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5 settembre, 2020

Crisi economica: intervenire sulla fragilità dell’economia del Sud

E’ una crisi “pesante” che sta cambiando il sistema. E per questo, malgrado incognite ed incertezze legate all’evoluzione dell’emergenza sanitaria, necessita di una corretta narrazione dei fatti. E di decisioni eque e prese nell’interesse collettivo e non facendo prevalere interessi di parte.

Leggendo le stime dei consumi regionali per l’anno 2020 redatte dall’Ufficio Studi di Confcommercio, gli indici sono inevitabilmente tutti al ribasso: PIL -9,3%, consumi dei residenti -9,6%, consumi sul territorio -10,9%. I dati sono stati elaborati considerando anche l’incidenza di alcune spese meno comprimibili (abitazione, energia, alimentari e istruzione) nei bilanci delle famiglie.

Quello che emerge da dati conferma una forte eterogeneità nei tassi di variazione della spesa per consumi regionali nel 2020. Con grande variabilità da una regione all’altra.

In termini di perdita di valore il Nord, rimane l’area più penalizzata: dei 116 miliardi di consumi in meno stimati per l’anno in corso oltre 65 (quasi il 57%) derivano dalle otto regioni settentrionali (che nel 2019 pesavano per il 52% dei consumi sul territorio del totale Italia). Ed è la Lombardia a scontare la riduzione più significativa, pari a oltre 22,6 miliardi di euro.

Il Sud patirebbe una riduzione di spesa più moderata del resto del Paese (8,5% contro una media del 10,9%). Non solo la Sicilia, ma anche Campania, Puglia, e Calabria.

Ciò non vuol dire che le condizioni di ripresa delle regioni meridionali siano migliori. Lo shock puntuale, limitato al 2020, ha impattato meno nel Mezzogiorno forse anche per la minore presenza di turisti stranieri e per il maggior peso di lavoratori pubblici il cui reddito disponibile non è stato colpito dal lockdown, ma di certo le capacità di reazione dell’area sono ben più ridotte, anche in considerazione del PIL e del reddito pro-capite più bassi rispetto alla media.

Negli ultimi 12 anni, i consumi reali hanno mediamente perso un decimo di punto l’anno in Italia, aumentando di due decimi all’anno nel Nord e diminuendo di nove decimi annui nel Sud.

Quindi la media annua nazionale è sintesi di due segni contrapposti, quello positivo del nord che, sebbene poco, cresceva e quello negativo del sud che andava drammaticamente sempre più indietro. A fronte di una riduzione cumulata dei consumi sul territorio in Italia dell’1,3%, dal 2008 al 2019, il Sud ha ceduto oltre 10 punti percentuali di spesa in termini reali, mentre il Nord è cresciuto di quasi 3 punti.

Attesa la fragilità del tessuto produttivo meridionale, questa minore perdita del Sud post lockdown resta comunque insufficiente a recuperare le perdite patite nel 2020 e soprattutto il divario tra nord e sud.

L’errore che non va commesso è interpretare male i numeri, dando una lettura ottimistica alla minore “apparente” incidenza della crisi al Sud.

La situazione del sud risulta meno grave solo e soltanto perché era già ante covid un’economia asfittica, segnata da una grave fragilità, e quindi caratterizzata da consumi insopprimibili che sono i beni e servizi di prima necessità. Mentre al nord prevale l’incidenza sulla bilancia dei consumi delle spese accessorie, che sono quelle state oggetto di contrazione nei dati rappresentati dall’Ufficio Studi ConfCommercio.

Come dire: al Nord c’è chi rinuncia al Suv per comprare una utilitaria, ma al Sud non si può fare a meno di pane, pasta e generi alimentari

Ma perdere 5,6 miliardi (-8,2%) contro i 4 miliardi del Trentino (-16%) è una perdita insostenibile, su cui dovremmo agire per chiedere una politica economica che riduca le diseguaglianze e persegua la coesione territoriale.

La prima vera emergenza italiana, che deve trovare una risposta nel RecoveryFund è proprio la forbice che esiste tra economia del Nord Italia ed economia del Sud Italia. Contraria ai principi costituzionali e alla base proprio dell’intervento europeo che mira alla coesione territoriale e al perseguimento di ogni azione che riduca le diseguaglianze.

Servono risposte immediate dal governo, ma soprattutto risposte progettuali efficaci che vadano al cuore del problema. E serve che le stesse siano concertate con le parti sociali e non decise “in laboratorio” da esperti di politica economica senza il necessario e ineliminabile confronto con il sistema delle imprese.