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25 giugno, 2021

Economia generativa: la visione di Terziario Donna Confcommercio

Questo TD lab dedicato all’economia generativa rappresenta un utile bilancio di sintesi dei laboratori di idee ed esperienze vissuti in questi anni. Una sintesi, cui si arriva dopo un anno di pandemia, nel quale abbiamo fronteggiato situazioni e contesti che mai avremmo potuto immaginare. Vorremmo aiutare il sistema a ripartire in maniera giusta.

Lo storico greco Esopo ricordava come le tragedie insegnano <τ?` Παθ?ματα – μαθ?ματα>: le sofferenze sono insegnamenti.

Ci domandiamo “Quale economia post covid per il futuro?”. La risposta è attuare una rivoluzione ineludibile, quella della generatività, l’Economia Civile, l’economia che sia insieme valore economico, lavoro, sostenibilità ambientale, sostenibilità sanitaria, ricchezza di idee e senso del vivere. Sostenibilità ambientale e sociale. Sono convinta che per molti, tra gli imprenditori e le imprenditrici che noi rappresentiamo, sia più facile attuare questo cambiamento. Anche solo avere consapevolezza di ciò che già si è fatto e si fa.

Parlo delle imprenditrici e imprenditori che sono persone “ricercatrici di senso prima che massimizzatrici di utilità” come dice Leonardo Becchetti.

Credo che combinando creatività e capacità di migliorare la vita propria altrui, (è in questo incrocio appunto la generatività) le persone sentono più forte, più ricco il senso della vita. E che le aziende trovino in questo una condizione migliore di benessere.

Per anni abbiamo sostenuto che le donne sono il capitale inespresso del Paese. Motore di ripresa dopo anni di crisi. Oggi è unanime il riconoscimento che le donne sono la leva fondamentale per il rilancio .

Attivare il “potenziale inespresso” è stato il tema guida del lavoro del gruppo Terziario Donna. A maggior ragione, adesso, quando occorre ricostruire la nostra economia, il mancato contributo delle donne alla crescita dell'economia sarebbe una perdita che non possiamo più permetterci.

Se il tema dell'imprenditoria femminile è stato sinora relegato a ‘questione di disparità sociale’, oggi più che mai deve diventare ‘questione economica’.

Non a caso il PNRR pone la direttiva della coesione sociale come strategia per la ripresa. Non solo perché le donne sono un potenziale inespresso su cui puntare. Ma anche perché le donne sono portatrici di principi guida che hanno orientato in modo certamente lungimirante le visioni del nostro Gruppo.

Siamo state pioniere, possiamo dirlo, di principi considerati, oggi, come linee guida del PNRR. Il nostro gruppo li propone già da anni e li ha riassunti nel Manifesto. Principi che puntano sui concetti di equità e di sostenibilità.

L’economista Becchetti ha preso ad esempio in suoi articoli e interventi il manifesto del Terziario Donna “Come esempio di obiettivo e cambio di prospettiva fondamentale.” Becchetti dice: “Il manifesto economico e sociale per la società generativa è un dono che la società civile vuole dare al Paese e alle forze politiche responsabili. Un contributo forte per costruire quella nuova visione di società che permetta all’Italia di ripartire.”

Oggi ripercorriamo i principali temi sviluppati nel corso dei nostri lavori e appuntamenti annuali, temi di rilettura delle dinamiche di mercato e di nuove visioni di economia efficace che oggi confluiscono in questo contenitore di economia generativa.

A cominciare dall’ Economia del Bene Essere. Bene Essere è parola simbolo con cui Terziario Donna dà valore a nuove forme di economia, rimodulando modelli imprenditoriali antichi, non più attuali e principalmente non funzionanti. Propone nuove frontiere in cui si realizzi, oltre all'intuizione di mercato e all’abilità imprenditoriale: uno sviluppo inclusivo e rigenerativo, indirizzato sia alla realizzazione economica, sia al miglioramento sociale e ambientale del proprio territorio; la creazione di imprese più urgenti, più ricche di senso, più umanamente opportune; in grado di generare non solo redditi e profitti, ma anche coesione sociale e benefici per i territori, non solo competitività e innovazione ma anche valorizzazione del capitale umano, non solo valore economico ma anche valore sociale.

Insomma un’economia che mette al centro la responsabilità sociale di impresa, valori etici e immateriali che acquistano un significato identitario per il pubblico sempre più attento all’etica dei comportamenti. Così veicolare certi valori identitari di vita e di azienda è una straordinaria azione di immagine da promuovere.

Per esempio in merito all’Europa. La vera chiave di volta del nuovo sistema europeo resta quella di tassare i prodotti venduti fuori dai suoi confini e provenienti da una filiera inquinante, impedendo lo svantaggio competitivo di chi produce in Paesi dove si può inquinare senza pagare.

I soldi che arriveranno con il recovery fund avranno anche questa origine, come ha spiegato la Von der Leyen. La stessa cosa deve essere fatta in futuro per il lavoro, impedendo che arrivi merce che non rispetti lo standard del lavoro degno necessario per produrla. E i consumatori hanno un grande potere in mano: quello di votare con il portafoglio le scelte imprenditoriali. Anche le aziende, però, possono incidere dal basso con le scelte di prodotti che rispettino quanto rappresenta i propri valori.

Nella visione dell’economia generativa rientra anche l’Economia del nuovo Umanesimo, per uno sviluppo dell’economia che sia sostenibile anche dal punto di vista sociale ed etico e che metta al centro la persona.

È l’economia del negozio sotto casa, che fa di un luogo una città e di una città una comunità, l’economia che connette le persone. Vogliamo con i clienti un rapporto che si nutre di buone relazioni, di fiducia, di cultura, di saperi, di valori. Che non verrà meno, nonostante nuove abitudini e attitudini, perché le persone avranno sempre desiderio di provare emozioni, di entrare in relazione con gli altri, di vivere esperienze. Gli strumenti digitali a disposizione serviranno ad aggiungere servizi ma non sostituiranno il commercio fisico, soprattutto di alcuni settori. I quali dovranno però puntare, oggi più che mai, a qualità, a vendere significati e non prodotti, all’esperienza di un acquisto che merita di essere assaporato e descritto, puntando allo slow shopping, all’acquisto di beni e servizi più qualitativo che quantitativo.

A proposito di qualità ci colleghiamo al nostro Paese e all’espressione più autentica della nostra economia. All’Economia della Bellezza che esalta il nostro Bel Paese. Che è sinonimo di bellezza per patrimonio culturale, artistico, monumentale, paesaggistico. E per qualità di vita, di alimentazione, di “buon gusto” e di design di alto livello.

L’Italia è considerata sinonimo di Bellezza. Anzi nella Bellezza l’Italia ha il suo talento, la sua identità. Non solo un elemento estetico. Ha storia, cultura e territorio, ma anche ricerca scientifica e avanguardia tecnologica, qualità dei prodotti e creatività progettuale. Si aggiunge la ricchezza del patrimonio agroalimentare, la capacità di costruire relazioni empatiche, eccellenza fatta di abilità e creatività. Una irripetibile pluralità che determina, nel suo insieme, quello “stile di vita” che il mondo intero ci invidia e tenta di imitare. Questa Italia non può più attendere. Va riconosciuta, guardata con attenzione, raccontata con passione.

Vogliamo un modello di sviluppo che crei valore economico e valori sociali. Questi non possono essere espressi solo nel Pil. Devono essere integrati da altri parametri, a cominciare da quello che chiamiamo FIL (Felicità interna Lorda) che deve diventare il misuratore delle felicità collettiva.

L’Economia della bellezza riconduce direttamente al valore etico delle nostre imprese non solo alla loro funzione economica. Al significato più profondo della bellezza che i greci chiamavano Kalos kai agatos, il bello è buono, il buono è bello, estetica ed etica.

Dobbiamo essere interpreti, a proposito di Italia, di quella che abbiamo chiamato Economia della Cultura e dei Saperi, che è la visione di sviluppo dalla forza dirompente di una nazione come l’Italia che, secondo alcune indagini, è addirittura il primo Paese al mondo per la sua influenza culturale. Il rilievo che la cultura assume nell’economia contemporanea è la sua capacità di produrre valore mediante significati. Per questo motivo puntiamo a una crescita che abbia nella cultura e nella bellezza, nella valorizzazione dei saperi e dei mestieri una dimensione cruciale. Secondo alcune indagini, l'Italia è addirittura il primo Paese al mondo per la sua influenza culturale.

Il Made in Italy è oggi, un brand internazionale che esprime qualità. C’è chi dice che siamo una sorta di super potenza culturale. Ma essere il Paese di Leonardo e Michelangelo non basta. Possiamo, su grandi figure come queste, creare il racconto, lo storytelling. Grazie a questa nostra storia, siamo in grado di creare la moda più bella, vini e cibo più buoni, arredi più eleganti, lo stile di vita più raffinato.

In un’economia simbolica conta sempre meno il valore d’uso dei prodotti (il prodotto per quello che è). Conta sempre di più, invece, la valenza simbolica ed evocativa che esprimono e raccontano i beni e le esperienze.

Il "quanto vale" contrapposto al "quanto costa" riduttivo e fuorviante in una visione della vita che mette al centro i valori.

Noi non vendiamo semplicemente oggetti, definiti dalla loro utilità. Vogliamo vendere, “significati" che generano emozioni. Produciamo cultura ed è questo che rende straordinari prodotti altrimenti ordinari. Per esempio, la moda italiana vende cultura, prima che pezzi di stoffa o di cuoio.

Per questi motivi la comunicazione più efficace dei prodotti Made in Italy, come si fa ad esempio con la moda, si fa attraverso la forza emozionale e comunicativa dei paesaggi, descrivendo il valore simbolico e iconico dei prodotti ancorandoli in modo viscerale alla cultura di cui sono espressione. L’Italia per la sua forza evocativa è il primo Paese al mondo e su questo dobbiamo puntare.

Con questo approccio possiamo sfidare i mercati globali, puntando a qualità e allo slow shopping. L’Italia è debole per competere sui prezzi ma può usare altre armi. Valorizzando attitudini e cultura, migliorando società e ambiente. Costruendo una economia che offre emozioni e abbia come base valori forti. Intendo per slow ciò che riduce l’impatto sull’ambiente, che ripensa la fretta rituale del consumismo. Per spingere gli acquisti, certo, ma che possono e devono essere meno frenetici e di qualità. Lenti, per essere assaporati, raccontati, descritti, perché offrono design, originalità, significati culturali, qualità, esperienze ed emozioni di piacere.

Per troppo tempo abbiamo pensato che la felicità dipendesse dal livello dei consumi. Siamo ora tornati a cercare la felicità in ciò che non ha prezzo. Inoltre consideriamo che le imprese non sono solo un fatto economico, ma una delle espressioni della “rigeneratività” in grado di affermare il nostro punto di vista nel mondo, il nostro sistema di valori, promuovendo la dimensione autenticamente umana e modelli di sviluppo sostenibili basati su qualità, cultura, relazioni, rispetto dell’ambiente, senso di comunità.

Tutto ciò si collega anche ai valori etici e ci conduce a quella che abbiamo chiamato in maniera anche suggestiva: L’Economia della Felicità.

Al di là della suggestione che evoca, c’è pertinenza tra felicità e mercato, come ci ricorda Antonio Genovesi, illuminista napoletano, che rappresenta le relazioni economiche non impersonali né anonime. Diceva: ”È legge dell'universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri”. Anche John Stuart Mill diceva: “Sono felici solamente quelli che si pongono obiettivi diversi dalla loro felicità personale: cioè la felicità degli altri, il progresso dell’umanità.(…) Aspirando in tal modo a qualche altra cosa, trovano la felicità lungo la strada.

A maggior ragione dopo il ciclone pandemico dobbiamo volare alto ed avere una visione verso cui vogliamo portare la società. E saperla comunicare scaldando i cuori. A ben guardare dietro questa visione c’è generatività.

Dati ed esperienza ci dicono che le persone sono felici se sono generative, ovvero se posseggono quella capacità della propria vita di essere utile e di avere un impatto positivo sugli altri.

Economia della felicità vuol dire migliorare la vita della gente. Di chi cerca il progresso senza disumanizzare. Senza lasciare nessuno indietro. Senza disuguaglianze o fratture. Per realizzare equità sociale e sostenibilità ambientale, un'impresa migliore in una società migliore.

La chiamano generatività, la capacità di azioni e comportamenti che aumentano la soddisfazione di vita e il bene comune. E di generatività, noi donne siamo attrici primarie. Noi diamo la vita nella vita. E dobbiamo concepire l’economia della felicità come portatrice di “generatività sociale” che crea valore per tutti, valore condiviso, in un approccio non più estrattivo, asfittico e sterile, ma contributivo, che sappia creare utilità e valore per gli altri.

L’economia della felicità vuole essere una nuova visione imprenditoriale. E una nuova prospettiva di mercato con lo sguardo rivolto al cambiamento in atto non solo nel tessuto economico, ma anche nella società.

Vogliamo un modello di crescita che realizzi l’armonia tra lo sviluppo, l’ambiente, il territorio e le persone che ci vivono. . Un’economia rigenerativa che abbia come obiettivo la salvaguardia dell’ambiente, che serva anche a migliorare la vita della gente.

Papa Francesco ha parole nette sul tema: “l’economia deve essere civica, mettere al centro le persone, lungimirante nelle scelte, dotata di buon senso, sostenuta da valori”.

Mettere al centro del sistema le persone, le famiglie e il nostro senso di comunità. La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, la collocazione dell’azienda in un territorio, la sua responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la riconversione generazionale, la conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza della persona rispetto alla tecnologia, il giusto salario, l’umanesimo.

Noi da tempo diciamo che dobbiamo coniugare tradizioni e territori, innovazione e ricerca, cultura e design, natura e ambiente, profitto e socialità. Vogliamo un rapporto stretto tra benessere e sviluppo, economia e democrazia, bellezza ed umanesimo, progresso e sostenibilità, responsabilità e socialità, qualità della vita e comunità, etica e felicità. Noi crediamo che questi sentimenti tra loro diversi possano unirsi in una visione globale dove il valore centrale va al di là del PIL. Occorre una visione più ampia: si deve valutare il valore sociale oltre al valore economico. Il valore generativo. Generativo anche di felicità.

Abbiamo scritto nel manifesto e ripetiamo: “Un’impresa senza valori non ha valore”.

E possiamo dire per rimanere in tema: valori generano valore!

Noi li abbiamo e su questo sapremo costruire valore economico per noi, le nostre aziende, la nostra economia e il nostro Paese.