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17 giugno, 2019

Lotta ai rifiuti di plastica: contraddizioni di oggi e prospettive per il futuro

L’impatto ambientale che l’emergenza rifiuti sta avendo nel mondo è cronaca quotidiana tristemente nota. L’attenzione di tutti è di solito puntata sui metodi di smaltimento dei rifiuti: più differenziata e meno discariche? Inceneritori o termovalorizzatori sì o no? I dibattiti sono concentrati su questi argomenti, raramente il problema viene affrontato all’origine: possiamo generare meno rifiuti?

Il 22% dei rifiuti sono organici e se ben separati con la differenziata non pongono un problema, perché si possono trasformare in biogas o in ottimo compost fertilizzante.

Il vetro, il legno, la carta e i metalli si possono separare e riciclare facilmente, e in genere sono materiali che consumiamo in quantità stabili nel tempo. Il problema più rilevante dei nostri rifiuti nasce dagli imballaggi in plastica, in continua crescita, difficili da separare e da riciclare per la grande varietà di tipologie di plastica non compatibili tra loro e per via di materiali poliaccoppiati, cioè che combinano carta, cartone, plastica e alluminio, come certe confezioni di bevande o contenitori alimentari.

In questo caso i consumatori potrebbero assumersi la responsabilità della scelta, per esempio ricorrere allo sfuso o evitare di acquistare oggetti dove l’imballaggio sia preponderante rispetto al contenuto. La domanda di servizi e prodotti sostenibili può continuare a essere bassa, fin tanto che non si rendano più facili, nonché più accessibile e economiche, le scelte sostenibili per tutti i consumatori.

Ci sono ancora imprese, società di servizi cui manca la consapevolezza o la capacità di mettere in pratica le soluzioni ecosostenibili. Restano insufficienti, in quanto percepiti come rischiosi e complessi, gli investimenti nelle misure di miglioramento dell’efficienza o nei modelli imprenditoriali innovativi.

Le misure come la migliore progettazione ecocompatibile, la prevenzione e il riutilizzo dei rifiuti possono generare, risparmi netti per le imprese, riducendo al tempo stesso le emissioni totali annue di gas a effetto serra del 2-4 %. E per questo l’Unione Europea ha puntato ha introdurre tasse e normative sempre più stringenti, e per questo poco popolari, come nel caso nei confronti della plastica monouso.

La direttiva definitiva dell’Europarlamento punta alla riduzione drastica dell’uso della plastica, fissa lo stop a piatti, bicchieri, posate, cannucce di plastica, contenitori per alimenti in polistirolo espanso ed altri oggetti dal 2021. Prevede anche obiettivi di riciclo, rafforzamento della responsabilità dei produttori nella raccolta e smaltimento dei rifiuti ed etichette con informazioni sull’impatto ambientale di alcune categorie di prodotti. Si parla anche di «nuovi requisiti di fabbricazione» per le bottigliette di plastica (che dovranno essere prodotte con un minimo del 25% di plastica riciclata) per le quali l’Unione Europea impone come ambizioso obiettivo un riciclo del 77%.

Quella relativa all'inquinamento da plastica appare come una delle sfide più urgenti, e difficili degli ultimi anni: occorre fare bene e fare presto.  In Italia la plastica non correttamente smaltita finisce in inevitabilmente mare. Non a caso l’Europa ha deciso di mettere al bando i dieci prodotti più abbandonati sulle spiagge europee negli ultimi anni.

Il cammino per arrivare allo stop della plastica monouso in Ue è ormai realtà, e il primo passo è la promozione di una incisiva educazione civica di sensibilizzazione e di responsabilizzazione. Non solo sostenere lo smaltimento e il riciclo, ma soprattutto promuovere comportamenti e soluzioni per ridurre a monte l’uso della plastica nelle aziende e nella vita quotidiana di tutti.

Permangono però alcune contraddizioni.

In Italia cresce sempre di più la raccolta della plastica grazie alla differenziata ma una grossa fetta di quella recuperata non riesce ad essere riciclata. Infatti circa il 40% di quella raccolta non può essere riutilizzata o avviata al riciclo ed è così destinata a termovalorizzatori, discariche e cementifici[1]. Fra le cause della difficoltà di recupero, oltre alla mancanza di impianti per il trattamento e alla necessità di un maggiore impegno da parte dei produttori nell'utilizzo di plastiche riciclabili e con un eco-design votato alla sostenibilità, possono esserci anche errori comuni nel differenziare da parte dei cittadini.

La preoccupazione maggiore riguarda le possibili ripercussioni dovute alla tempistica e alle modalità previste: sembra che la direttiva, che è necessaria e condivisibile nei contenuti, si stata approvata sulla spinta di un’emotività che forse non ha tenuto conto sufficientemente di alcune problematiche.

L’addio a piatti e posate di plastica potrebbe assestare un duro contraccolpo a molte imprese del settore che danno lavoro complessivamente a oltre 3 mila persone in Italia. E che ora temono per il loro futuro[2]. Sarà necessario fare ingenti investimenti per cambiare il modello produttivo. Gli addetti del settore evidenziano che si tratta di una questione importante perché una cattiva recezione della normativa potrebbe mettere ancora più in difficoltà molte piccole e medie imprese italiane.

Questo è il caso ad esempio delle iniziative plastic free che coinvolgono oggetti non nel mirino della Ue, come le bottigliette d’acqua, oppure è il caso degli ostacoli alle soluzioni innovative basate su plastica biodegradabile e compostabile che rientrano nella definizione di materie plastiche oggetto della direttiva europea.

Trasformare rifiuti in risorse ed energia significa anzitutto creare un sistema d’infrastrutture che ne permettano recupero, conversione, stoccaggio e messa in circolazione, ma servono anche organi di controllo trasparenti, un mercato di utilizzatori finali incentivati a scegliere prodotti ecologici nonché una comunicazione equilibrata sul tema: questi i punti di convergenza su cui l’Italia deve puntare per recepire nel modo migliore le politiche europee e proiettarsi nel futuro senza rimanere indietro.

Patrizia Di Dio