Investiamo nei modelli culturali, perché il problema degli stereotipi di genere si annida lì
In questi giorni è uscita una locandina promossa da Confcommercio Lucca che ha proposto in grafica un messaggio che non può lasciarci indifferenti.
Quello che è successo, aldilà del clamore mediatico che ha suscitato, non merita una reazione emotiva. Merita semmai una compiuta riflessione e una reazione di impegno collettivo.
Quello che è successo è la prova che come diciamo in Terziario Donna, che rappresenta proprio la forza motrice delle donne imprenditrici di ConfCommercio Imprese per l’Italia <non siamo più… ma non siamo ancora>.
È la prova che nel nostro Paese esistono, e purtroppo resistono, degli stereotipi che per essere rimossi hanno bisogno di formazione e adeguata educazione.
Quanto è successo se accade proprio all’interno del nostro sistema, dimostra che certi schemi mentali resistono nonostante non solo siano offensivi e non rispettosi della dignità per l’intera società, ma addirittura fuori oggettivamente dalla realtà.
Se la realtà viene negata, vuol dire che siamo ancora lontani e che dobbiamo continuare a lavorare per portare avanti concretamente la democrazia paritaria.
Quanto è successo acquista un significato ancora maggiore se accade proprio all’interno del nostro sistema associativo, che grazie alla “rivoluzione gentile” del terziario donna e all’intuizione del Presidente Sangalli ha visto aumentare sensibilmente la presenza delle donne negli Organi Confcommercio, non solo quantitativamente ma anche qualitativamente per i ruoli di responsabilità e nei ruoli apicali. Segno tangibile che la nostra confederazione ha saputo cogliere i buoni esempi e un protagonismo differente, delle donne imprenditrici di confcommercio, “portatrici sane” di cambiamento, che non è passato inosservato.
Proprio in Confcommercio più di un terzo della base associativa è rappresentato da donne, imprenditrici e lavoratrici autonome e vi sono esempi concreti di donne che sono imprenditrici e “madri di famiglia” che, così come “i padri di famiglia”, lavorano per sostenere la famiglia e non solo accudiscono i figli, ma si affermano nel lavoro così come nella sfera privata, per se stesse e per la propria dignità. Donne che sono dotate di “occhi” e visione. E che possono dare alla società ed all’economia un contributo di valore.
L’immagine di stereotipo arcaico racchiuso nella locandina divulgata da una territoriale ha creato imbarazzo non solo a quel sistema territoriale, ma a tutto il sistema Confcommercio.
Per quella desolante immagine si indignano le donne così come gli uomini, si indignano le imprenditrici e gli imprenditori, si indignano le madri ed i padri di famiglia. Si indignano tutti coloro che credono nell’affermazione dei diritti per una società in cui valga la pena vivere per noi e i nostri figli.
Non possiamo sentirci responsabili di singoli errori. Ma possiamo constatare che siamo ancora distanti da una cultura paritaria. Ed affermare che ancora bisogna lavorare sulle “teste”. Sui modelli educativi che rimangono tristemente legati a riferimenti “tradizionali” che peraltro nemmeno esistono più. Stereotipi talmente forti nelle menti di molti, addirittura da sovvertire la stessa realtà.
Se il problema è culturale , e riguarda tutti noi – uomini e donne – per scardinare certi modelli errati che ci fanno indignare è sui modelli culturali che dobbiamo agire.
C’è tanto da fare, perché quando a mancare è la consapevolezza, il difetto vuol dire che è educativo la responsabilità non è individuale ma dell’intera società. Non è più una questione di prospettive diverse o di sensibilità. Ma è una questione culturale e di civiltà.
Certi archetipi mentali esistono. E resistono anche nelle associazioni dove i livelli apicali sono meritevolmente ricoperti da donne. E avverso questi dobbiamo concentrare la nostra attenzione.
Come esprime il punto 9 del Manifesto di Terziario Donna < Equità ed opportunità non sono solo valori di civiltà. Sono questioni di democrazia e di merito. Persino di convenienza economica. E’ il tempo di un modello di famiglia sempre più centrato sull’eguaglianza di uomini e donne nei diritti e negli oneri. Dal suo affermarsi deriva una società più giusta e più prospera>.
ConfCommercio nazionale, proprio su indirizzo del Presidente Sangalli, ha sancito qualche mese fa un passo importante con la modifica dello Statuto della Confederazione; un passo destinato ad incidere proprio sul peso della rappresentanza delle donne imprenditrici e sul ruolo che le donne imprenditrici hanno per la crescita del sistema Paese.
Il nostro mondo associativo ha il merito di essere non solo diffuso e quantitativamente numeroso ma anche sensibile alle questioni sociali e dei diritti, non solo quelli della libertà e della dignità di impresa. Andiamo oltre l’essere una Associazione di categoria, siamo una comunità, variegata e molteplice attenta alle dinamiche della nostra società.
C’è ancora tanto lavoro da fare in questa direzione. Tanto lavoro per far diventare tutti consapevoli dei valori portanti di una società giusta basata sulla centralità della Persona. La responsabilità non è solo di chi ha commesso l’errore, la responsabilità è di tutti.
Ma costruiamo positivamente dagli errori per andare oltre e affermare i diritti di una società più giusta a cominciare dalla dignità delle donne e degli uomini. Perché non è un tema che riguarda solo le donne. Riguarda tutta la società. Riguarda tutti noi.

