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23 dicembre, 2019

Feste natalizie: la chiusura della stagione commerciale tra note positive e note negative

Il mese di dicembre, come è logico che sia, rappresenta un importante indicatore economico. Le feste, in primis il Natale, sono o dovrebbe essere un periodo fiorente per il commercio. C’è la corsa ai regali, l’aumento degli spostamenti, e più in generale il clima di festa spinge le persone a spendere di più. Pranzi, cene e riunioni con parenti, amici e colleghi sono molto più ricorrenti e tutto questo, direttamente o indirettamente, dà una spinta consistente non solo al comparto alimentare ma a tutta l’economia del paese.

Un paese l’Italia in cui gli effetti della crisi economia ancora si fanno sentire, e in cui gran parte della popolazione mostra diverse notevoli difficoltà legate all’alto tasso di disoccupazione, al carovita, all’instabilità politica e sociale. Quindi viene da domandarsi quanto queste difficoltà possano incidere sugli acquisti. Per rispondere a questa domanda, in realtà, viene in auto lo studio condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio, incentrato sulle stime dei consumi durante le feste di fine 2019.  

Lo studio su base nazionale ha previsto che ogni famiglia spenderà a dicembre nel complesso circa 1.300 euro (1.278) per i consumi di Natale, un dato che calcolato a prezzi costanti genera però un calo effettivo dell'1% rispetto al 2018.

Quest’anno la spesa pro capite si è stabilizzata intorno ai 169 euro per i regali, per gli addobbi delle feste, per la casa e il comparto alimentare. Considerando che per molti italiani, a livello economico, questo non è stato un anno fiorente, questo dato rimane comunque una cifra importante anche se, di fatto, non regge il confronto con quanto le famiglie spendevano fino a 10 anni fa durante il periodo natalizio. Nel 2009 i consumi di dicembre sono stati molto più alti: la spesa pro capite infatti si aggirava intorno a 244 euro. Seguendo l’andamento dell’ultimo decennio, dal 2009 la spesa è crollata del 30%, nonostante il fatto che nel 2015 c’è stata una discreta risalita.

Stando a quanto emerge sempre dai dati Confcommercio la spesa per i consumi di questo mese -inclusi affitti, utenze, servizi- vale sui 110 – 120 miliardi di euro. Una cifra notevole che tuttavia, se confrontata a quella degli anni passati, registra comunque il calo progressivo evidente degli ultimi anni.

Rilevare e evidenziare la situazione favorisce inevitabili riflessioni. Un calo di questa entità può facilmente spiegarsi col generale clima di sfiducia diffuso tra i cittadini e che porta a contrarre i consumi anche in presenza di prezzi al dettaglio sostanzialmente stabili. Il problema italiano più grande probabilmente è nel clima di grande incertezza economica e questo, unito al peso di tasse e spese obbligate, porta gli italiani ad affrontare le spese superflue in maniera molto oculata.

Oggi, più di ieri, la tendenza è quella di essere molto più cauti e di prestare molta più attenzione ai risparmi e alle spese in generale. Tuttavia, nota assolutamente positiva, il fatto che ci sia ancora qualcuno che sia disposto a spendere i propri soldi in regali e beni non proprio di “prima necessità” è da considerarsi comunque un buon risultato.

Nonostante ci siano note positive e incoraggianti quindi nello studio di Confcommercio, bisogna comunque dire che i dati riportati continuano ad indicare come sia necessario tornare a sostenere la domanda interna, che da sola corrisponde all’80% del PIL. Sostenere la spesa, pertanto, diventa quasi una priorità dell’agenda politica.

Nonostante un clima di moderata sfiducia, il mancato aumento dell'Iva sicuramente sta incidendo positivamente sui consumatori. Quella sull’Iva è stata questa una battaglia che Confcommercio ha combattuto con la consapevolezza che in caso contrario ci sarebbe stata probabilmente una pericolosa ulteriore contrazione dei consumi. Le ripercussioni sarebbero state inevitabilmente negative per la domanda interna in generale e in particolare sulle economie più fragili di alcune regioni, come la Sicilia.

Le vendite di questo mese di dicembre sono comunque essenziali per chiudere una stagione commerciale non positiva e dare respiro a tante attività commerciali medio-piccole.

Spostando l’attenzione sulle preferenze di acquisto degli italiani emergono ulteriori dati interessanti[1]. Sotto l’albero di Natale ci saranno meno capi di abbigliamento (-5% rispetto al 2018), meno calzature (-7%) e meno gioielli (-3%). In calo anche la spesa relativa agli addobbi per la casa (-4,5%) e quella per i trattamenti estetici e prodotti di bellezza (-2%). Sembra rafforzarsi la tendenza degli ultimi anni che premia il settore alimentare, per il quale da sempre i cittadini non sono disposti a rinunce, e così come per i giocattoli. La scelta di prodotti alimentari e cibi tipici del made in Italy come regali di Natale, sembra segnare un incremento del 3% rispetto allo scorso anno. In controtendenza anche la spesa per i giocattoli dei bambini, con un incremento del 2,5%, e l’hi-tech e l’elettronica (+2%).

Se da una parte i dati sui prodotti alimentari made in Italy sono assolutamente confortanti, meno quelli sui beni hi-tech che vengono spesso acquistati on line. Inoltre si registra ancora la perdita di terreno dei piccoli negozi di artigianato locale.

Questi due aspetti, uniti alla presenza dei giganti della grande distribuzione e all’aumento dei centri commerciali nelle aree urbane sta determinando la scomparsa dei piccoli negozi di vicinato. La città senza di essi è destinata a diventare un dormitorio, oltre a impoverirsi sempre più.

Per questo dobbiamo necessariamente tutelare i negozi di vicinato, tornando a sceglierli e privilegiarli per gli acquisti natalizi. Svolgono non solo un ruolo economico ma soprattutto un ruolo sociale, generando relazioni tra persone, territori ed economie locali, tanto nei centri storici che nelle periferie.

Patrizia Di Dio