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29 luglio, 2020

Family act: la famiglia è propulsore della società!

Ieri pomeriggio su invito della Camera di Commercio Arezzo Siena ho avuto l’occasione di parlare del Family Act con la sua promotrice, la Ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia Elena Bonetti. Con esso sono state previste delle misure a favore delle famiglie in termini di sostegno economico, di sostegno alla genitorialità e di sprone verso la natalità, oltre all’individuazione – per la prima volta – della famiglia non più come semplice soggetto di welfare ma vero e proprio motore e spinta propulsiva per la comunità: la famiglia esce, in qualche modo, dal solo ambito sociale, per farsi generatrice di valore.

Con il Family Act si profila dunque quello che, dalle stesse parole della ministra, è un «momento storico importante per il nostro Paese, che finalmente si dota di una riforma integrata e multidimensionale per le politiche familiari. Per la prima volta c’è investimento su una riforma ampia, strutturale, che vede nelle famiglie soggetti capaci di dare prospettiva di futuro alla nostra comunità, come hanno dimostrato in questi mesi. […] Ripartiamo investendo sulle persone, con proposte chiare, che vogliono cambiare in meglio la vita delle nostre famiglie. Ci sarà l’assegno universale unico per tutti i figli, un sostegno alle spese educative e al ruolo educativo delle famiglie, un incremento dei servizi educativi a sostegno delle famiglie in particolare per la fascia 0-6 anni, una riforma dei congedi parentali con una maggiore corresponsabilità fra padri e madri, l’incentivo al lavoro femminile, la promozione del protagonismo delle giovani coppie per iniziare un percorso di vita in autonomia»[1].

Durante il lockdown, infatti, ancora una volta si è reso evidente come molte donne siano state lasciate nella quasi impossibilità di conciliare il loro duplice impegno, da un lato, di accudimento e di cura della famiglia e, dall’altro, di donne lavoratrici. Tantissime hanno perso il lavoro, o vi hanno rinunciato, e il gap occupazionale di genere è ancora una volta aumentato. L’Italia, tra l’altro, non è tra i Paesi più virtuosi sotto questo punto di vista e lo dicono i dati: secondo il World Economic Forum del 2020[2] ci troviamo alla 76° posizione (su 153) nell’Indice delle Nazioni che valuta il gender gap e, tra l’altro, siamo in discesa di ben sei posizioni rispetto al report del 2018. Le donne, inoltre, una volta diventate mamme, si trovano frequentemente nella posizione di dover scegliere di rinunciare il lavoro. Tra le motivazioni più ricorrenti si trovano “l’assenza di parenti di supporto” e “costi troppo alti di assistenza al neonato” come asili nido e babysitter (7%), ma soprattutto la mancanza di una cultura di condivisione paritetica con il partner. Dunque, prendendo atto di questa situazione non proprio confortante, non possiamo che salutare con favore il Family Act che tenta di ridurre questo gap di genere e di promuovere il ruolo attivo e generatore di valore delle famiglie. Composto da otto articoli, comprende al suo interno diverse misure attuative che potrebbero così essere schematizzate:

  • l’assegno universale con il quale tutte le famiglie che hanno figli fino a 21 anni (e senza limiti di età se disabili), con una quota calibrata in base a determinati scaglioni ISEE, riceveranno una quota mensile, quota che per ogni successivo figlio sarà maggiorata del 20%;
  • il congedo di paternità, nell’ottica di dividere con maggiore equità oneri e onori della genitorialità, il congedo per i papà sarà si adeguerà alle normative europee (10 giorni);
  • i congedi parentali: questi congedi parentali (due mesi) diventano non cedibili all’altro genitore;
  • i permessi retribuiti, erogate fino a 5 ore per recarsi ai colloqui con gli insegnanti e poter essere così più presenti nel percorso di crescita dei figli;
  • gli incentivi al lavoro femminile, tramite agevolazioni fiscali in caso di ausilio nei servizi domestici o nella cura dei figli o dei familiari non autonomi, oltre anche all’astensione retribuita in caso di malattia del figlio e all’introduzione di meccanismi che favoriscano quei datori di lavoro che si rendono flessibili sulle questioni che riguardano la conciliazione della vita lavorativa con quella privata e stanziando nuove risorse per le startup femminili (nel Fondo PMI);
  • lo smart working, si incentiverà questa tipologia di lavoro prioritariamente per le madri lavoratrici fino al compimento della maggior età della prole e per i padri con figli fino ai 14 anni;
  • l’istruzione e l’autonomia dei figli: vengono previste delle agevolazioni sul carico di spesa sostenuta per l’istruzione dei figli e vengono previste delle detrazioni per l’affitto a studenti o a giovani coppie (componenti entrambi under 35) affinché si stimoli la fuoriuscita dal nucleo famigliare e la creazione di una propria famiglia.

L’aspetto che riguarda gli incentivi al lavoro femminile è, dal mio punto di vista di imprenditrice, molto interessante. La mia azienda di famiglia e la mia esperienza personale mi hanno sempre guidato nel mettermi in gioco come lavoratrice, come madre lavoratrice e come donna che porta il suo apparato valoriale e il suo know how nell’attività che svolge ogni giorno a più livelli. Con mia figlia siamo già alla quarta generazione di donne che scelgono di fare impresa e, come sappiamo, incentivare le donne a entrare nel mondo del lavoro e, una volta entrate, a non lasciarlo, è fondamentale per la crescita del Paese che non può permettersi di lasciare indietro il 50% della popolazione. In merito al Family Act, le misure che si vogliono introdurre, però, non dovrebbero essere a carico delle imprese: andrebbero poste in essere delle azioni specifiche, altresì, nei confronti di imprese di piccole dimensioni che affrontano problemi concreti, come appunto quelli legati alla difficoltà di anticipare l’indennità di maternità e ci preme sottolineare che il tema delle pari opportunità non si pone solo nell’ambito del lavoro subordinato. È importante intervenire con misure di sostegno anche a favore delle imprenditrici, delle lavoratrici autonome, delle professioniste.

C’è, dunque, ancora molto da fare e non dobbiamo fare l’errore di pensare di essere a buon punto. Occorre pensare alle tutele per le imprenditrici e per le libere professioniste che sono, tra l’altro, le più duramente colpite dal lockdown in quanto la maggior parte delle imprese a conduzione femminile appartengono a quei settori che la crisi ha azzerato. Senza contare poi i mille salti mortali che, già in periodi normali, una donna impegnata in una libera professione è costretta a fare per poter conciliare lavoro e famiglia, la maggior parte delle volte senza alcun tipo di garanzia e protezione. Insomma, le imprenditrici, le libere professioniste e le lavoratrici autonome si vedono costrette a fare i conti con un welfare che non le tiene adeguatamente in considerazione. Solo uno Stato cieco può non vedere quanto sia fondamentale per l’intera economia agevolare l’imprenditoria femminile rendendo più agile, soprattutto per le mamme, la coniugazione del loro doppio lavoro, quello retribuito e quello di cura e principalmente sostenendo una cultura e un’educazione delle pari opportunità.

Del resto, sappiamo bene come le famiglie si reggano sul lavoro continuo e silenzioso delle donne ed essendo proprio la famiglia il nucleo fondamentale della società, è necessario capire che le famiglie costituiscono la spinta propulsiva che fa muovere in avanti e progredire una nazione. Perciò, non si dovrà più guardare ad esse come a degli oggetti su cui legiferare, ma come a dei soggetti attivi da includere nelle scelte nazionali. Questo ribaltamento del pensiero farà sì che si possano proporre e attuare provvedimenti realmente utili per agevolare tutte le famiglie, sia di oggi che di domani.

Patrizia Di Dio