1401 Patrizia Di Dio Articoli
4 settembre, 2019

Quali sono nel 2019 le competenze su cui le donne devono puntare per cambiare o trovare un nuovo lavoro?

È sempre più chiaro che oggi si dovrebbe investire su un aggiornamento professionale che sviluppi accanto a capacità più “hard”, come quelle legate all’utilizzo del marketing dell’innovazione, quelle competenze definite “soft skills”.

Cosa sono esattamente le soft skills? Sono appunto competenze sociali ed emotive, come l’intuito e flessibilità, e attitudini che si sviluppano negli anni, nel corso della nostra vita. Si differenziano dalle hard skills, che invece sono cognitive e quantificabili, e si imparano prevalentemente sui libri. La velocità con cui cambierà la natura del lavoro nel futuro richiederà sempre più spesso il possesso di soft skills.

Bisogna allora promuovere lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, con l’empatia, l’intuizione, l’inclusione, la flessibilità.  E soprattutto premiare la creatività, intesa come pensiero originale e critico e come capacità di interagire con gli altri, di affrontare e risolvere difficoltà, di gestire la complessità e l’imprevedibilità delle situazioni.

Ma bisogna anche passare da un atteggiamento di diffidenza verso i colleghi ad una collaborazione aperta: la capacità di lavorare in squadra è oggi indispensabile a generare idee e a perseguire obiettivi (fatturati) comuni, affinando allo stesso tempo un maggiore spirito di adattamento. Se si raggiunge infine anche maggior di consapevolezza nella gestione del tempo e dello stress, come richiede la nuova realtà del mondo, si può diventare realmente multitasking.

Se a queste soft skills sarà aggiunta formazione sulle tecnologie informatiche, per cogliere l’importanza che sempre più avranno l’Intelligenza Artificiale e la gestione dei Big Data, sarà forse possibile trovare una delle chiavi possibili per far funzionare in un mondo digitale competitivo proprio gli esseri umani.

Questo lo scenario futuro, nella realtà invece dappertutto nel mondo esiste ancora quello che si potrebbe definire skills gap: sembrano mancare candidati con soft skills adeguatamente sviluppate. Questo cosiddetto skills gap diventerà un fattore importante nella disoccupazione a livello mondiale.

In realtà c’è una grande fetta della società che possiede naturalmente soft skills: sono le donne.

Tutto ciò grazie proprio alle competenze acquisite molto spesso da esperienze di vita tipicamente femminili, quali la maternità, l’accudimento di figli e di anziani, la gestione dell’economia domestica.

Queste stesse soft skills sono sempre più richieste perché il mondo attuale è basato su relazioni e non più solo su transazioni. Per esempio un manager con un alto livello di competenza emotiva riuscirà meglio a stimolare e ispirare i membri del proprio team e a ottenere da loro una maggiore produttività, con inevitabili benefici economici. C’è un rapporto inevitabile tra soft skills e aumento di profittabilità aziendale, tradotta in altri termini tra rappresentanza femminile e aumento del valore dell’azienda.  

Le donne hanno il merito ulteriore di accrescere l’eticità delle aziende che gestiscono: le donne sono meno disponibili a fare compromesso su temi etici rispetto agli uomini, hanno un modo diverso di “gestire il rischio”, sono più inclusive. Questo apporto etico è determinante anche nelle comunità in cui svolgono ruoli pubblici, dove si registra una diminuzione della corruzione e della criminalità, e un aumento del consenso popolare.

Il limite è che le donne, naturali depositarie di un questo patrimonio valoriale, faticano a metterlo in risalto e a utilizzarle nel mondo del lavoro.

Sembra quasi che le donne abbiano timore di mostrare le loro competenze e di apparire “poco professionali”, “troppo femminili”, “stigmatizzate” specialmente agli occhi di chi le valuta, e cioè uomini. E così sprecano preziose occasioni per valorizzare quei tratti distintivi che rendono una donna davvero originale capace di aggiungere valore.

Servono infatti delle competenze da “leader” e non da “esperti”. E le donne hanno doti indubbie di leadership. Ma la maggior parte punta a raggiungere livelli di competenza tecnica via via sempre maggiori, e ad accumulare esperienze specifiche per poter mostrare di essere “all’altezza” e sentirsi alla pari con gli uomini.

In realtà quello che ci si aspetta da un manager è la capacità di coordinare i vari talenti e competenze del team, capire le leve di motivazione dei vari collaboratori, individuare le potenzialità o eventualmente il bisogno di sostegno di ognuno.

Bisogna studiare dei percorsi per insegnare alle donne a mettere in risalto le loro soft skills. Il primo passo è una presa di coscienza femminile: le nostre soft skills sono un tratto distintivo e un valore aggiunto da utilizzare già a partire dai colloqui di lavoro. Naturalmente il discorso affonda le radici in problematiche più profonde, come la spesso debole autostima femminile e la percezione diffusa a tutti i livelli delle società che le donne debbano mostrare più degli uomini quanto valgono.

Di fronte a questa sfida, il pericolo è di sentirsi inadeguate e di rimanere immobili. È invece necessario identificare soluzioni mirate, iniziare con piccoli step che possano creare un circolo virtuoso. Un primo passaggio importante potrebbe essere la preparazione delle donne al mondo del lavoro attraverso strumenti fondamentali come il curriculum vitae, il colloquio di lavoro, il personal branding.  Se è vero che in Italia questa formazione è mancante a tutti i livelli -e in questo campo sia la scuola secondaria di secondo grado che soprattutto l’Università sono spesso insufficienti a preparare per il mondo del lavoro- lo è in modo particolare per le donne.

Insegnare alle donne a identificare diversi tipi di curriculum vitae a seconda del loro profilo specifico, a descrivere e quantificare le loro soft skills al fine di tradurle in competenze specifiche, strategiche e fondamentali, è un obiettivo facilmente raggiungibile. Come? Identificando e promuovendo progetti specifici di formazione che inizino durante l’adolescenza e accompagnino le donne durante tutta la vita professionale.

Patrizia Di Dio