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25 agosto, 2021

Dalle parte delle nostre sorelle afghane

Mentre in Italia lottiamo quotidianamente per attestare il valore della democrazia paritaria, e recuperare il pesante gap che ancora distanzia sul lavoro uomini e donne, ‘a poca distanza da noi’, le donne afghane vivono nel terrore di un nuovo medioevo.

In Afhganistan, i diritti delle donne sono da stati a lungo ostacolati dagli integralisti religiosi e dal potere talebano. Ma dopo la caduta del regime islamico, erano stati - almeno sulla carta - ripristinati i diritti civili base delle donne.

Permaneva comunque sempre una cultura arcaica, che ha sempre osteggiato qualsiasi forma di emancipazione femminile, limitando l’attività lavorativa e sociale delle donne ed impedendo la loro libertà purtroppo evidentemente anche di iniziativa imprenditoriale.

L’Afghanistan è sempre stato un Paese dove la violenza contro le donne dappertutto è molto alta. La mentalità afgana considera infatti purtroppo ancora le donne quasi come oggetti, le quali devono rimanere in casa e svolgere le mansioni domestiche senza ambire ad avere una loro autonomia lavorativa e meno che mai imprenditoriale. A questo si aggiunge un tasso molto basso di alfabetizzazione, di ostacolo alla formazione di strumenti attraverso i quali costruire il loro riscatto.

L'Afghanistan è uno dei paesi peggiori per condizione della donna. In alcune zone rurali, dove i capi tribù decidono tutto della vita delle persone, l'adulterio può essere anche punibile con la lapidazione; mentre in altre le adultere possono essere punite con la reclusione presso le case aiutando e servendo i loro capo tribù. In molte zone, è ancora imposto l'utilizzo del burqa, che copre l'intero corpo femminile dalla testa ai piedi; mentre nelle zone ‘più sviluppate’, come nella capitale Kabul, le donne indossano l'hijab.

Ad oggi, nel 2021, i diritti delle donne devono essere ancora pienamente riconosciuti. E Con il ritorno dei talebani, l'emancipazione femminile delle donne afgane è divenuta ancora più irraggiungibile.

Il quadro era già allarmante, ma adesso le decisioni americane rischiano di far precipitare l’Afghanistan in un tetro medioevo.

Le donne sono infatti tornate nel mirino dei  talebani, i quali hanno iniziato ad imporre numerose restrizioni nei loro confronti. Partendo dal divieto di uscire da casa senza essere accompagnate da parenti maschi. E per molte la separazione dai figli.

Le donne sono considerate come ‘oggetti’ e come tali potenziale parte del bottino di guerra dell’orda talebana. Quelle nubili che vivono fuori dalla famiglia sono a rischio. Quelle poi che si sono distinte per attività sociali o politiche sono le più a rischio.

Per tutte le donne viene tratteggiato un solo destino: stare a casa, sotto la vigilanza di un ’mahrams’, un guardiano maschio - padre, marito, fratello - solo in compagnia del quale potranno uscire, ‘imprigionate’ nel burqa.

Alcuni comandanti talebani hanno ordinato ai mujaheddin di entrare nelle case, verificare la presenza di donne non sposate o vedove fra i 16 ed i 45 anni e quindi di farsele consegnare dalle rispettive famiglie, perché destinate ad essere assegnate e sposate a combattenti islamici.

I talebani si comportano da cacciatori che braccano le donne nubili o vedove trattandole come prede di guerra. Le conseguenze inevitabili per le donne sono lo stupro, la sottomissione, le nozze forzate e una totale assenza di diritti umani oltre a quello del diritto allo studio al lavoro, per di più con l'obbligo di fare figli da destinare alla Jihad.

Questa azione brutale di ricerca casa per casa, con ispezioni molto aggressive e dalle conseguenze orribili, rivela un quadro talmente inquietante da non potere lasciare noi -occidente indifferenti ed inermi. Quelle perquisizioni riguardano anche noi, perché minano alle fondamenta il senso più basilare dei diritti inalienabili umani oltre che di auspicabile democrazia.

Le immagini che ci arrivano via etere sono terribili. Per non parlare della fatwa appena emanata nell'Università di Herat, che mette al bando l'educazione mista "perché radice di ogni male nella società".

Abbiamo il dovere di avanzare qualsiasi iniziativa necessaria  ad interrompere questa disumana regressione. L’Italia in primis perché siamo un punto di riferimento universale per la sua storia di cultura cattolica, di democrazia, di garanzia di diritti umanitari e di valori inalienabile.

Da parte di noi donne imprenditrici, impegnate in prima linea, il dovere di tendere una mano alle nostre sorelle afghane e chiedere l’attivazione immediata non solo di corridoi umanitari, ma anche di  avviare concrete iniziative per  favorire il loro riscatto sociale e culturale, consentendone l’alfabetizzazione e l’avviamento ad attività autonome di impresa.

Noi che sappiamo bene che nessuna libertà è autentica e solida se non attraverso l’indipendenza economica delle donne.