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Al via Milano Moda Donna: il fashion italiano gode di buona salute?

Alla vigilia della presentazione della mia collezione femminile al White Show per la settimana della Moda Donna a Milano, prendo come spunto l’importante report condotto da Mediobanca e presentato durante il secondo Fashion Annual Talk, per analizzare la situazione economico-finanziaria del settore fashion italiano e per provare a tracciare qualche conclusione (chiaramente provvisoria e soggetta a una continua verifica). Partiamo subito con i dati piu` rilevanti:

  • Che le 173 aziende italiane prese in considerazione hanno tutte ricavi superiori ai 100 milioni, con un valore aggregato che tocca l’1,2% del PIL italiano;
  • negli ultimi cinque anni la moda italiana ha implementato i suoi guadagni del 22,5%;
  • il settore fashion in Italia cresce ed esporta molto di piu` rispetto a ogni altro manifatturiero;
  • le aziende nazionali performano meglio di quelle in mano a player stranieri in termini di redditivita`, tale efficienza trova riscontro nell’EBIT margin [1] che, per il settore della moda italiana, e` al 9,3%, arrivando fino al 13,4% per le realta` italiane quotate a controllo familiare; laddove per la stessa fetta di mercato straniero si ferma al 6,3% [2];
  • sebbene dei 46 grandi player europei ben 14 siano italiani, non spetta pero` all’Italia il primato dei ricavi, che vede in testa la Francia (dato prevedibile anche in relazione alla miliardaria fusione di Luxottica con il marchio francese Essilor);
  • i tre settori piu` proficui all’interno del fashion sono rispettivamente l’abbigliamento, la pelletteria e l’occhialeria (ma segnalerei anche il balzo in avanti della gioielleria che ha incrementato i profitti del +10,9% rispetto allo scorso anno).

Da questi dati salta subito all’occhio come il Made in Italy ancora una volta costituisca, anche e soprattutto nel fashion, un valore aggiunto per il mercato. I nostri player sono decisamente piu` redditizi rispetto a quelli stranieri e le esportazioni nel settore in continua espansione non possono che dare man forte a quanto appena affermato. Ma c’e` di piu`. Analizzando le singole realta` ci rendiamo conto che tra quelle piu` dinamiche con maggiore redditivita` e crescita abbiamo una piu` marcata presenza femminile, nonostante ancora l’Italia sia indietro rispetto all’Europa sotto questo aspetto (con circa 1 donna ogni 5 membri di un CDA), e che le aziende maggiormente in crescita sono quelle che hanno un occhio di riguardo nei confronti di tematiche che dovrebbero starci a cuore in ogni ambito quali la sostenibilita`, l’inclusione, il dialogo con le nuove generazioni e la digitalizzazione. In poche parole essere etici finalmente paga!

Proprio la moda ha dimostrato, ormai da qualche anno a questa parte, di sposare le battaglie dell’industria sostenibile: abbinando il lato green (con l’utilizzo di materie prime seconde o provenienti da fonti sostenibili) al lato etico (con l’attenzione alla dignita` del lavoratore e alle sue condizioni di impiego). I consumatori, infatti, si sono rivelati disposti ad avere un cartellino un po’ piu` salato purchè ci sia una maggiore trasparenza di questi passaggi produttivi e una maggiore consapevolezza per il buyer di quello che indossa.

Se molti marchi della fascia alta, con prezzi non proprio accessibili al grande pubblico, hanno gia` da tempo effettuato una scelta di questo tipo (pioniere in tal senso sono state Stella McCartney e Vivienne Westwood), negli ultimi anni anche il pre^t-a`-porter e i marchi piu` generalisti si sono trovati a dover fare i conti con le esigenze delle nuove generazioni che sono molto piu` sensibili e attente rispetto a queste tematiche.

Affianco all’eticita` (che rema contro la delocalizzazione) e alla sostenibilita` (connessa alla sfida ecologica), un terzo punto e` a cuore alle nuove generazioni di consumatori, ossia la tematica gender e la valorizzazione delle diversita`. E` molto importante notare queste tendenze e dare voce alle richieste dei buyer piu` giovani, percheè hanno una capacita` di influenzare le generazioni successive (ma anche quelle precedenti) di gran lunga maggiore rispetto al passato. Cio` non solo rende necessario un ripensamento dei processi produttivi e delle policies aziendali, ma anche il ripensamento in toto dei processi di vendita di modo che implichino, ad esempio, una sempre maggiore integrazione di canale fisico e canale web.

Per 2020-2021, infine, le statistiche sembrano confermare l’andamento del 2019 e si stima una crescita costante del settore fashion. Chiaramente ci sono delle incognite, prima tra tutte, purtroppo, il coronavirus. Se si pensa che quasi tutti i buyer cinesi hanno dato forfait per la settimana della moda milanese e` possibile capire che l’entita` e l’incidenza reali di questa epidemia ancora devono essere vagliate a pieno, ma sicuramente non saranno trascurabili. Non sappiamo ancora con precisione questo fenomeno quanto impattera` sul mercato nel corso dei mesi e quindi nulla e` dato sapere a stretto giro e non sarebbe utile procedere con delle previsioni poco precise e fuorvianti, senz’altro possiamo pero` constatare che in questi primi mesi dell’anno le vendite sono state pesantemente intaccate. Soltanto con il tempo potremmo saperne di piu` per i trimestri successivi.

Alla luce di tutto cio`, tirando un po’ le somme del quadro che e` emerso dal Fashion Annual Talk, credo che un atteggiamento di ottimismo e positivita` siano piu` che giustificati, sia per i risultati statistici che il nostro paese ha raggiunto, rivelandosi un esempio anche in Europa quanto a qualita` e crescita del settore (pur nelle consuete difficolta` a colmare il gap di gender), sia per le prospettive future del fashion che dovra` rispondere sempre di piu` a quelle esigenze del mercato che portano l’economia verso la circolarita`, la sostenibilita` e l’eticita`: tutte sfide che sento di accogliere tra quelle che mi stanno piu` a cuore e che renderanno l’economia piu` equa e rispettosa non solo della natura ma anche della persona.


[1] EBIT e` una sigla che sta per earings before interest and taxes, ossia ‘profitto prima degli interessi e delle tasse’ e con essa, quindi, si fa riferimento al risultato operativo di un’azienda. Detto cio` l’EBIT margin e` quel valore percentuale che si ottiene dalla divisione dell’EBIT con il fatturato della data azienda per calcolarne la sua efficienza sul piano economico-finanziario.

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/moda-aziende-controllo-italiano-prime-redditivita-cresce-peso-pil- ACmdmDJB

 

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