1092 Patrizia Di Dio Articoli
16 maggio, 2019

Vivere in una società o essere una società?

Uno sguardo ad alcuni dati relativi a Palermo, che emergono dallo studio su imprese e città realizzato da Confcommercio Imprese per l’Italia con l’Osservatorio sulla demografia delle imprese nelle città italiane:

  • Nel 2008 in centro città c’erano 1.043 esercizi commerciali e 6.018 non in centro, nel 2018 sono scesi a 699 in centro e a 5.566 non in centro.
  • Alberghi, bar e ristoranti nel 2008 erano 267 in centro e 1.635 non in centro, nel 2018 si è passati a 430 in centro e a 2.065 non in centro.

Il contributo di Si.Camera (Agenzia delle Camere di commercio), che ha fatta un’analisi di 120 comuni, ha evidenziato a Palermo anche un altro aspetto:

  • per gli esercizi specializzati in articoli culturali e ricreativi si passa dai 58 in centro e 426 non in centro del 2008 ai 38 in centro e 369 non in centro del 2018.

Due sono le tendenze che emergono: in centro c’è uno sviluppo significativo delle attività legate al “food”, mentre la flessione degli altri esercizi commerciali è costante e veloce. Da un lato si creano opportunità e posti di lavoro nel settore ricettivo e ristorativo, dall’altro lato la desertificazione commerciale del centro va a scapito anche del patrimonio monumentale e identitario della città.  È evidente la necessità di dare un ordine armonico a questo sviluppo per garantire la qualità di vita.

Ma Palermo non è un unicum. Il tessuto insediativo italiano è caratterizzato da poche grandi città e da una molteplicità di città medie e piccole, con centri storici dal patrimonio storico-artistico ineguagliabile. Questa realtà rappresenta uno svantaggio o un vantaggio? Sicuramente un vantaggio, un punto di forza da cui partire per rafforzare le economie urbane del territorio italiano.

Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti del rapido cambiamento impresso dalla digitalizzazione sui nostri modi di vivere, produrre, acquistare e comunicare. Si manifestano con maggior evidenza nella complessità dello spazio urbano. Alcuni fattori di trasformazione sono osservati speciali, come la modifica del comportamento di acquisto, la mancata corrispondenza tra l’offerta commerciale e la mutata domanda del consumatore, poi ci sono altri fattori correlati da non sottovalutare come i problemi di vivibilità e il degrado del centro urbano.

Quali misure adottare? Sicuramente non la moltiplicazione dei centri commerciali. Come da poco ho avuto modo di dire per la città di Palermo, la creazione dell’ennesimo centro commerciale non rappresenta un’opportunità per la città. Anzi scelte come queste possono solo acuire il crescente fenomeno dei negozi sfitti urbani, soprattutto nel centro storico. Senza i negozi, la città è destinata a diventare un dormitorio, oltre a impoverirsi sempre più.

Confcommercio da anni opera a favore della qualità di vita nei centri urbani. Governare la complessità urbana richiede uno sforzo collettivo e investimenti mirati a favorire nuove politiche e modelli di sviluppo: la strada percorribile sembra sempre più quella di una creativa contaminazione tra innovazione e tecnologia da una parte e cultura e tradizione dall’altra.

Per questo dobbiamo necessariamente tutelare i negozi di vicinato, le attività turistiche e di servizio. Svolgono non solo un ruolo economico ma soprattutto un ruolo sociale, generando relazioni tra persone, territori ed economie locali, tanto nei centri storici che nelle periferie. Qui rappresentano anche un presidio fondamentale per alleviare la tensione sociale e il diffuso senso di insicurezza, e per favorire percorsi di legalità e inclusione.

Aiutiamo i centri commerciali “naturali” a rigenerarsi nelle infrastrutture, ad esempio servizi, parcheggi, decoro, sicurezza, arredi urbani. E promoviamo una rinascita che passi anche attraverso progetti ed eventi culturali, di arte e di design.  Solo rafforzando il rapporto tra pubblico e privato, tra i vari livelli di governo e imprese, società, associazioni e singoli individui, è possibile valorizzare le aree urbane e gestire gli spazi commerciali, vuoti trasformando il riuso di spazi dismessi in una leva di rigenerazione urbana.

Le città sono i luoghi che custodiscono la nostra tradizione, e allo stesso tempo sono luoghi del futuro dove dovrà continuare a risiedere il senso del nostro essere comunità.  Come presidente di Confcommercio Terziario Donne credo sia fondamentale promuovere valori comuni, in ambito sociale, culturale ed economico. Ciò rappresenta una sfida per tutti coloro che vogliano un progresso senza disumanizzazione e senza disuguaglianze.

Credo che un terziario innovativo in grado di rafforzare i settori del commercio e del turismo consenta di trasformare le città in luoghi di ideazione di nuovi prodotti e servizi e non solo di consumo. Ad esempio, cultura e turismo, se sapientemente abbinati a creatività, design e innovazione, possono favorire nuove filiere produttive in grado di generare valore economico e occupazionale.

Cultura, arte e bellezza, di cui le nostre città sono ricche, sono un grande opportunità per far rinascere il cuore antico del territorio e far riscoprire “la prossimità”.

Sostenere l’acquisto legato al “negozio sotto casa”, da contrappore all’acquisto online, non vuol dire andare contro i tempi e utopicamente combattere le trasformazioni: al contrario la valorizzazione dei prodotti locali e l’attenzione alla storia dei luoghi e alle tradizioni fanno parte di un nuovo modello di sviluppo. Significa investire nella sostenibilità: sostenendo il territorio si sostiene l’economia interna e locale, in un circuito virtuoso di rilancio dei consumi.

Da sempre la letteratura economica affronta il tema dell’innovazione di processi e di prodotti. Ma in questi ultimi tempi è necessario considerare anche un altro tema: l'opportunità di “entrare in relazione con gli altri”.

Mentre l'innovazione tecnologica corre e la globalizzazione sembra travolge il mercato, il commercio “fisico” e tradizionale potrebbe rappresentare una delle poche possibilità di coltivare la nostra umanità. La persona dunque di nuovo al centro, come valore riemerso dalle spoglie dell’Umanesimo. Nella società del mercato in cui la domanda è «quanto costa», la nuova dimensione dovrebbe essere quella del “quanto vale”. Il valore del lavoro dovrebbe basarsi quindi su “beni relazionali”: la fiducia, la giustizia, la solidarietà, l’amore, l'empatia. La funzione umana recuperata non per quello per cui è stata sostituita dalle macchine, ma per l’aspetto relazionale all’interno di una di comunità.

Già qualche anno fa noi del Terziario Donna abbiamo promosso sui territori un'attività di formazione che puntava proprio all'implementazione delle capacità relazionali di ciascuna delle imprenditrici coinvolte. Si è trattato di favorire la diffusione di marketing emozionale, il marketing della felicità che passando dal neuro-marketing, tende a aumentare le capacità relazionali dell'imprenditrice, le sue personali capacità di sprigionare energie positive.

Il cliente sostanzialmente cerca risposte semplici alle sue esigenze inconsce, soprattutto cerca un'esperienza emozionale integrata: per l'acquisto di un prodotto si lascia guidare dall'emozione che esso suscita, ma è condotto a sceglierlo anche in base alla relazione che si instaura con le persone che lo accolgono in un negozio, con il brand e con l'azienda che lo produce. In un negozio “fisico” vengono donati competenza e consulenza e quindi anche cura e tempo, bene prezioso e valore aggiunto della vendita assistita.

Una volta che vengono soddisfatto i bisogni basilari del cliente, ciò che lo rende felice è la qualità delle relazioni sociali, che ritorna anche come risultato per l’attività commerciale.

In quest’ottica gli sforzi devono essere indirizzati alla creazione di prodotti e servizi non solo utili, ma anche dotati di senso, che aiutano le persone a vivere meglio e abbiano più significati.
L’individuo non deve essere visto più come consumatore, risparmiatore, lavoratore e così via, ma come persona che si connette in una rete di relazioni e che cerca una felicità che deriva dal valore di ciò che non ha prezzo.

L'importanza data alla funzione della relazione e il legame istaurato tra individuo, impresa e comunità, ritornano a tutti noi in termini di maggiore benessere sociale.

Tra “Vivere una società ed Essere una società” dobbiamo scegliere la seconda opzione, per realizzare il miglioramento economico e lo sviluppo delle nostre imprese nel rispetto del senso di comunità senza il quale le nostre città, il nostro Paese, noi stessi non saremmo quello che siamo.

Patrizia Di Dio