un problema della società tutta.
Occorre una presa di coscienza collettiva con l’impegno di tutti, anche delle associazioni che lo assumano come tema di riflessione e di azione. Occorre come detto una rivoluzione culturale ed educativa. Ed uno degli elementi di questa rivoluzione è proprio quella di spostare la questione dalle donne agli uomini.
Ormai da anni, esattamente dal 2014, quando ero presidente del terziario donna e ancora adesso faccio un appello per costruire una rete di uomini contro la violenza sulle donne.
Perché la rivoluzione oggi la possono fare gli uomini per gli uomini, affrontando un percorso di liberazione simile a quello che ha portato le donne all’emancipazione. Dobbiamo promuovere una vera e propria emancipazione degli uomini. Noi donne il nostro percorso lo abbiamo fatto; adesso tocca agli uomini.
La voce delle donne da sola non basta. Accanto alle donne devono esserci gli uomini. Non devono parlare le donne della violenza sulle donne. Le donne la subiscono.
Chiediamo agli uomini di esserci, di scendere in campo in prima persona per una società più giusta, più sicura, più civile. Abbiamo bisogno di una grande battaglia culturale di lungo periodo.
La violenza di genere non è un raptus, né la manifestazione di una patologia. Stiamo parlando di un fenomeno strutturale, trasversale, che tocca i ricchi e i poveri, i colti e gli analfabeti.
Noi donne sappiamo, pur nel dolore, elaborare l’abbandono ma l’uomo non è dotato di questa capacità. Occorre allora lavorare ad una cultura che modifichi l’assegnazione arcaica dei ruoli nelle coscienze.
Il primo baluardo contro la violenza di genere è dunque l’indipendenza, che non è solo psicologica, ma che è innanzitutto quella economica. Il lavoro rafforza le donne e serve due volte: libera dai bisogni (e solo chi è libero da un bisogno può essere libero o libera) e poi contribuisce a rafforzare la propria autostima, la realizzazione di sé e rende più forti.
La condizione delle donne attesta il grado di civiltà raggiunto da un Paese. La reazione della società contro la violenza sulle donne e i femminicidi deve essere forte a tutti i livelli, dal governo, alla scuola, alle famiglie, alle associazioni. Dobbiamo sentirci tutti obbligati ad agire, gli uomini per primi, non solo le donne.
Da imprenditrice e da persona impegnata nel rappresentare le categorie di imprenditori ed imprenditrici chiedo da tempo di un piano nazionale per l’occupazione femminile e l’auto imprenditorialita‘.
Adesso ci auguriamo di vedere finalmente attivate le misure che sono state messe in campo a sostegno del lavoro delle donne. Grazie a queste misure si potrà ridisegnare un nuovo modello di produzione e di consumo dove le donne possano essere il motore del cambiamento e della ripresa. Quindi adesso più che mai indispensabile. Per svolgere non solo una funzione di equità, una funzione sociale ma anche di sviluppo economico.
Tornando al tema della sicurezza per le donne, non dobbiamo pensare solamente a come rendere le donne più forti e a come possano difendersi, ma è importante prevenire. La prevenzione richiama alla sicurezza, tema quindi più ampio.
Gli episodi di criminalità e microcriminalità sono di ordinaria quotidianità e ci toccano tutti in prima persona. La sicurezza è un prerequisito per la democrazia e la convivenza civile.
Ho assunto l’incarico di responsabile nazionale legalitá e sicurezza di Confcommercio, consapevole della grande responsabilità, da sempre convinta che non ci può essere sviluppo e imprenditoria sana se non sono garantite legalità e sicurezza.
La garanzia di legalità in un Paese civile è strettamente legato al diritto di libera impresa e per esercitarlo è indispensabile pretendere sicurezza.
Ecco che per le imprenditrici si sovrappongono le richieste di garanzie per la propria attività e per l’essere donna. La sicurezza è una conquista di civiltà per tutti i cittadini e degli imprenditori in particolare. Per le donne una strada doppiamente in salita.
Non si tratta di garantire “sicurezza” esercitando solo controllo e repressione, ma vanno pensate politiche di sicurezza avanzate, orientate a promuovere le libertà personali fondamentali soprattutto quando palesemente negate. (E proprio da un punto di vista concettuale e speculativo ELIMINARE) , la questione sicurezza delle donne ha poco a che fare con lo spazio pubblico, il problema esiste maggiormente nello spazio privato ed è lì che vanno ricercate e garantite condizioni di maggiore sicurezza.
Ad oggi la violenza sulle donne è un fenomeno di difficile quantificazione, che include una varietà di comportamenti, la cui espressione più grave è il femminicidio, seguito da stupri, molestie, stalking, violenza fisica, verbale e psicologica, la maggior parte dei quali non viene denunciato perché si verifica in ambienti familiari, proprio quelli in cui la donna dovrebbe sentirsi più sicura e dove invece si trova spesso ad affrontare solitudine, paura e dolore.
La violenza sulle donne riguardano reati contro la persona e la sua dignità. In quest’ottica, dunque, compito dei pubblici poteri non è solo quello di intervenire ex post, in chiave essenzialmente repressiva, nei confronti di comportamenti che abbiano intaccato la sfera “naturale” di intangibilità dei diritti individuali; ma anche quello di promuovere l’effettiva garanzia dei diritti della persona nell’ambito del contesto sociale di riferimento, pur attraverso interventi che, ex ante, creino le condizioni per una piena espressione della persona e della sua dignità. L’evoluzione di tale impostazione, tipica dello Stato costituzionale liberal-democratico, è lo Stato di prevenzione, il cui compito non è tanto (o meglio, non è solo) garantire un preteso diritto alla sicurezza personale dei singoli individui, quanto la complessiva sicurezza dei diritti dei cittadini e dei beni giuridici loro sottesi.
Occorre una nuova educazione, un cambiamento sostanziale delle coscienze e dei modelli errati e arcaici. Occorre farlo e farlo insieme uomini e donne, tutta la società .

