
San Francesco e l’economia del nuovo umanesimo
Ci sono figure che, a distanza di secoli, continuano a porci domande essenziali: San Francesco, Patrono d’Italia, è certamente una di queste.
Il suo messaggio appartiene innanzitutto alla dimensione spirituale e va accostato con il rispetto che questa richiede. Eppure alcuni valori che la sua testimonianza richiama – la fraternità, la sobrietà, la responsabilità verso gli altri, il senso della relazione – conservano una forza capace di interrogare anche il nostro presente.
E interrogano anche il modo in cui pensiamo l’economia.
Da imprenditrice ho sempre sentito che l’impresa non può essere considerata soltanto attraverso i suoi numeri. Fatturato, redditività, crescita e competitività sono naturalmente indispensabili: senza solidità economica un’impresa non può esistere, investire, creare lavoro. Ma non sono tutto.
Dietro ogni impresa ci sono persone. Ci sono idee trasformate in progetti, assunzione di rischio, lavoratori, famiglie, sacrifici, responsabilità. E intorno a ogni impresa c’è un territorio fatto di relazioni, fiducia, opportunità e bisogni.
Per questo la mia idea di impresa parte da una convinzione semplice: creare valore significa anche prendersi cura del contesto umano e sociale nel quale quel valore diventa possibile.
Non significa confondere il ruolo dell’impresa con quello di altre istituzioni, né rinunciare all’efficienza o alla capacità di competere. Al contrario, significa riconoscere che una buona economia è tanto più forte quanto più riesce a tenere insieme iniziativa individuale e responsabilità, libertà e reciprocità, crescita e coesione.
È in questo equilibrio che riconosco il senso di un’economia del nuovo umanesimo: un’economia capace di rimettere la persona al centro senza negare il valore dell’impresa, del mercato, dell’iniziativa e della libertà economica.
L’impresa, in questa prospettiva, non è un organismo isolato. Vive dentro una comunità e con quella comunità costruisce un rapporto continuo.
Un territorio ha bisogno di imprese sane, capaci di creare occupazione, servizi e occasioni di sviluppo. Ma anche le imprese hanno bisogno di territori vivi, sicuri, coesi, nei quali esistano fiducia, legalità e relazioni solide. È un rapporto di reciprocità.
Lo vediamo con particolare evidenza quando un imprenditore si trova a difendere la propria libertà da pressioni criminali, intimidazioni o tentativi di condizionamento. In questi casi chiedere coraggio non basta.
È necessario che chi sceglie di denunciare sappia di non essere solo. Perché la legalità non può essere affidata esclusivamente all’eroismo individuale: deve diventare una responsabilità condivisa.
È da questa convinzione che, nel mio impegno associativo, nasce anche il senso di iniziative come “Imprese Mai Sole”.
Non considero progetti come questo un capitolo separato rispetto alla mia idea di impresa. Al contrario, li vedo come una conseguenza naturale di una visione che viene prima dei ruoli: la convinzione che la libertà economica sia un bene da proteggere e che una comunità sia davvero forte quando è capace di stare accanto a chi difende quella libertà.
Un’impresa che resiste alle pressioni criminali non sta tutelando soltanto se stessa. Sta difendendo un principio che riguarda tutti: la possibilità di lavorare, produrre e crescere senza dover piegare la propria libertà.
E qui ritorna uno degli aspetti del messaggio francescano che sento più vicino: il valore della relazione.
Viviamo in un tempo nel quale si parla molto di autonomia, successo individuale, performance. Tutti elementi importanti, ma insufficienti se ci fanno dimenticare quanto ogni percorso imprenditoriale dipenda anche dalla qualità dell’ambiente umano nel quale si sviluppa. Nessuno costruisce davvero da solo.
Ogni impresa è il risultato di una rete di competenze, fiducia, collaborazioni, clienti, lavoratori, famiglie, istituzioni, comunità.
Prendersi cura, allora, non significa adottare un atteggiamento paternalistico o rinunciare alla responsabilità individuale. Significa comprendere che il valore economico diventa più solido quando si inserisce in relazioni sane e in comunità capaci di sostenere chi produce, investe e crea opportunità.
Forse è proprio questa una delle sfide del nostro tempo: tornare a vedere l’economia per ciò che realmente è. Non soltanto un sistema di scambi, ma una costruzione umana. Una costruzione nella quale le scelte degli imprenditori incidono sulla vita delle persone e dei territori, e nella quale la qualità delle comunità incide, a sua volta, sulla possibilità delle imprese di crescere.
È questa l’economia nella quale credo. Un’economia che non contrapponga profitto e responsabilità, individuo e comunità, libertà e solidarietà. Un’economia nella quale l’impresa possa crescere senza perdere di vista le persone.
Perché creare valore, alla fine, significa anche questo: lasciare migliore il contesto nel quale abbiamo avuto la possibilità di costruirlo.

