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15 ottobre, 2020

Il Piano di ripresa e resilienza: un'occasione da non perdere

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci offre una possibilità che abbiamo il dovere di non perdere.

Perché sia una concreta opportunità, serve però, a mio avviso, che si rinforzi il dialogo cooperativo tra politica e imprese. E si punti a quelle che sono le emergenze del Paese.

L’Italia ha bisogno di ricucire il rapporto tra Nord e Sud, ma anche di rinforzare la dorsale economica del terziario e di recuperare il divario generazionale e di genere al fine di perseguire un pieno equilibrato rilancio dell’economia.

Per sostenere il rilancio del nostro Paese, si deve abbandonare qualsiasi forma di assistenzialismo e adottare concrete ed efficaci politiche di incentivi alle imprese. In un unicum che sia parte integrante di un più ampio progetto di rilancio del Paese, e non solo del Sud. E che non sia mera sommatoria di provvedimenti residuali o assistenziali che non creano vero sviluppo perché non perseguono una strategia di più ampia visione.

Le imprese sono soggetti economici, e ribadiscono questo status: non chiedono sterile assistenza ma piani di sviluppo concreto e benessere duraturo. Chiedono un sistema dove fare impresa sia possibile.

L’economia reale ha bisogno di politiche infrastrutturali e di rigenerazione urbana e territoriale, finalizzate a migliorare la vivibilità e l’appeal dei territori con l’obiettivo di favorire una maggiore attrattività di investimenti e di capitale umano.

Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, serve l’attivazione di una nuova linea di azione per la rivitalizzazione del tessuto economico e sociale denominata ‘Programma Nazionale per le città e le economie urbane’, da cui far ripartire i territori a rischio desertificazione.

Un altro punto fondamentale deve essere il sostegno al Made in Italy, ovvero il capitale per il quale il nostro Paese è riconosciuto nel mondo.

Sostegno che deve partire dall’incentivazione dell’acquisto di prodotti made in italy e dal sostegno all’acquisto da parte della filiera commerciale e distributiva  di merci e servizi prodotti in Italia. Si avrebbe un vantaggio così non solo per il terziario ma anche per il manifatturiero. Si realizzerebbe finalmente una “coesione” tra le filiere manifatturiere e commerciali, e si promuoverebbe anche la cultura dell’acquisto di prodotti italiani presso il consumatore italiano spesso distratto dal sostenere con i propri acquisti ciò che appartenendo al nostro Paese appartiene a tutti come interesse collettivo.

Il rilancio dell’Italia non può che svolgersi mettendo in campo tutti i suoi capitali intellettivi e promuovendo quindi la democrazia paritaria.

E’ l’ora di un Patto nazionale per l’occupazione femminile, che consegua l’obiettivo dell’amento della piena e qualificata partecipazione delle donne al mondo del lavoro ma anche il cambiamento del modello sociale e produttivo di riferimento.

Ed auspichiamo anche un’adeguata presenza di competenze femminili nelle Task Force di gestione del Recovery Fund, perché non manchi la visione al femminile del rilancio.

Per ripartire il Sud ha bisogno di richiamare tutte le sue intelligenze ed i migliori talenti. Quel capitale umano che abbiamo lasciato emigrare fuori in mancanza di risposte adeguate. Occorre allora mettere in campo anche politiche che favoriscano il rientro dei giovani al Sud, e quindi politiche per favorire l’auto-imprenditorialità al sud. Non solo nuove start up, ma anche misure atte a favorire l’acquisizione di aziende esistenti che proprio grazie alle competenze e alle energie dei giovani rientrati nel nostro meridione possano avere prospettive non solo di sopravvivenza ma anche di rilancio.

Serve un Piano straordinario per i giovani, perché da lì viene il nostro futuro e la nostra rigenerazione sociale ed economica. Da lì viene il rilancio dei nostri sistemi produttivi.

I giovani devono essere incentivati a restare o a tornare al Sud. La vera emergenza del Sud è infatti la fuga del «capitale umano»: tra il 2002 e il 2017 il Mezzogiorno ha perso oltre 612.000 giovani e 240.000 laureati. Il Sud è stato colpito da un processo di disinvestimento ormai decennale: dai 21 miliardi del 2008 ai 10 miliardi del 2018. Ma è errato dire che sono i giovani che vogliono andare via. I dati Unioncamere dicono altro: le nuove imprese under35 anni al Sud sono il 40,7%, al Nord il 39,6%. Negli ultimi 15 anni sono andati via dal Sud più di 2 milioni di giovani, di cui la metà sotto i 35 anni, con circa 200mila laureati.

Se vogliamo rilanciare un’idea di futuro, quella a cui ci ha richiamati Draghi, occorre davvero scommettere sui giovani, dando loro le risorse per fare autoimpresa ed alle imprese le misure per favorire il ricambio generazionale. Per scegliere di fare impresa al Sud.