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9 aprile, 2019

La democrazia paritaria: la rivoluzione culturale della parità nella differenza

Quando si parla di occupazione, ancora una volta emerge in modo preoccupante il divario endemico tra nord e sud del paese. Se si prende in esame ad esempio la regione Sicilia, il tasso di disoccupazione nei primi 9 mesi del 2018 è stato pari al 21,4%, contro una media nazionale del 10,5%. A questa percentuale va aggiunta, purtroppo, quella di coloro che il lavoro non lo cercano perché hanno perso addirittura ogni speranza di trovarlo. Allo sconfortante 21,4% deve sommarsi il 38,1% di giovani che oltre a essere disoccupati non frequentano più la scuola, l’università o un corso di formazione professionale. Ancora più allarmante è che in questa classifica il podio per province sia tutto siciliano. Palermo è la città metropolitana in cui i “Neet”, fra i cittadini che hanno un’età compresa fra 15 e 29 anni, sono il 41,5%. Solo poco meglio fanno Catania, con il 40,1%, e Caltanissetta, con il 39,8.

A questo quadro si aggiunge anche un altro triste primato: i dati degli ultimi anni indicano che le ultime quattro regioni in Europa per tasso di occupazione femminile sono in Italia, con la Sicilia che si conferma fanalino di coda[1].Tra il 2016 e il 2017 l'occupazione è aumentata ma la Sicilia mantiene il primato negativo con solo il 29,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni che risulta occupata a fronte del 62,4% medio Ue e del 48,9% medio in Italia. Seguono la Campania (29,4%), la Calabria (30,2%) e la Puglia (32%).

Sul gender gap nel mondo del lavoro, i numeri parlano fin troppo chiaro e mostrano come l’Italia continui ad arrancare. Gli ultimi dati Istat[2] di novembre 2018 rilevano come a essere penalizzate sono soprattutto le donne: mentre cresce l’occupazione maschile (+19mila), torna a calare la – già bassa – occupazione femminile (-23mila). In un solo anno si contano 129mila occupati in più tra gli uomini, 30mila in meno tra le donne, attestandoci agli ultimi posti nelle classifiche europee. L’analisi dei dati dimostra sempre più che la situazione dell’occupazione maschile è legata ai cicli economici globali, mentre quella femminile è di natura strutturale.

Nonostante il ritardo del nostro paese rispetto ai partners europei, non si può affrontare il tema dell’uguaglianza di genere e delle pari opportunità senza travalicare i nostri confini nazionali e gli stessi confini europei. Bisogna essere consapevoli che si tratta di un problema, prima che politico, soprattutto culturale, e come tale riguarda il cambiamento di mentalità di tutta la società.

È un problema che investe diversi aspetti e che mostra molte sfaccettature, come è emerso durante il Forum mondiale della democrazia. L’evento, promosso lo scorso novembre dal Consiglio d'Europa, aveva come tema “Uomo donna: la stessa lotta?”[3]. Molti sono stati gli interventi, e le testimonianze delle differenze, delle discriminazioni e delle violenze che ancora oggi ricadono sull'universo femminile. Secondo Gabriella Battaini-Dragoni, vice-segretario generale del Consiglio d’Europa, la questione è il potere, ma non solo, “l’uguaglianza nella rappresentanza politica è una condizione per la democrazia”.  Continua ad essere rilevante l’esigua presenza femminile nei ruoli politici, e in quelli di grande responsabilità nel mondo del lavoro e della giustizia. Ma il punto non è più solo una questione di “quote rosa”, che risulta comunque una misura di successo ma ormai del tutto insufficiente. Problemi si presentano ancora nei 17 Paesi europei che le hanno introdotte: oltre al persistere nelle rappresentazioni dell’immagine stereotipata della donna e del suo ruolo, aumentano le aggressioni e le violenze che ora si sono spostate anche sui nuovi media.

Illuminanti, sul concetto fuorviante di uguaglianza, sono le parole di Claude Chirac, figlia del presidente francese Jacques, in occasione del Forum: “Ci sono differenze e specificità” tra uomini e donne; “complementarietà, rispetto e armonia sono parole che mi piacciono di più”. E in maniera significativa si è espresso anche Philippe Muyters, ministro fiammingo del lavoro, secondo cui “ci sono diritti uguali ma non ancora uguali opportunità”. La ricetta del ministro Muyters è “essere consapevoli delle differenze e valorizzarle”, qualsiasi esse siano. Per sperare in un cambiamento radicale nella cultura c’è bisogno di “donne di successo, che siano modelli di ruolo e ispirino altre donne”.

Le donne imprenditrici sono ancora più coinvolte quindi nell’obiettivo di promuovere attraverso il loro esempio la parità di genere e di opportunità, ed emancipare tutte le donne e le ragazze. In generale le donne sono chiamate in causa per la loro speciale sensibilità verso i diritti umani e per il loro approccio verso la sostenibilità, riconducibile al senso di cura, al saper prendersi cura delle persone e delle cose. La componente femminile della società deve essere posta nelle condizioni di operare serenamente e compiutamente nel mondo del lavoro, per apportare il proprio fondamentale contributo.

I 57 Stati partecipanti dell’OSCE[4], compresa l’Italia, si sono impegnati ad adottare numerose iniziative politiche e misure specifiche a sostegno della parità di genere, della parità di diritti per le donne e per gli uomini. Queste misure sono riconosciute come essenziale per favorire la pace, la democrazia sostenibile e lo sviluppo economico.

Le scelte politiche tuttavia non sempre vanno in questa direzione. Come viene rivendicata la presenza delle donne nel mondo imprenditoriale, e il loro modus operandi come una delle chiavi del cambiamento, bisogna altrettanto decisamente esigere politiche di sostegno chiare e convinte a favore della famiglia.  Solo così può iniziare un ragionamento scevro da ipocrisie sul ruolo delle donne come soggetto economicamente rilevante.

In occasione dell’approfondimento sul gender gap “Occupata meno di una su due. Che otto marzo è per le donne italiane?”[5] la giornalista Sandra Zampa ricorda che “l’occupazione femminile è al 48% circa, ben al di sotto dell’obiettivo di Lisbona stabilito al 60%”, ed “è la Banca d’Italia a dichiarare che, se questo traguardo fosse raggiunto, il Pil del nostro Paese crescerebbe di 7 punti”. A dimostrazione che non è un problema che riguarda solo le donne, ma l’intero Paese.

La ricercatrice INAPP (Istituto Nazionale per le Analisi delle Politiche Pubbliche) e studiosa di mercato del lavoro ed esclusione sociale, Valentina Gualtieri, aggiunge dati importante tra cui il fatto che l’inattività femminile è intorno al 45% mentre l’occupazione è sotto la soglia del 50%, con una differenza rispetto al tasso di occupazione maschile di più di 18 punti percentuali.

Durante l’approfondimento rappresentanti trasversali del mondo della politica hanno provato a fornire delle risposte: seppur interessanti si tratta ancora di proposte. Maria Edera Spadoni, la vicepresidente della Camera dei deputati, ha ricordato la proposta di Tiziana Ciprini “sull’imposizione del curriculum anonimo: competenze e capacità senza età e senza sesso”. E ha lanciato, in anteprima, appena depositata, la sua proposta di “considerare le donne vittime di violenza domestica come categoria protetta per l’inserimento nel mondo del lavoro”. Anna Rossomando, vicepresidente del Senato ha ricordato che “in Italia tutto è aggravato dalla diminuzione dell’occupazione generale e c’è bisogno di un atteggiamento progettuale e non a spot”. Ha ricordato anche il problema della “disparità di retribuzione” e della “maternità che vede tutto il welfare sulle spalle delle donne”. La vicepresidente del Senato ha proposto due emendamenti: “uno per ottenere il reddito di cittadinanza con una corsia privilegiata per le donne vittime di violenza, che al momento non è passato, e uno relativo a quota 100“.

Si può notare come c’è convergenza sulle “proposte positive”. Ma l’atteggiamento “costruttivo” dovrà essere sostenuto da un’azione politica coesa che proceda secondo i livelli della pianificazione, dell’attuazione strategica e della valutazione. La strada per la democrazia paritaria è ancora lunga: la costruzione di una nuova cittadinanza che si articoli e si completi nei due generi implica una trasformazione profonda e complessa del sistema sociale e richiede di affrontare la questione del gender gap, che è soprattutto culturale ed economica, nel cuore dei meccanismi democratici.

Patrizia Di Dio