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4 giugno, 2020

Violenza sulle donne: un bilancio di fine lockdown

Tra i tanti problemi che sono sorti in seguito alla pandemia di Covid-19 e alla conseguente chiusura totale del Paese che ci ha visti costretti nelle nostre case a trascorrere ben 10 settimane in questo modo, uno dei più gravi, sebbene mai preso a sufficienza in considerazione, è quello della violenza sulle donne. Come ben sappiamo la maggior parte dei casi di violenza nascono e proliferano proprio all’interno delle famiglie, quindi situazioni che già precedentemente si configuravano come critiche non hanno potuto che acuirsi in seguito alla convivenza forzata nei mesi del lockdown.

A metà maggio sono usciti i dati Istat ufficiali riguardo alle denunce per maltrattamenti e alle chiamate ricevute al numero antiviolenza 1522. Se da un lato vediamo la diminuzione delle denunce quasi del 44% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, c’è stato però un enorme incremento delle chiamate al numero antiviolenza, con un 73% in più. L’Istituto Statistico si tiene sulla difensiva e afferma che comunque sarà necessario un tempo più lungo per dare una lettura adeguata a questi dati, ma dalle prime stime già si nota come questi due dati, apparentemente in contrasto, siano in verità le due facce di una medesima medaglia. Le denunce diminuiscono a causa dell’impossibilità di poter trovare scuse e quindi non poter giustificare la propria uscita di casa (vista la coabitazione costante con il proprio carnefice), mentre le chiamate aumentano perché più facile farle eludendo il controllo e soprattutto grazie alla efficace opera di sensibilizzazione condotta su tutti i media. A inizio quarantena il procuratore aggiunto di Milano Maria Letizia Mannella si era detta preoccupata riguardo all’atteso calo delle denunce: «Ci basiamo solamente sull’esperienza, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine»  . Ecco perché sono state lanciate varie campagne di sensibilizzazione, anche tramite app, per chiedere aiuto e che, nonostante il drammatico incremento dei dati di violenza si sono rivelate efficaci oltre che utili, visto il picco di chiamate.

Anche la ministra per le Pari Opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, alcune settimane fa, quando cominciavano a essere ufficializzati i primi dati, sottolineò l’importanza dell’opera di informazione, affermando che «questi numeri sono un segno che ci dice l’emersione di un fenomeno purtroppo nascosto, difficile da contrastare proprio nella misura in cui più viene taciuto mentre si consuma nelle mura domestiche. Una delle nostre preoccupazioni ha sempre riguardato, dall’inizio dell’epidemia, le conseguenze che lo stare a casa avrebbe comportato per le categorie più fragili».

Altri dati che provengono da “D.i.Re – Donne in rete”, associazione che raccoglie oltre 80 centri, mostrano come tra il 6 aprile e il 3 maggio sia salito del 17% il numero delle donne che si rivolgono a un centro anti-violenza per chiedere aiuto e sostegno per la prima volta, infatti, di tutte le richieste ricevute dall’associazione ben il 33% del totale proviene da persone che non si erano mai rivolte ai centri D.i.Re.

Tutti questi numeri non devono spaventarci, ma piuttosto spingerci a riflettere sul fatto che tematiche del genere non debbano mai cadere in secondo piano, bensì restare sempre tra le priorità delle questioni da affrontare e per cui trovare delle risoluzioni. Non a caso, già a inizio pandemia, il Grevio, il gruppo di esperti che nel Consiglio d’Europa si occupa della violenza di genere, aveva esortato i Paesi firmatari della Convenzione di Istanbul «a fare il massimo per assicurare la continuità delle prestazioni e a continuare a offrire sostegno e protezione alle donne e alle ragazze che sono a rischio di violenza, con il coinvolgimento di tutti gli attori rilevanti: forze dell’ordine, servizi sociali, settore della giustizia, servizi di supporto specialistici e tutti i ministeri competenti».

Il monito del Grevio deve valere, a maggior ragione, adesso che abbiamo incominciato una nuova fase della gestione pandemica, con l’allentamento delle restrizioni. Se, infatti, proprio adesso facciamo dei passi indietro rispetto alle misure che sono state prese durante la pandemia, rischiamo di avere delle ricadute pesanti in termini numerici. Molte delle pratiche intraprese e delle iniziative di sensibilizzazione portate avanti non devono essere abbandonate come se, alla fine del lockdown, corrispondesse la fine del problema, anzi bisogna impegnarsi per mantenerle attive tutto l’anno facendo sì che i cambiamenti positivi avvenuti durante il lockdown possano perdurare. Le case rifugio, ad esempio, che sono state aumentate per iniziativa delle ministre Bonetti e Lamorgese entrambe attivatesi per trovare dei nuovi spazi, non possono essere dismesse proprio adesso, eppure ancora non si sa se verranno mantenute o meno.

Le accorate parole, al riguardo, della presidente di D.i.Re sono significative: «È fondamentale tenere presenti questi dati ora che la fase 2 comincia a dispiegarsi. E questo perché le donne avranno maggiore facilità a contattare il centro antiviolenza o recarvisi e il trend confermato delle richieste di aiuto ricevute a marzo e aprile […]. A fronte della crisi economica che si sta delineando, diventa ancora più urgente concepire interventi di sistema che valorizzino l’accompagnamento all’autonomia e all’inserimento lavorativo che caratterizza il lavoro dei centri antiviolenza» [4].

Non posso che unirmi a questo coro di voci femminili che ho voluto menzionare, non solo come donna, ma anche come presidente di Concommercio Terziario Donna, avendo fatto in prima persona della questione di genere uno dei miei punti fermi. La violenza di genere è qualcosa di assolutamente inaccettabile e a tutte le donne vittime di questo gioco al massacro dico con forza di reagire, di non avere paura nel chiedere aiuto, perché non sono sole! Anche in Confcommercio Palermo abbiamo promosso con l’ASP la divulgazione attraverso le vetrine e le  attività economiche dei nostri  iscritti,  l’attivazione di un numero verde dedicato a queste richieste per dimostrare il nostro supporto a una causa così importante e essere concretamente  vicini alle situazioni di fragilità che, ancor di più in questo terribile periodo, si sono incrementate pericolosamente.

Comprendo che trovarsi in certe situazioni difficili e pericolose rende drammaticamente fragili, ma occorre reagire e con il supporto dovuto si può uscire dalle situazioni più difficili. Chiedere aiuto salva la vita! Facciamolo!

Patrizia Di Dio