
Da una poesia di Khalil Gibran l’autentico senso del lavoro
In questi giorni ho riletto una poesia del 1923 di Khalil Gibran che mi ha particolarmente colpito, perché esprime con la semplicità spontanea ciò che penso da sempre sul senso del lavoro.
Non parla di fatica da sopportare né di obbligo da adempiere. Parla di slancio. Di gioia. Di dignità. Di amore.
Gibran scrive che il lavoro è amore che si fa visibile, e in questa immagine c’è tutto: la radice etica del lavoro, il suo valore umano, la sua funzione sociale.
Il lavoro non è solo ciò che ci permette di vivere: è il modo in cui scegliamo di stare al mondo, di contribuire alla comunità, di lasciare un segno.
Il lavoro – ci dice questa poesia – è ciò che tiene insieme il tempo delle stagioni, il ritmo della società, il cammino condiviso. È una trama fatta di gesti silenziosi, responsabilità quotidiane, scelte che non finiscono sui giornali ma che contribuiscono a cambiare il destino delle città.
È il lavoro di chi lavora nelle aziende, nelle botteghe, nelle professioni, nei servizi: un lavoro che non fa rumore, ma che costruisce fiducia.
Quando il lavoro è dignitoso, riconosciuto e fatto con cura, diventa uno spazio di realizzazione personale e collettiva.
Gibran indica la via: lavorare come se ciò che facciamo fosse destinato a chi amiamo. Mettere cura e amore in ciò che facciamo.
Questa è una lezione che riguarda tutti, ma che per chi rappresenta il mondo dell’impresa e del commercio ha un valore ancora più profondo.
In Confcommercio sappiamo che il lavoro non è mai un fatto individuale: è un patto. Un patto tra chi crea impresa e chi lavora, tra economia e comunità, tra presente e futuro. Un patto che si regge sulla fiducia, sulla qualità e sulla consapevolezza che produrre valore economico significa anche produrre valore sociale.
Raccontare il lavoro come amore che si fa visibile significa rimettere al centro le persone, difendere la dignità di ogni mestiere, creare condizioni in cui il lavoro generi gioia e futuro.
La poesia di Gibran ci consegna una riflessione etica: ci ricorda che non possiamo separare il lavoro dalla vita, perché ogni gesto economico è anche un gesto umano. E che il valore di una società si misura dalla sua capacità di trasformare il lavoro in entusiasmo, in senso, in possibilità condivisa.
Forse è da qui che dobbiamo ripartire: da un’idea di lavoro che non sia solo ciò che facciamo per vivere, ma il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
Con cura. Con rispetto. Con gioia. Con amore.
Sul lavoro di Khalil Gibran
Allora un contadino disse: Parlaci del Lavoro.
Ed egli rispose, dicendo: Voi lavorate per mantenere il passo con la terra e con lo spirito della terra. Poiché stare in ozio è diventare estraneo alle stagioni, e allontanarsi dal corteo della vita che avanza maestosa e con fiera sottomissione verso l’infinito.
Quando voi lavorate siete un flauto che attraverso la sua anima trasforma in musica il mormorio della vita. Chi vorrebbe essere una canna muta, quando tutte le altre cantano all’unisono?
Vi è stato sempre detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura. Ma io vi dico che quando lavorate compite una parte del sogno più avanzato della terra, che fu assegnata a voi quando quel sogno nacque.
E che sostenendo voi stessi col lavoro amate in verità la vita, E che amare la vita nel lavoro è vivere intimamente con il più intimo segreto della vita.
Ma se nella vostra sofferenza dite che nascere è un tormento e sostentare la carne una maledizione scritta in fronte, io vi rispondo che nulla tranne il sudore della fronte laverà ciò che vi è scritto.
Vi hanno anche detto che la vita è tenebre, e nella vostra stanchezza fate eco a ciò che dissero gli stanchi. E io vi dico che la vita è davvero oscurità se è priva di slancio, E che ogni slancio è cieco se non v’è conoscenza,
E ogni conoscenza è vana, se non v’è l’operare,
E ogni opera è vuota se è priva dell’amore. Quando operate con amore legate voi a voi stessi, e l’uno all’altro, e a Dio.
E che cos’è operare con amore? È tessere la stoffa con i fili del cuore, come se anche chi amate dovesse indossarla. È costruire una casa con affetto, come se anche chi amate dovesse abitarla. È seminare con dolcezza e mietere il grano con gioia, come se anche chi amate dovesse mangiarne.
È impregnare ogni cosa che plasmate con un soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i morti benedetti vi stanno intorno e vi osservano.
Vi ho udito spesso dire, come parlando nel sonno, «Chi scolpisce nel marmo, e vi ritrova la forma del suo animo, è più nobile di chi ara la terra- E chi afferra l’arcobaleno e lo distende su una tela nelle sembianze di un uomo, è maggiore di chi fabbrica i sandali per i nostri piedi».
Ma io, non in sonno, ma nella più lucida veglia meridiana, vi dico che il vento non parla più soavemente alle querce giganti che al più minuscolo filo d’erba; e che grande è soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal suo amore.
L’opera è amore che si fa visibile.
Se non potete lavorare con amore, ma solo con riluttanza, allora è meglio lasciare il lavoro e sedere alla porta del tempio e accettare elemosine da chi lavora con gioia. Perché se fate il pane con indifferenza, farete un pane amaro che nutre solo a metà. E se spremete l’uva con astio, il vostro astio distillerà un veleno nel vino. E se anche cantate come angeli, e non amate il canto, chiuderete le orecchie dell’uomo alle voci del giorno e della notte.

