912 Patrizia Di Dio Articoli
9 settembre, 2019

Non basta un doodle: il lavoro per le donne non guarda al merito

Il doodle dedicato da Google all’italiana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, considerata la prima donna laureata al mondo, ha messo sotto i riflettori una figura femminile spesso dimenticata. Che andrebbe invece ricordata più spesso. Nata a Venezia nel 1646, Elena non riuscì a laurearsi in Teologia, come avrebbe desiderato, perché fu osteggiata ma cosa eccezionale per i suoi tempi si laureò in Filosofia all’Università di Padova.

Le sue eccezionali doti intellettuali però non furono uno strumento di emancipazione femminile, né di affermazione del diritto a competere con gli uomini nel campo intellettuale. La sua laurea fu uno spiraglio immediatamente richiuso tanto che solo nel 1732 si laureò un’altra donna, Laura Bassi. E dopo ci sono state poche altre, anzi pochissime, donne speciali che sono riuscite prima del ‘900 ad accedere a percorsi di studio che i pregiudizi sociali precludevano loro.

Nell’Ateneo padovano la statua che raffigura la Piscopia non deve essere solo un omaggio a questa straordinaria figura femminile ma anche un monito che ricordi come in tutti i secoli, e in ogni parte del pianeta, le donne hanno dovuto lottare, e purtroppo ancora oggi lottano, per ottenere il diritto all’istruzione.

Se ripercorriamo sinteticamente la recente storia della nostra nazione dopo l’Unità d’Italia, nel 1900, erano solo duecentocinquanta le donne iscritte all’Università, e nel 1901, quasi la metà della popolazione era analfabeta (il 48,7%), le donne in misura maggiore rispetto agli uomini. Ma non bisogna dimenticare che sono state proprio le donne ad alfabetizzare gli italiani in quanto più di sessantamila maestre furono lo strumento dell’alfabetizzazione di massa sia nelle grandi città che nei piccoli paesini di provincia.

Nel 1926 il regime fascista ostacolò addirittura l’istruzione femminile: le donne furono escluse dall’insegnamento dell’italiano, del latino, del greco, della storia e della filosofia nei licei. Nel 1929 il governo di Mussolini aumentò mediamente del 40% l’importo delle tasse scolastiche per le studentesse che frequentavano la scuola media e l’università, di fatto ostacolando il loro percorso di studi.  L’allora ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, mal tollerava quella che definiva “l’invasione nelle università da parte delle donne”. Nonostante i muri alzati e gli ostacoli posti sul cammino delle studentesse, la scolarità femminile aumentò costantemente durante gli anni Trenta fino a raggiungere, nell’anno accademico 1990/91, un dato importante: il numero delle laureate superò quello dei laureati.

Se si arriva ai giorni nostri la situazione non è poi tanto diversa: dal 2004 a oggi le donne tra i 25 e i 34 anni con un titolo universitario sono aumentate del 50%, gli uomini solo del 39,1%. Un primato che le donne mantengono da almeno 15 anni. E c’è un divario leggermente più ampio tra i più giovani di questo segmento, tra cui le laureate hanno fatto un balzo del 67,3%, i laureati del 55,7% [1].

Nel dettaglio, secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica, analizzando i dati del periodo che va dal 2008 al 2017 in generale il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile. Il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario, ovvero la laurea (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili. Nel 2017, la quota di 30-34enni in possesso di laurea è pari al 26,9% (39,9% la media Ue). Nonostante in Italia il numero delle persone con una laurea continua ad aumentare di 7,7 punti, il nostro paese è il penultimo tra i paesi dell’Unione e non è riuscito a ridurre il divario con l’Europa.

Ma bisogna ripartire dal primato tutto italiano delle donne più istruite: siamo, secondo World Economic Forum, primi al mondo per iscrizioni all’Università. Lascia ben sperare il fatto che le donne italiane sono attive a livello culturale, e inoltre vanno più a teatro e leggono di più, e anche online sono molto presenti. L’immagine è quella di donne che sono presenti, agiscono e sono attive in più campi[2]. Non a caso molto del mio impegno è rivolto a promuovere a più livelli l’assunto che le donne sono e devono essere il motore della ripresa. Non soltanto un’idea, ma speriamo presto una realtà.

Avere più donne con un’istruzione universitaria in teoria dovrebbe significare più donne occupate, e con una occupazione di qualità. Apparentemente questi dati sarebbero una buona notizia, per esempio segnalerebbero progressi verso una minore disuguaglianza di genere. In teoria, però.

Perché c’è allo stesso tempo uno scollamento tra l’alto livello di istruzione e specializzazione delle donne italiane e il dato negativo dell’occupazione femminile che vede l’Italia fanalino di coda del Paesi occidentali.

Non dimentichiamo poi come in Italia permanga una situazione di sotto-rappresentanza femminile, sia in termini di rappresentanza politica che nei consigli di amministrazione. La situazione peggiore si trova negli organi decisionali, dove la presenza femminile supera di poco il 16% del totale. Al contrario nella libera impresa le donne stanno dimostrando che hanno le cosiddette soft skills necessarie per organizzare, dirigere, guidare le proprie aziende con successo.

Perché le donne, in Italia, sono le più istruite e le meno occupate? I dati non ci dicono cosa continua a non funzionare. Ma certo è che i dati ci dicono che esiste un corto circuito nelle dinamiche lavorative. Se il surplus di istruzione, studi, attività e interessi sembra non rappresentare un vantaggio, necessariamente vanno modificati quei meccanismi di accesso al mercato del lavoro che forse non sono sufficientemente basati sul merito e sulle pari opportunità per tutti. E su questo non sono le statistiche che possono darci una risposta. Ma la politica forse dovrebbe.

Stiamo buttando via il segmento più istruito della popolazione. E poi ci chiediamo perché non si cresce. La questione femminile dovrebbe essere al centro delle molte, troppe, tavole rotonde alla ricerca di magiche ricette per far ripartire l’economia.

Perché non puntare sulla parte più istruita della popolazione?

È una fondamentale questione di democrazia: il ritardo italiano, tra le economie più sviluppate, ha e potrebbe avere anche conseguenze sociali, oltre che economiche, importanti se l’occupazione femminile non riesce ad avanzare in tempi brevi a livelli accettabili.

Oltretutto in Italia abbiamo un problema di nascite.  

Per combattere il nostro calo demografico il modo più sicuro è quello di far lavorare le donne, garantendo loro un sistema meritocratico in cui le paghe e i percorsi di carriera siano equivalenti a quelli degli uomini.

Occupazione e natalità crescono insieme.

Anche questo ci dicono i dati: in Europa è il secondo stipendio che permette alle famiglie quel secondo figlio che poi garantisce la sostenibilità del nostro sistema sociale.

Patrizia Di Dio