144 Patrizia Di Dio Articoli
5 marzo, 2020

Occupazione femminile: a che punto siamo?

Gender equality is a critical component of economic growth. Women are half of the world’s population and we have our role to play in creating a more prosperous world. But we won’t succeed in playing it if the laws are holding us back.

(L’uguaglianza di genere è una componente cruciale nella crescita economica. Noi donne costituiamo la metà della popolazione mondiale e abbiamo il nostro compito da adempiere per la creazione di un mondo sempre più fiorente. Ma non possiamo avere successo in questo adempimento se le leggi ci ostacolano).

Kristalina Georgieva

Interim President, World Bank Group Chief Executive Officer, IBRD/IDA [1]

 

Questo l’incipit della Prefazione di una recente ricerca condotta dalla Banca Mondiale intitolata Women, Business and the Law 2019: A Decade of Reform, con la quale si è voluta indagare la discriminazione di genere negli ultimi dieci anni in ben 187 diversi paesi del mondo. Quello che esce fuori da questo documento è che ci sono ancora molti paesi in cui gli stereotipi di genere da un lato e il biasimo sociale per la donna lavoratrice dall’altro, generano una situazione tale da garantire alle donne lavoratrici circa la metà dei diritti spettanti agli uomini lavoratori. Verrebbe da dire che la situazione italiana risulta essere rosea messa al confronto con queste realtà così estremamente squilibrate, ma non dobbiamo farci ingannare da alcuni risultati positivi che, in realtà, sono insufficienti per poter cantare vittoria.

È per questo che torno ancora una volta sul tema dell’occupazione femminile e di tutto ciò che concerne il mondo del lavoro quand’esso è in binomio con le donne.

Partiamo perciò da alcuni recenti dati che analizzano più da vicino la situazione occupazionale europea, in generale, e italiana, più nello specifico, fornitici da un’indagine svolta dal Censis in occasione di una mostra fotografica avente come tema centrale quello della discriminazione di genere [2].

Dalle stime condotte tre sono i dati più preoccupanti:

  • il tasso occupazionale femminile (20-64 anni): è del 53,1%, ossia in penultima posizione rispetto al resto d’Europa, con alle spalle la sola Grecia (48%);
  • il tasso di disoccupazione giovanile (donne fino ai 24 anni): è al 30,4%, laddove la media europea si attesta intorno al 14,5%.
  • Il tasso di donne manager: si ferma al 27% (la media europea è a più del 33%), confermando

che le donne sono sottorappresentate nei ruoli dirigenziali.

A questi numeri impietosi si aggiunga che per molte donne lavorare e, al contempo, formare una famiglia risulta essere una strada costellata di ostacoli. Basti pensare che per il ben 60,2% delle madri che lavorano con tempo parziale, quest’ultimo non è una scelta, ma viene accettato per mancanza di alternative valide. E sapete questa percentuale a quante donne corrisponde? Circa 2 milioni.

Questi dati già evidenziati nel 2018 dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro con la pubblicazione del dossier Donne al lavoro: o inattive o part-time (realizzato a partire dal rapporto redatto dal Ministero del Lavoro in collaborazione con ISTAT, INPS, INAIL e ANPAL) [3], devono assolutamente essere presi sul serio e soprattutto a livello di welfare devono essere ripensati dei provvedimenti atti ad agevolare la parificazione della situazione lavorativa femminile.

Non bisogna, però, cadere nella facile trappola del disfattismo e del vittimismo e bisogna ripartire da quelli che sono i dati positivi che emergono da queste statistiche e proporre soluzioni concrete.

Innanzitutto l’Italia è al primo posto in Europa per numero di donne che svolgono attività indipendenti. Possiamo dire di essere le donne più intraprendenti d’Europa contando più di 1 milione e 600 mila imprenditrici. Non va sottovalutato questo dato perché ci rende chiaro come non siano di certo la preparazione, la caparbietà, l’attitudine al lavoro o chissà quale altro tassello a mancare alle donne, che anzi spesso sono portate dal retaggio culturale e dalla pressione del giudizio sociale ad addossarsi colpe per la propria volontà, ad esempio, di essere delle mamme lavoratrici a tempo pieno. Sono allora gli Enti Locali che, in prima battuta, dovrebbero fare di più in particolare nell’ampliamento dell’offerta di servizi di asili nido e servizi integrativi per l’infanzia, laddove invece soltanto poco più della metà dei Comuni italiani offre una copertura di questo tipo. Tra l’altro il costo di tali servizi ammontando a circa 1.650 euro annui (in media) per nucleo familiare è quello che incide di più sulla spesa complessiva delle famiglie per tributi e servizi locali. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro per rendere chiaro che una delle criticità maggiori sia inerente all’insufficienza di politiche per la famiglia, che sostengano le donne nell’arduo compito di voler coniugare lavoro e famiglia.

Per quanto riguarda Confcommercio, a livello locale, sono state promosse tante iniziative a favore di queste tematiche. Due esempi su tutti, a Gallarate/Malpensa le imprenditrici di Terziario Donna hanno aiutato una vicina associazione (l’associazione Melograno) che sostiene le donne nelle delicate fasi pre e post parto, sovvenzionandola con una vendita solidale [4]. Mentre nella provincia di Pesaro-Urbino è stato dato il via al primo concorso Donna di Genio che si propone di mettere in luce e premiare quelle donne che si sono impegnate con profitto nei settori della creatività, dell’innovazione, dell’ambiente, dando il loro contributo prezioso per un futuro migliore [5].

Mi piacerebbe concludere con un ultimo esempio di forza e speranza tutta al femminile.

Durante la celebrazione della recente Giornata Mondiale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, l’astrofisica calabrese Sandra Savaglio ha tenuto un discorso presso l’Unical (Università della Calabria, dove ha studiato) per incentivare le giovani a non avere paura di provare a raggiungere i propri obiettivi per quanto ambiziosi essi siano. Nonostante il gap tra donne e uomini sia ancora più netto in ambito scientifico Savaglio le incoraggia dicendo che “la mancanza delle donne nelle discipline STEM è un danno che si fa alla società e non solo alle donne. Voi avete la responsabilità di cambiare questa cosa, dovete credere in voi stesse e impegnarvi”.

Faccio mio questo monito e mi auguro che sempre di più l’impegno nel ribaltare le statistiche non proprio lusinghiere che abbiamo qui analizzato porti i suoi giusti frutti: maggiore equità e un mondo in cui non servano leggi che “obblighino” ad avere quote rosa aziendali, ma dove le lavoratrici siano perfettamente integrate e messe allo stesso piano dei lavoratori, sia professionalmente che umanamente.

Patrizia Di Dio


[1] https://openknowledge.worldbank.org/bitstream/handle/10986/31327/WBL2019.pdf?sequence=4&is Allowed

[2] http://www.censis.it/sicurezza-e-cittadinanza/donne-lontane-dagli-uomini-e-lontane- dall%E2%80%99europa-il-gender-gap-nel-lavoro

[3] http://www.consulentidellavoro.it/files/PDF/2019/Osservatorio/Indagine_Donne_al_lavoro_o_inattive _o_part-time.pdf

[4] https://www.varesenews.it/2020/02/le-donne-confcommercio-melograno-solidarieta-al- femminile/898055/

[5] https://www.oltrefano.it/attualita/pesaro-urbino/donna-di-genio-donne-tecnologia-creativita-e- ambiente-al-via-candidature-per-concorso-confcommercio.html