1136 Patrizia Di Dio Articoli
7 agosto, 2019

Codice Rosso: punto di arrivo o punto di partenza?

La legge 19 luglio 2019, n. 69 recante «Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere» è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2019, n. 173. Quindi il cosiddetto Codice Rosso, che aveva avuto il via libero definitivo del Senato il 17 luglio, entrerà in vigore già dal 9 agosto 2019.

Tanto nel mese di luglio se n’è parlato e se n’è dibattuto, e si continuerà a farlo ancora di più ora che entrerà in vigore. Ed è bene che sia così, perché sulla “violenza di genere” non si può abbassare la guardia.” Ma fuori da ogni fazionismo ed estremismo sarebbe opportuna una disanima equilibrata e costruttiva. Come spesso accade, alcuni temi così delicati e importanti, non sono bianchi o neri, così come i provvedimenti non sono totalmente giusti o totalmente sbagliati.

Per gli antichi in medio stat virtus, quindi su questa legge bisognerebbe approfondire quegli aspetti positivi e riflettere, scevri da condizionamenti di parte, su quello che andrebbe invece rivisto, e ripartire proprio dai punti più controversi.  Tutto questo nella convinzione che tutto è migliorabile.

Partiamo appunto da cosa prevede la nuova legge[1]: introduce i reati di revenge porn, sfregi e nozze forzate, impone una stretta sui maltrattamenti in famiglia e aumenta le pene per violenza sessuale e stalking.

Sicuramente l’introduzione del reato di revenge porn, ovvero la pubblicazione e diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta, è senza dubbio una notizia positiva. Finalmente in l’Italia chiunque pubblicherà o diffonderà foto e video intimi di una persona senza il suo consenso verrà punito con una pena da uno a sei anni di carcere e una multa da 5mila a 15mila euro. La pena sarà aumentata se il responsabile è un coniuge, ex partner o la pubblicazione avvenuta tramite strumenti informatici.

Un’altra delle novità importanti del Codice rosso riguarda inoltre l’accelerazione delle indagini sui casi di violenza domestica. La legge prevede che i pubblici ministeri ascoltino chi ha presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in famiglia entro massimo tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, che avviene nel momento stesso in cui una persona si reca alla polizia.

Questo è sicuramente uno dei punti più controversi: da più parti si sono sollevate obbiezioni su questa tempistica. Quello che si teme è che, senza un rafforzamento dell’organico, gli uffici dei pm difficilmente potranno soddisfare questo obbligo dei tre giorni.

L’obiettivo non è solo quello di imprimere una velocizzazione, purtroppo forse senza valutarne la reale fattibilità, ma soprattutto di dare un segnale deciso nella direzione dell’inasprimento delle pene.  Se i magistrati infatti accertano che c’è stata violenza, possono condannare il responsabile a una pena detentiva dai tre ai sette anni (prima era tra i due e i sei anni). La pena può essere aumentata fino al 50% del totale se il fatto è avvenuto in presenza di un minore, di un disabile, di una donna incinta, o se l’aggressione è stata armata. Non solo, le pene sono state aumentate anche per chi commette il reato di violenza sessuale e stalking.

Il Codice rosso introduce anche due nuovi reati: il primo punisce chi sfregia una persona sul viso deformandone l’aspetto (se la vittima sopravvive la reclusione è dagli otto ai quattordici anni, se invece muore, è previsto l’ergastolo). I condannati avranno inoltre più difficoltà a ottenere benefici come permessi premio, misure alternative e la possibilità di lavorare per alcune ore fuori dal carcere.

Secondo la deputata dem Lucia Annibali, vittima proprio di questo tipo di reato, non si dovrebbe distinguere, sul piano della tecnica normativa, tra tipi di lesioni e bisognerebbe punire tutti gli sfregi, non solo quelli al volto[2].

Il secondo reato, introdotto su emendamento presentato di Mara Carfagna, punisce chi ha costretto qualcuno a sposarsi usando la violenza, le minacce, un precetto religioso o approfittando di un’inferiorità psico-fisica. La pena per il colpevole è la detenzione da due a sei anni, se la vittima è minorenne, e può essere aumentata fino al 50% in più se questa non ha compiuto 14 anni.

Per molti la legge Codice Rosso è quanto di più possibile si può fare oggi sul piano legislativo per combattere la violenza sulle donne.  Ma quello che appare evidente è che l’impegno non può esaurirsi solo sul piano legislativo e che rimangono alcune perplessità su alcune questioni essenziali.

Per esempio il problema dei lunghi tempi processuali non è stato in realtà affrontato: l’obbligo dei tre giorni non sembra essere sufficiente a velocizzare le indagini e a scongiurare purtroppo che le donne vivano mesi e anni il calvario e la paura.

Da un punto di vista tecnico proprio su questo punto sono state mosse le maggiori critiche. È un testo a invarianza finanziaria, nel senso che non vengono stanziate risorse, e questo potrebbe renderlo inefficace e inapplicabile. Inoltre, altra contraddizione, inspiegabilmente il reato di revenge porn non è stato fatto rientrare tra i reati per i quali è previsto l’obbligo di ascoltare la vittima entro tre giorni.

Se poi si riflette sull’applicazione pratica emergono due questioni delicate: spesso le vittime hanno bisogno di alcuni giorni per elaborare la violenza subita, e l’obbligo di ripetere il racconto in tempi così brevi potrebbe innescare un processo di re-vittimizzazione. Senza pensare poi che in alcune Procure, le più piccole ma non solo, potrebbe mancare il personale adeguatamente preparato su questi temi.

Più in generale sembra aleggiare un tono paternalistico nell’affrontare la violenza di genere e non cogliere il profondo nesso con il persistente ritardo della società italiana su alcuni aspetti: le donne vittime di violenza sono rappresentate come deboli, e la protezione deve essere garantita da uno Stato “muscolare” e il problema ricondotto a una questione di ordine pubblico, se è vero che i fondi delle polizie andranno in gestione al ministro dell’Interno, e non di democrazia.

Sembra mancare il fattore più importante: la donna, con la sua forza e la sua determinazione. Dovrebbe essere garantito il diritto ad uno spazio di ascolto che non inizi con la denuncia. Le donne che subiscono violenza, come i centri antiviolenza possono testimoniare, non denunciano subito: serve tempo, serve elaborazione e serve la sicurezza di poter denunciare senza poi subire ulteriori ritorsioni.

Infatti il vero problema è che le donne, anche dopo condanne esemplari, continuano a morire, se dopo la detenzione gli ex fidanzati o mariti non abbandonano i propositi di vendetta. Le domande da porsi quindi sono due, complementari: se le pene carcerarie servano a disarmare realmente e se l’inasprimento delle pene sia una misura efficace se non supportata da una rieducazione.

Ed è proprio qui che si nasconde come prima e più di prima il cuore della questione, spesso sotto taciuta, cioè la necessità della prevenzione. Gli interventi legislativi dovrebbero essere accompagnati da azioni concrete sul piano culturale, come riconosce la stessa Giulia Bongiorno ministro della Pubblica amministrazione[3].

Sarebbe necessario disinnescare l’odio e il linguaggio di violenza che imperversa sempre più sui social media. Sarebbe necessario insegnare a scuola l’affettività, che non va confusa con l’educazione sessuale, e promuovere l’empatia. Sarebbe necessario combattere “la violenza di genere” insegnando già da bambini il rispetto nei confronti di tutti i generi. Infatti bisogna tener conto, cosa che la legge appena approvata non fa, che nella società di oggi “la violenza di genere” non è rivolta solo contro le donne, né tantomeno solo contro le donne cui l’assassino era legato affettivamente.

Speriamo che non sia però, come sostiene l’Annibali, un’occasione mancata[4] perché i principi espressi nel testo sono giusti e condivisibili, così come gli spunti di riflessione offerti non devono cadere nel vuoto, nella consapevolezza che le soluzioni sono ancora imperfette ma perfettibili, che l’aspetto tecnico può essere potenziato e che soprattutto il problema culturale non è secondario ma il punto di partenza di una trasformazione della società che dovrebbe essere innanzitutto una conquista di civiltà.

Patrizia Di Dio