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1 settembre, 2020

Libero Grassi: il dovere della memoria, il valore della memoria.

Il 29 agosto, Alice Grassi ha tinto di rosso il luogo dove il padre Libero fu barbaramente ucciso. Un gesto che viene ripetuto ogni anno da 29 anni. Ma il 29 agosto 1991 a terra sul marciapiede non c’era la vernice rossa, ma il sangue di Libero Grassi barbaramente ucciso perché si oppose al pagamento del pizzo. Perchè decise di esercitare il diritto alla libera impresa.

Ho partecipato al momento con commozione ma anche rinforzando la convinzione di quanto l’esempio di Libero Grassi dia significato al punto 6 del Manifesto di Terziario Donna di Confcommercio, la carta di valori personali, di vita e di impresa di noi imprenditori.

<Perseguiamo la legalità e i valori della Costituzione con forza, senza se e senza ma. Non offriamo mai spazio a condizionamenti impropri. Respingiamo l’estorsione e ogni violenza. Rispettare e affermare la legalità è cosa importante in sé. Ma significa anche avere rispetto di noi stessi, il piacere di essere LIBERI, l’orgoglio di essere degni.>

Libero Grassi era un uomo semplice, che amava la vita ed il suo lavoro di imprenditore, moralmente rigoroso ed estremamente reattivo nel difendere la sua dignità.

Non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d’imprenditore”, ha scritto poco tempo prima di quel 29 agosto 1991 in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Libero Grassi era un imprenditore del settore tessile come me. Produceva biancheria e la sua impresa, la Sigma, era un’azienda storica, sana, con un bilancio in attivo. Che dava lavoro a tante persone e che si imponeva sul mercato per la qualità dei suoi prodotti.

Libero Grassi è stato un collega, un imprenditore che ha creduto nell'impresa, nei suoi dipendenti, nei suoi clienti, nei suoi fornitori e nella forza della libera impresa. Nel di ciò che produceva e dell’esempio che da imprenditore offriva alla costruzione di una comunità “giusta”.

Libero credeva nell’impresa e sapeva che se avesse detto sì anche solo una volta, avrebbe negato il principio guida di qualsiasi imprenditore: fare libera impresa.

Ed allora l'insegnamento di Libero Grassi deve rimanere come una cicatrice che ci ricordi sempre il dovere, ancora più che il diritto, di esercitare libera impresa, libera da ogni condizionamento.

Entrambi realizziamo prodotti tessili, ma non abbiamo mai lavorato insieme perché il percorso di imprenditore di Libero si è interrotto 29 anni fa, quando io muovevo i primi passi e ancora non avevo potuto sperimentare la forza dell'associazionismo, quello stesso associazionismo che in una sua parte 29 anni fa ha isolato Libero Grassi. Forse le coscienze non erano ancora pronte, il senso civico non tanto sviluppato, le persone nelle stesse associazioni ben diverse. A maggiore ragione in un territorio come il nostro, il passato pesante deve insegnare. E per me associazione significa non solo fare attività di rappresentanza delle imprese, ma anche fare sistema, prestare ascolto a tutti, e non isolare nessuno.

Libero soprattutto amava la libertà di impresa e la libertà da ogni condizionamento. Esattamente il principio che abbiamo voluto ribadire nel manifesto: essere liberi e fare le proprie scelte di impresa, significa avere rispetto per sè stessi. Avere l’orgoglio di essere degni innanzitutto come persone oltre che come imprenditori.

Se tutti si comportassero come me, non si distruggono le aziende, ma gli estorsori”: questa è stata una delle tante frasi-denuncia di Libero Grassi. Libero Grassi non aveva peli sulla lingua e mettendoci la faccia - senza se e senza ma - perseverava nella sua lotta per la legalità.

Io non sono pazzo a denunciare,  non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi, perché io ho fatto semplicemente il mio mestiere di mercante”.

Il mestiere di mercante non ha padroni, se non il libero mercato. Da imprenditore, uomo politico e di cultura, Libero Grassi aveva ben compreso che pagare il pizzo significava mettersi nelle mani dei mafiosi, osservare non solo le scelte di Cosa Nostra, ma anche condividerne i metodi violenti, l’economia nera ed occulta. E non essere più uomo libero.

E’ una questione di dignità”, aveva concluso Libero Grassi in quella intervista, che segnò ulteriormente il suo destino. L'imprenditore - pochi giorni prima della sua uccisione - spiegava a Michele Santoro che non pagava il pizzo alla mafia "perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore" e perché implica dividere le scelte con il mafioso".

Ma che si è messo in testa questo qui?” Aveva commentato qualcuno dei suoi colleghi già il 10 gennaio di quel 1991, quando Libero Grassi scrisse in prima pagina, sul “Giornale di Sicilia” la sua prima denuncia pubblica: ”Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.

Volevo dire grazie a Libero Grassi. Ma anche scusa, per tutti coloro che ancora oggi, pur potendo e dovendolo fare, non denunciano. Ormai siamo la maggior parte a rifiutare ogni condizionamento e parlo di quegli imprenditori che mi pregio di rappresentare. Il messaggio delle sue parole è finalmente arrivato a tanti, anche se ci ha messo troppi anni.