
Lavoro: non solo diritto, ma responsabilità e realizzazione di sé
Il lavoro è parte integrante della nostra realizzazione personale. Non solo una fonte di reddito, ma un modo per affermare la propria identità, esprimere le proprie capacità e contribuire a un progetto più grande.
È ciò che ci lega alla società, ciò che ci permette di lasciare un segno.
Eppure, oggi assistiamo a una trasformazione culturale che rischia di svuotare il lavoro del suo significato più profondo.
Sempre più spesso, soprattutto tra i giovani, vedo affermarsi una visione del lavoro come “tempo rubato alla vita”.
Al centro di ciò c’è un individualismo esasperato, che separa il lavoro dalla sfera personale, lo riduce a una parentesi tecnica, priva di passione e senso di appartenenza. Una tendenza che considero profondamente disvaloriale.
Una recente ricerca del Politecnico di Milano lo conferma: per la Generazione Z il lavoro non è più il fulcro dell’esistenza. Il 47% ritiene essenziale poter scegliere l’orario, il 45% vuole libertà totale sulla sede lavorativa e quasi la metà sarebbe disposta a lasciare il proprio impiego pur di salvaguardare il benessere mentale. Per il 43% è importante non rispondere a e-mail e telefonate fuori dall’orario d’ufficio.
Questi dati fotografano una nuova sensibilità, certo, ma anche un rischio: spegnere l’entusiasmo, smarrire la motivazione, perdere il senso di ciò che si fa. Spegnersi.
Il lavoro non può essere ridotto a una semplice transazione economica. È un pilastro della dignità individuale e collettiva. È partecipazione attiva alla crescita dell’impresa e, in fondo, del Paese.
I diritti dei lavoratori vanno tutelati con forza, ma guai a trasformarli in pretese scollegate dalla realtà. Ogni diritto esiste solo se c’è un sistema che lo rende sostenibile. E quel sistema sono le imprese.
Senza senso di responsabilità, anche le garanzie più giuste rischiano di diventare fragili. In Italia già oggi è difficile tenere in equilibrio il sistema delle tutele: se i diritti diventano privilegi individuali, disconnessi dall’interesse aziendale – che è anche interesse collettivo – l’intero meccanismo si incrina.
Da imprenditrice, da cittadina, da persona che crede nel valore del lavoro, non mi rassegno a una visione arida e mercenaria, dove tutto si riduce a ore e compensi. Il lavoro deve essere passione, legame, fiducia reciproca. Un impegno comune verso un obiettivo condiviso.
Come Confcommercio, continueremo a promuovere una cultura del lavoro che tenga insieme diritti e responsabilità. Perché solo così possiamo costruire un futuro solido, equo e sostenibile per le imprese, per i lavoratori, per tutti.

