182 Patrizia Di Dio Articoli
9 aprile, 2020

Coronavirus: ritorno al lavoro e soluzioni possibili

Ci troviamo, come ho ripetuto ormai molte volte, ad affrontare un vero e proprio disastro senza precedenti in cui dobbiamo assolvere ai nostri doveri di cittadini, ma in cui abbiamo anche il dovere di incominciare a pensare seriamente a una exit strategy. Questo non perché si vuole correre a riaprire tutto, come qualcuno potrebbe pensare, anzi. Non si ha la benché minima intenzione di vanificare tutti i sacrifici fatti fino a questo momento, né tanto meno mettere in pericolo altre vite umane, i nostri familiari, i nostri lavoratori, ma si vuole e si deve trovare un modello, un protocollo da seguire per disegnare una strategia nell’affrontare gradualmente e con le dovute garanzie l’uscita dal lockdown. Ciò anche alla luce del fatto che è assolutamente da evitare sia a livello sanitario sia a livello economico, rischiare meccanismo a “yoyo” che faccia seguire ad auspicate aperture, nuove drammatiche chiusure repentine, motivo per cui bisogna ponderare con estrema attenzione queste strategie di uscita.

Consapevole di non possedere le competenze mediche e nemmeno il ruolo idoneo per proporre protocolli di uscita, intendo fornire però il frutto di una ponderazione responsabile e consapevole di soluzioni, cosa che, invece, il mio ruolo di soggetto impegnato in ambiti associativi, aziendali e professionali mi impone di fare. Il tema, infatti, non è solo quello di tornare a lavorare quanto prima, ma di farlo con determinate garanzie, di farlo in totale sicurezza. Non possiamo permetterci, lo ripeto di nuovo, di invalidare tutti gli enormi sacrifici che abbiamo fatto finora e non possiamo rischiare di compromettere ancora vite umane con una ripresa delle attività non ben calcolata. Non possiamo nemmeno permetterci, però, di attendere di arrivare a zero contagi. Cosa certamente impossibile, se non in un tempo lunghissimo.

Ecco quindi che mi sento in dovere di condividere, dalle pagine del mio blog, delle soluzioni possibili per una ripartenza che abbia il giusto tempismo, tenendo conto che lo Stato, la sanità e le imprese hanno ciascuno tempi e obiettivi diversi ed è indispensabile che si coordinino per trovare la giusta congiuntura nell’interesse di tutti e senza venire mai meno l’attenzione per la prevenzione e per i dispositivi di sicurezza, entrambi fondamentali. Così come la ripresa dell’economia. Ecco, quindi, cosa bisogna fare: cercare il tempismo giusto, il tempismo giusto per tutti, che contempli una riapertura il più tempestiva possibile, ma non dissennata. Prima regola: prudenza. Seconda regola: audacia.

Grazie alla collega Silvia Radetti, Presidente di Terziario Donna Trieste, sono venuta a conoscenza di un interessante documento redatto dal dottor Fulvio Zorzut, già direttore della Struttura complessa “Igiene Sanità Pubblica e Prevenzione Ambientale” presso l’Azienda Sanitaria Universitaria di Trieste.

Questo documento prospetta l’utilizzo di test sierologici sulla popolazione, cosa che sta iniziando ad attecchire anche applicativamente in alcune province di Veneto e Trentino Alto Adige. Si partirebbe, quindi, con l’indagine di prevalenza sierologica, per individuare gli immuni naturali guariti. Ciò permetterebbe a una fetta di popolazione in età lavorativa, di poter tornare ad adempiere ai compiti produttivi interrotti, minimizzando i rischi di diffusione del virus, e continuando invece a tenere protetti tutti quegli individui più esposti e suscettibili al virus (come gli anziani, gli immunodepressi, gli ipertesi, i diabetici, e così via). I test sierologici sono ottimi strumenti di screening per stabilire le priorità di ritorno al lavoro, oltre a essere più sicuri visto che il campione da analizzare non contiene il virus (che non è presente nel sangue) come, invece, accade per i tamponi naso-faringei; e sono anche più economici e tempestivi, garantendo esiti in circa 30 minuti, ricevuti i quali si potrebbero rilasciare ‘lasciapassare sanitari’ per chi risulta immunizzato.

Oltre ai test sierologici, grazie alle tecnologie digitali, si passerebbe a una fase di contact tracing che consente di geolocalizzare la cittadinanza per ricostruire una mappa dei contagi (rigorosamente con dati anonimi, nel rispetto delle norme sulla privacy). Modello, quest’ultimo, già adottato in Corea del Sud, Taiwan e Singapore e con il quale si sono ottenuti ottimi risultati nel controllo della diffusione del virus. Individuando tempestivamente e precisamente i punti critici di potenziale contagio, infatti, ci si può focalizzare più precisamente per le azioni preventive.

In ultima battuta si deve procedere con una campagna di comunicazione seria e capillare che responsabilizzi i cittadini, gli imprenditori, i collaboratori su quanto sia strategico economicamente, socialmente e da un punto di vista sanitario questo passo: non ci è concesso margine di errore.

Avendo la consapevolezza che la quarantena generalizzata, per ragioni di sicurezza dello Stato, deve essere interrotta prima che la virologia del Covid-19 segua il suo corso mutandolo in una replica meno aggressiva, si deve, quindi, accettare un rischio epidemiologico scientificamente controllato. Non si può dimenticare l’importanza che riveste la ripresa della capacità produttiva, del lavoro e delle aziende che è l’unica cosa in grado di garantire il reddito, gli stipendi, le pensioni, i risparmi, la sanità, l’ordine pubblico e quindi la salvaguardia dello stato sociale tutto.

Un altro criterio da prendere in considerazione è quello territoriale. Abbiamo visto come le regioni del sud Italia siano molto meno contagiate di quelle del nord, perciò, mi chiedo, non sarebbe più logico pensare di scaglionare le riaperture, partendo proprio da quelle regioni meno colpite e quindi più facilmente gestibili nella riapertura? Perché aspettare le tempistiche di regioni molto più colpite dove è necessario prendere precauzioni molto più ferree e drastiche rispetto alle regioni meridionali? Una territorialità del rientro, a mio giudizio, va pensata e tenuta in considerazione. Magari in questi territori si possono anche riaprire dei settori che altrove devono ancora mantenere la chiusura per contenere il contagio. Penso al turismo di cui il Sud ha naturale vocazione.

Mi auguro, concludendo, che le filiere produttive, distributive e dei servizi possano riattivarsi presto, gradualmente, ma progressivamente. È necessario impegnarsi affinché si riaccendano i motori della macchina economica, con estrema responsabilità di tutti e di ciascuno, sempre nella garanzia del rispetto delle misure di distanziamento sociale, della messa a disposizione per i lavoratori dei dispositivi di sicurezza e delle misure preventive per le categorie a rischio.