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27 febbraio, 2020

Coronavirus, i dati prima di tutto

Dopo una iniziale cautela riguardo l’esprimere il mio parere su quello che ormai sembra essere l’unico argomento ad avere l’attenzione pubblica delle ultime settimane, ossia il Coronavirus, mi sono convinta a esprimere qui il mio punto di vista in seguito alla lettura di alcuni articoli (online e offline) e alla visione di alcuni servizi alla televisione che mi hanno procurato, per certi versi, non poca indignazione, visto l’incredibile messaggio allarmista (e addirittura autolesionista per gli italiani) che si sta veicolando tramite questi potenti mezzi di comunicazione.

La cosa mi lascia davvero perplessa in quanto ritengo che proprio nelle situazioni così delicate, come quella attuale, debbano essere la prudenza, la calma e l’invito alla lucidità le linee guida di qualsiasi attività e comunicazione. Invece, ahimè, vedo ovunque titolare con parole forti che non danno alle persone una chiara idea dell’entità reale dei fatti.

Sono quei famosi “rischi della percezione” di cui parla Bobby Duffy, Professor of Public Policy e direttore del Policy Institute presso il King’s College di Londra e precedentemente direttore generale dell’Ipsos MORI Social Research Institute e direttore globale dell’Ipsos Social Research Institute. Perché parlo di rischi di percezione?

La salute è il nostro bene primario e riveste la priorità assoluta, ma è sbagliato procurare allarmismi e psicosi a causa di una sovraesposizione mediatica riguardo il Covid19 in quanto essa sta portando a conseguenze più disastrose del virus stesso. Occorre seguire responsabilmente e senza preoccupazioni apocalittiche le indicazioni dei sanitari che stanno indicando ciò che preventivamente dobbiamo adottare, così come occorre reindirizzare la comunicazione mediatica che il decorso anche in caso del contrarsi del virus       

Può essere mortale sì, ma la mortalità complessiva degli ultimi dati non è più alta rispetto ad altre forme virali e in tal caso principalmente per l’incidenza che hanno quei pazienti con patologie croniche pregresse o in età avanzata.

È necessario, perciò, restare lucidi, non cedere a facili agitazioni popolari e ascoltare le risposte che copiose ci arrivano dal mondo scientifico, l’unico che veramente deve avere valore in questo momento e su cui fare assegnamento nel mare magnum delle singole opinioni e della speculazione mediatica.

Ad esempio mi riferisco all’appello della virologa Ilaria Capua che ci ricorda quali possono essere le conseguenze del fare allarmismo, non solo in termini di vite umane, bensì anche in termini economici e di blocco dei servizi. Se infatti si perde “il controllo dell’informazione, esplode il panico e se esplode il panico tutte le misure di contenimento non hanno più effetto” [2]. Vi invito altrettanto a prendere visione di un video creato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, in cui la giornalista sanitaria e research fellow dell’ateneo veneziano, ci spiega in cosa consiste l’epidemia che si sta diffondendo parallelamente al Coronavirus, ovvero la infodemia che ci spinge a non porci, presi dal panico, domande sulla provenienza delle informazioni che ci giungono all’orecchio. Se abbiamo dei dati così precisi della situazione è semplicemente perché essendo un’epidemia di risonanza globale si sono incoraggiati gli scienziati a inserire tutti i loro dati, man mano che li producono, su una piattaforma open access così da poter monitorare più facilmente le singole situazioni nazionali. Senza avere una pietra di paragone, però, questi dati possono essere letti in modo sbagliato dai non addetti ai lavori e si può facilmente cadere in facili catastrofismi. Se la disinformazione è sempre dannosa, in questo caso lo è ancora di più, perché può paradossalmente agevolare il contagio, l’esempio banale dell’uso delle mascherine anche laddove non è strettamente necessario risulta paradigmatico, in quanto illustra come poi vengano a mancare per chi ne ha realmente bisogno [3].

Sono due le conseguenze più pericolose, non a livello sanitario, ma di ordine generale: da un lato lo stigma sociale e dall’altro il panico collettivo che spinge ad agire in modo irresponsabile.

Voglio a tal proposito citare uno degli scrittori più eminenti in Italia, Alessandro Manzoni, che nel suo capolavoro I promessi sposi, ha in più punti, parlando della peste, detto delle parole preziose che vorrei ricordare e condividere: “Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, purtroppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. […] Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente”.

Questo “martirizzava gli animi” è potentissimo e rappresenta esattamente quello che mi auguro non accada nel nostro paese in seguito a questa perdita di lucidità collettiva.

Sarebbe più proficuo, perciò avere fiducia nel lavoro delle istituzioni, che stanno prendendo tutte le precauzioni del caso, leggere in fatti con più oggettività e non scadere dello sciacallaggio mediatico.

Diventare, insomma, amici di quella matematica del contagio, che ci mostra come i provvedimenti presi fanno sì che il Ro (erre con zero), ossia la cifra che indica quante persone in media ogni individuo infetto contagia, si attesti a un numero inferiore o uguale a 1. Bisogna essere razionali, analizzare i dati, non scadere nella paranoia e dare il proprio contributo solo se si ha una qualifica per farlo, senza far circolare ancora maggiore ansia collettiva [4].

Sempre il Manzoni ce lo ricorda e concluderò così: “Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”.

Sono certa che abbiamo gli anticorpi per affrontare questo virus, ma non avremo anticorpi come imprese ad affrontare una paralisi del sistema economico italiano se non provvederemo a breve e in maniera responsabile a calibrare azioni e comunicazione. Sono convinta che gli italiani non abbiamo un alto rischio di morire di coronavirus, così come attestano i numeri statistici, ma rischiamo di morire di fame!

Patrizia Di Dio


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-nell-80-90percento-casi-e-come-l-influenza-gli-altri-rischio-polmonite-ACQ4pMLB

[2] https://www.youtube.com/watch?v=OEpOdFJ9hds

[3] https://www.youtube.com/watch?v=a28Dm4Y-c90

[4] https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_25/matematicadel-contagioche-ci-aiutaa-ragionarein-mezzo-caos-3ddfefc6-5810-11ea-a2d7-f1bec9902bd3.shtml