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22 maggio, 2019

Sistema alimentare: un enorme paradosso che vede ai suoi estremi lo spreco alimentare e la fame nel mondo

Lo spreco alimentare, un tema sempre delicato ed attuale, ha conquistato maggiore interesse da parte dell’opinione pubblica, vista la sua rilevanza in ambito di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Ma cosa si intende esattamente per “spreco alimentare”? Circa un terzo del cibo che viene prodotto sul pianeta (circa 1,3 mld di tonnellate) viene sprecato prima che giunga nelle nostre case o, in un secondo momento, buttato tra i rifiuti perché non consumato. Per spreco alimentare si considera anche la perdita di cibo ancora buono per essere consumato dall’uomo e che interessa la catena di produzione e di consumo. Un fenomeno che riguarda diversi livelli della catena di approvvigionamento alimentare, nelle tre fasi principali: fase produttiva, fase distributiva, fase del consumo e della conservazione degli alimenti.

Il problema non consiste quindi nella mancanza di cibo nel mondo, bensì nell’impossibilità di accedervi soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Come stimato dalla Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, 793 milioni di persone nel mondo soffrono ancora la fame, e secondo l’Eurostat, succede nella stessa Europa. Secondo le stime del WWF, la percentuale globale dello spreco è pari a circa quattro volte la quantità di cibo necessaria a sfamare 800 milioni di persone denutrite.

Il secondo punto dei 17 Sustainable Development Goals[1] dell’Agenda Onu 2030 è sconfiggere la fame nel mondo ed il primo passo verso la sua realizzazione è cambiare le nostre abitudini alimentari per indurre la GDO (grande distribuzione organizzata) a modificare il proprio status, per una miglior qualità della nostra vita nel rispetto dell’ambiente.

Va anche considerato che lo spreco di cibo ha un enorme impatto ambientale. Per fare una quantificazione complessiva di questo impatto si utilizzano tre indicatori di sintesi specifici:

  • L’impronta di carbonio (Carbon Footprint) che rappresenta e identifica le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici;
  • L’impronta idrica (Water Footprint), o contenuto di acqua virtuale, che quantifica i consumi e le modalità di utilizzo delle risorse idriche;
  • L’impronta ecologica (Ecological Footprint), che identifica la quantità di terra (o mare) biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse e assorbire le emissioni associate a un sistema produttivo.

L’impronta di carbonio dei rifiuti alimentari è infatti pari a 3,3 giga tonnellate di gas serra, ossia un terzo delle emissioni annuali derivanti dai carburanti fossili. In più il gas metano prodotto dal cibo che finisce in discarica è 21 volte più dannoso dell’anidride carbonica. In termini di impatto ambientale, le perdite di cibo e lo spreco alimentare, in generale, costituiscono quindi un grandissimo spreco delle già scarse risorse, come acqua, energia, terra. Produrre cibo che non verrà consumato vuol dire sprecare beni primari e complicare una situazione climatica che gli esperti considerano sempre più imprevedibile.

Sfortunatamente, l’Europa è una delle principali responsabili: il 20% di tutto il cibo prodotto nell’Unione europea viene sprecato lungo l’intero corso della catena di approvvigionamento, l’equivalente di 173 chili di rifiuti alimentari all’anno per persona. I dati della FAO dicono che in Europa, con il cibo che viene buttato, si potrebbero sfamare 200 milioni di persone. Un primo impegno in ambito europeo è arrivato con la “Dichiarazione congiunta contro lo spreco”, redatta a Bruxelles presso il Parlamento Europeo, il 28 ottobre 2010 durante la conferenza “Trasforming food waste into a resource”. L’obiettivo principale, oltre la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’argomento, è la riduzione dello spreco alimentare del 50% entro il 2025.

La classifica Food Sustainability Index 2018[2] ha riconosciuto la Francia prima della classifica nei tre pilastri della sostenibilità alimentare ossia spreco di cibo, agricoltura sostenibile e sfide nutrizionali. La Francia, nella fattispecie, è quella che ha adottato le migliori pratiche per la riduzione dello spreco di cibo, sia a livello industriale sia a livello domestico. Tra le misure adottate, la normativa che impone ai supermercati di redistribuire agli enti di beneficienza che operano nelle comunità limitrofe il cibo avanzato o in scadenza, ma anche la costruzione di infrastrutture in grado di ridurre le perdite lungo la catena di distribuzione.

L’Italia si colloca al nono posto e questo per merito anche della Legge n. 166/2016 approvata il 30 agosto del 2016[3] che punta a incentivare le aziende e i produttori che donano cibo agli Enti pubblici o privati, comprese le Onlus. Le disposizioni riguardano la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici, le eccedenze alimentari al fine di limitare lo spreco alimentare e la produzione di rifiuti. Tuttavia rimane molto da fare sul terreno della conservazione dei cibi e sulle pratiche capaci di ridurre gli sprechi lungo i percorsi della distribuzione. Inoltre sono ancora alte le percentuali italiane per quanto riguarda gli sprechi domestici di cibo, indizio di una scarsa attenzione e di una bassa sensibilità nei confronti dello spreco.

Da poco è stata celebrata la Giornata nazionale di Prevenzione dello Spreco a Roma il 4 e 5 febbraio[4]. La sesta edizione di questa giornata, istituita dal ministero dell’Ambiente con la campagna Spreco Zero e l’Università di Bologna – Distal attraverso il progetto 60SeiZero, ha rinnovato la necessità della sensibilizzazione. I dati dalla campagna Spreco Zero di Last Minut Market raccolti con il progetto Reduce e i "Diari di famiglia" monitorano quanto succede nelle nostre case: gettiamo ogni anno qualcosa come 36 kg annui di alimenti pro capite (circa 65 Kg/anno di cibo sprecato a persona per il Food Sustainability Index 2018). Nel 2018 si registra un miglioramento di tendenza: se quattro anni fa a un italiano su due capitava di buttare il cibo in pattumiera ora solo l’1% dichiara di gettare cibo non più buono. E questo è quasi certo un effetto delle iniziative di sensibilizzazione che sono state portate avanti in questi anni. A finire più spesso nelle pattumiere di casa ci sono: verdura (24,9%), latte e latticini (17,6) e frutta (15,6%), mentre la motivazione che genera lo spreco alimentare domestico è che il cibo non è stato consumato in tempo. Oltre all’ingente impatto sull’ambiente, ne risente anche l'economia domestica.

Quali sono le soluzioni? Tutti i protagonisti della filiera devono assumersi la propria parte di responsabilità per ridurre il problema dello spreco alimentare. Un impegno su diversi fronti e di diverse istituzioni, imprese, Amministrazioni pubbliche e scuole. Si tratta di promuovere nell’industria alimentare quei miglioramenti necessari e gli investimenti in infrastrutture per una best practice di produzione, di distribuzione e di conservazione dei prodotti. Sicuramente necessario è anche continuare a sostenere le organizzazioni che si occupano del recupero dei prodotti alimentari non più vendibili ma ancora commestibili. Infine, bisogna continuare a promuovere tra i consumatori la diffusione di un modello di comportamento diverso e più rispettoso.

No allo spreco del cibo, sì al consumo sostenibile, al recupero e alla donazione di prodotti alimentari

Tanta importanza riveste proprio una migliore educazione del consumatore. È quanto emerge da un’indagine Coldiretti/Ixè diffusa in occasione della Giornata nazionale contro lo spreco alimentare[5]. Oltre sette italiani su dieci (71%) hanno diminuito o annullato gli sprechi alimentari adottando nell’ultimo anno strategie che vanno dal ritorno in cucina degli avanzi a una maggiore attenzione alla data di scadenza, ma anche la richiesta della “doggy bag” al ristorante e la spesa a chilometro zero privilegiando la “filiera corta” con prodotti più freschi che durano di più.

La sfida è certamente globale, ma il cambiamento può arrivare dai gesti semplici che compiamo ogni giorno e da idee innovative. Questo è il caso di una nuova app, ECOFOOD PRIME, presentata a Palermo poche settimane fa.  Nasce dall’idea di due ragazzi siciliani e vuole rivoluzionare il modo in cui compriamo e consumiamo la spesa di ogni giorno. Si tratta di una app “antispreco”, che si appoggia su una rete tra esercenti, consumatori e associazioni solidali per una spesa consapevole. Per questo, Ecofood Prime, ha l’obiettivo di educare le persone a un consumo più sostenibile, ma anche a uno stile di vita rispettoso del nostro ambiente che consenta di distribuire al meglio le risorse. Esercenti e consumatori uniti a partire da semplici scelte quotidiane. Cibi e prodotti possono quindi essere acquistati a prezzi vantaggiosi con benefit per entrambe le parti: da un lato il consumatore risparmia sull’acquisto, dall’altro l’esercente recupera almeno il costo d’acquisto ed evita lo smaltimento dell’invenduto. Nella piattaforma è poi presente un elenco di associazioni e soggetti attivi nel volontariato per la ridistribuzione del cibo ai più bisognosi.

Nell’ambito delle iniziative che Confcommercio Palermo sta sostenendo e promuovendo, arriva anche in città e in provincia il “Rimpiattino”, quello che prende il nome di “doggy bag”. Anche questo progetto punta a favorire il contrasto allo spreco alimentare e a promuovere l’adozione di comportamenti responsabili. L’iniziativa, già promossa e avviata su tutto il territorio nazionale, farà tappa a Palermo, come unica città della Sicilia.

Questi progetti sperimentali dimostrano che è possibile agire localmente, nella direzione etica del rispetto del cibo e del sostegno solidaristico a chi è in difficoltà. Questo sistema punta da un lato ad evitare lo spreco alimentare nel segno anche della solidarietà, e dall’altro promuove il rispetto dell’ambiente, in termini di minore produzione di rifiuti. Ma non solo, tutela i nostri operatori commerciali e tutela il commercio fisico della città di Palermo, e la tutela risponde al senso di comunità di un territorio.

Patrizia Di Dio