831 Patrizia Di Dio Articoli
28 agosto, 2019

Fuoco e fiamme nell’estate più calda di sempre

L'emergenza incendi scoppiata in Sicilia, nei primi giorni di agosto, ha numeri impressionanti: sono ben 356 gli ettari di macchia mediterranea andata a fuoco in soli tre giorni.

Bruciava Palermo, bruciava la provincia e bruciava la Sicilia, con fiamme anche nel Trapanese. I roghi hanno colpito in particolare le zone di Palermo e Monreale, dove sono state evacuate 80 persone e i canadair sono riusciti a domare gli incendi solo lavorando incessantemente[1].

Dopo l’angoscia e la conta dei danni, purtroppo è emerso che gli incendi a Monreale e San Martino delle Scale, sono probabilmente dolosi, come sostiene Filippo Principato, dirigente generale del Corpo forestale della Regione Sicilia. È sospetto infatti che attorno a Palermo, nello stesso momento, siano divampati gli incendi.

Se dietro i roghi c’è realmente la mano dei piromani, lo sconforto per la perdita di ettari di macchia mediterranea si unisce all’amara constatazione che per gioco o per interesse si continua a distruggere la bellezza del paesaggio siciliano che invece andrebbe preservato e salvaguardato per il suo altissimo valore naturalistico e di identità culturale.

Questi sono anche giorni di bilancio per capire cose è stato fatto bene e cosa andrebbe migliorato nei sistemi di prevenzione e gestione di queste emergenze, purtroppo tristemente ricorrenti.

Legambiente ha avanzato alla Regione Siciliana sette proposte contro la piaga degli incendi in Sicilia[2], chiedendo soprattutto allo Stato di potenziare i reparti dei Carabinieri Forestali in Sicilia e all’Assemblea Regionale Siciliana "di varare urgenti norme sanzionatorie per impedire ogni utilizzazione economica delle aree percorse da incendi". Le proposte del presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna, sono state formulate a caldo dopo gli ultimi eventi, interpretando l’urgenza di fermare lo scempio e la distruzione provocati dagli incendi che ogni anno si ripetono in Sicilia.

Ma dalla Regione è arrivata una bocciatura totale, perché i suggerimenti sono già superati. Ma va comunque accolta positivamente la volontà delle istituzioni di non aprire polemiche ma di continuare a concentrarsi nella prevenzione soprattutto. Infatti la Regione, oltre a ringraziare l’impegno degli uomini in divisa che operano sul campo, a cui va tutta la nostra gratitudine, auspica una collaborazione ancora più forte degli amministratori locali e di tutti i siciliani perbene, che devono essere le prime sentinelle a guardia del territorio.

Allargando lo sguardo dal locale al generale non si può non pensare che mentre bruciava la Sicilia si stava consumando uno dei disastri ecologici più grandi degli ultimi anni nel circolo polare artico. Dopo il silenzio iniziale, finalmente il mondo si è interessato a questi eventi che, a detta dei ricercatori, sono “senza precedenti”. Se bruciano 356 ettari di macchia mediterranea in 3 giorni è un danno per il territorio, la salute e l’economia di una regione, la Sicilia, ma se bruciano centinaia di migliaia di ettari nell’Artide e nella regione subartica, dalla Siberia orientale all’Alaska e la Groenlandia, è un problema mondiale.

Perché brucia il circolo polare artico[3]?

Gli incendi sono cominciati a giugno, scatenati da un’estate precoce estremamente calda e secca. Il riscaldamento globale infatti non è equamente ripartito e in Artide l’aumento delle temperature sembra procedere ad a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. A giugno le temperature sono state anche tra gli 8 e i 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra 1981 e 2010. Secondo l’Amministrazione oceanografica e atmosferica degli Stati Uniti, è stato il giugno più caldo mai registrato su scala mondiale. Per questo il paesaggio, di solito coperto da foreste rigogliose, ormai secco e invaso da stoppe è stato colpito da incendi naturali, probabilmente scatenati dai fulmini.

Secondo i dati raccolti da Copernico, il servizio europeo d’osservazione dell’atmosfera, gli incendi all’interno del circolo polare artico hanno prodotto più di cento milioni di tonnellate di biossido di carbonio, quantità all’incirca prodotto dal Belgio in un anno. Ma, unica nota di speranza, la vegetazione bruciata può ricrescere in un decennio, e tornare a riassorbire buona parte del biossido di carbonio rilasciato.

Invece è quel che accade sottoterra a spaventare di più ambientalisti e ricercatori. Molti degli incendi siberiani, così come anche quelli sviluppatesi in Alaska, stanno bruciando terreni di torba ricchi di carbone, di solito impregnati d’acqua. Gli incendi di torba producono grandi quantità di biossido di carbonio e metano perché causano la combustione del carbone rimasto imprigionato nel terreno per centinaia o migliaia di anni. Quando il terreno brucia, scompaiono importanti assorbitori di carbonio, che non possono essere sostituiti in un lasso di tempo utile.

Ma se gli incendi nella regione diventeranno più comuni, la cosa potrebbe avere anche conseguenze gravi sul lungo periodo. Le emissioni provenienti dagli incendi di quest’anno potrebbero innescare un circolo vizioso, rendono più probabile che si ripresentino condizioni propizie a nuovi incendi di torba nelle prossime estati, e quindi a nuove emissioni.

Nonostante il presidente Vladimir Putin, dopo una petizione con ottocentomila firme, ha dispiegato il 31 luglio anche l’esercito per contenere l’emergenza, gli incendi hanno ormai raggiunto proporzioni così estese e luoghi remoti e difficili o quasi impossibili da raggiungere. Lo smog sta ricoprendo di monossido di carbonio e di altre sostanze inquinanti buona parte della Siberia, dal Kazakistan al mare di Bering, e a causa dei ritardi le conseguenze si faranno sentire anche al di là dei confini della Russia. Il fumo degli oltre 400 incendi che stanno devastando la Grande foresta del Nord ha già raggiunto gli Stati Uniti e il Canada.

Ci vorranno mesi per capire l’impatto degli incendi nell’Artide sull’ecosistema. I dati satellitari usati per individuare gli incendi e misurare le emissioni in superficie non possono raccogliere i dati gli incendi sotterranei, che potrebbero raddoppiare o triplicare le emissioni totali.

Purtroppo questo disastro non conosce confini e le conseguenze saranno per tutti. A questo si potrebbe aggiungere anche un altro pericolo, la possibilità che il riscaldamento globale causi il disgelo del permafrost artico, rilasciando così altre grandi quantità di gas serra immagazzinate. La domanda che in questi giorni si rincorre è se, nonostante le previsioni fatte dagli scienziati, abbiamo già sorpassato il punto di non ritorno e non ci sia più tempo e possibilità di invertire l’aumento della temperatura globale.