859 Patrizia Di Dio Articoli
22 luglio, 2019

Discariche e rischio ambientale, una storia lunga vent’anni

Se si volesse fare il punto della situazione italiana sulle discariche e sulle aree inquinate italiane bisognerebbe partire da vent’anni fa. Nel lontano aprile del 1999 l’Unione Europea pubblicò una direttiva sulle discariche non a norma (direttiva 1999/31/CE), che gli Stati Membri erano tenuti a recepire a luglio dello stesso anno. Il provvedimento comunitario chiedeva di prevenire o ridurre, per quanto possibile, gli effetti negativi sull’ambiente o sulla salute umana dal collocamento dei rifiuti introducendo requisiti tecnici rigorosi. E dava anche alle discariche la possibilità di adeguarsi a tali requisiti o chiudere.

Per la Commissione europea nel 2012, tuttavia, ben 102 siti italiani non rispondevano ancora agli obblighi comunitari. E lo stesso anno iniziò la procedura d’infrazione con una lettera di costituzione in mora culminata con la sentenza della Corte di Giustizia UE che confermava la non conformità dell’Italia. Nel 2015 il numero è stato ridotto di oltre la metà: risultavano 44 discariche non a norma, di cui 31 risultavano ancora aperte senza alcun intervento di messa a norma o bonifica. A novembre scorso il governo italiano si è attivato comunicando l’avvenuto completamento degli interventi necessari a sanare la posizione di 13 delle 44 discariche oggetto del giudizio.

Non stupisce che con il nuovo anno permangono le stesse problematiche che faticano a trovare una soluzione. Per questo motivo la legge di bilancio 2019 approvata contiene diverse disposizioni in materia di rifiuti[1]: le principali questioni aperte sono rappresentate dal recepimento delle nuove direttive su rifiuti e discariche e dalla soppressione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) a decorrere dal 1° gennaio 2019. Ci sono alcuni obiettivi che riguardano soprattutto il riciclaggio dei rifiuti urbani (il 55% entro il 2025; il 60% entro il 2030; il 65% entro il 2035) e la riduzione dello smaltimento in discarica, che dovrà scendere al 10% entro il 2035.

Con la legge 7 agosto 2018, n. 100, è stata istituita una Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati. Questo aspetto è uno dei più grandi problemi di rischio per l’ambiente e per la salute che il nostro Paese deve affrontare.

Infatti in aggiunta all’endemica emergenza rifiuti di alcune regioni, permangono situazioni di criticità, che sono rappresentate dalla presenza di discariche abusive e dai recenti incendi avvenuti in diversi impianti di gestione dei rifiuti.

Le regioni su cui si sta concentrando l’azione del Ministero dell’Ambiente sono lo Campania, il Lazio e la Sicilia. La cronaca recente ha portato alla ribalta la particolare situazione della città di Roma tra incendi negli impianti e la sconcertante gestione illecita dei rifiuti speciali.

Se la situazione del Lazio è difficile non bisogna dimenticare che per la Sicilia lo stato di emergenza, in relazione alla situazione di criticità in atto nel settore dei rifiuti urbani, è stato già dichiarato già alla fine della scorsa legislatura (per la durata di 12 mesi), con la delibera del Consiglio dei Ministri l’8 febbraio 2018, a cui ha fatto seguito l'ordinanza di protezione civile n. 513, a  marzo 2018, che ha disciplinato i primi interventi urgenti di protezione civile in conseguenza della dichiarazione dello stato di emergenza.

Emergenza rifiuti che ciclicamente in estate, come appunto successo nelle scorse settimane a Palermo, si acuisce. E di fronte al degrado urbano e al rischio per la salute dei cittadini, l’amministrazione comunale deve adottare misure straordinarie, ma spesso non risolutive, per arginare il problema strutturale degli impianti.

L’inquinamento del nostro territorio in realtà è il risultato di una gestione incontrollata negli anni del problema dei rifiuti e della mancanza di attenzione sia per la potenziale compromissione dei suoli sia per quella delle acque sotterranee e superficiali. Senza contare l’esistenza di discariche abusive di rifiuti urbani o speciali, che peggiorano la situazione di contaminazione del territorio siciliano.

Com’è la situazione del rischio che emerge dal piano regionale delle bonifiche compilato dall'Assessorato all'Energia e ai Rifiuti? In Sicilia ci sono ancora più di 500 siti che sono altamente inquinati e che hanno bisogno di un urgente intervento di controllo e bonifica. In totale si tratta di circa 511 discariche dismesse a cui si devono sommare anche 13 siti in cui sui trova amianto, 13 siti minerari, 70 stabilimenti a rischio incendi e 60 i siti di interesse nazionale, ovvero vicini alle aree industriali di Gela, Priolo, Milazzo e Biancavilla e quindi potenzialmente inquinati.

Il record di siti rischiosi è della provincia di Messina con 177 (166 discariche e 11 aree produttive) siti potenzialmente inquinati. Secondo posto alla provincia di Palermo dove le aree a rischio sono 100 (93 discariche e 7 aree produttive). Ma non c’è comprensorio comunale o territorio con almeno un sito a cui prestare attenzione. Fino agli anni ottanta, purtroppo, le autorità locali hanno avuto il potere di autorizzare discariche a livello locale, in regime di tipo “emergenziale”, mediante l’attuazione di ordinanze urgenti. Una prassi che ha fatto lievitare la presenza dei siti. Poi le regole sono cambiate, le discariche sono state così dismesse, ma, non sono state mai formalmente chiuse e bonificate.

In tutti i casi è necessario avviare un’azione di bonifica per evitare che possano esserci casi di sversamento di percolato e sostanze inquinanti per il suolo e le falde acquifere.  E appunto il piano varato a maggio dal presidente Musumeci e dall'assessore Alberto Pierobon[2], che sarebbe dovuto arrivare almeno 15 anni fa, all’indomani delle prime chiusure provocate dalla direttiva UE, ha a disposizione 35 milioni per le prime bonifiche per aiutare i Comuni alle prese con problemi finanziari.

Ora sarà necessario verificare, secondo il cosiddetto “piano di caratterizzazione”, la pericolosità di questi siti che vanno bonificati e chiusi se sono presenti rischi. Due sono le ipotesi allo studio della regione: una proposta è quella della concessione gratuita delle discariche a dei privati affinché, compiute le operazioni di bonifica, possano insediare dei complessi produttivi. La seconda proposta è invece quello di costituire un fondo di rotazione a disposizione dei Comuni.

Il governo della Regione dovrà scegliere quindi la soluzione più adatta alla realtà siciliana, considerando le gravi difficoltà economiche non solo della Regione, ma anche degli enti locali. L’azione però è ormai improcrastinabile in quanto i rischi dell'inquinamento sulla salute dei cittadini sono prevedibili, ma in parte ancora sconosciuti negli effetti a lungo termine.

Patrizia Di Dio