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17 ottobre, 2022

L’esercito delle nuove giovani imprenditrici: un capitale da promuovere con strumenti specifici

Sempre più giovani donne scelgono la via dell’impresa: le imprese giovanili rosa sono il 10,5% del totale delle aziende condotte da donne, contro un 7,6% di media dell’imprenditoria giovanile sul totale delle imprese.

L’imprenditoria femminile è quindi giovane, non solo considerando l’età di chi vi sta alla guida, ma anche l’età dell’impresa stessa. E perlopiù è giovane anche nelle modalità di gestione ed impostazione del business. Più dinamica quindi rispetto i trend di cambiamento.

Oltre il 77% delle imprese femminili ha difatti meno di 20 anni. Tra il 2010 e il 2019 si concentrano circa 584 mila imprese pari al 43,5% di quelle attualmente esistenti, mentre quelle nate nel decennio 2000-2009, oltre 306 mila, rappresentano il 22,8% delle femminili totali; l’11,1% delle imprese femminili è stato costituito negli ultimi due anni (149 mila).

Malgrado il vivace dinamismo nella nascita, le imprese femminili scontano però ancora una minore capacità di sopravvivenzaA 3 anni dalla loro costituzione, sopravvive infatti solo il 79,3% delle attività guidate da donne, contro l’83,9% di quelle a guida maschile; il 68,1%, dopo 5 anni, contro il 74,3% delle altre.

Nel 2016 si contavano 101.200 iscrizioni di imprese femminili, di cui il 3,7% si perde già nel corso dello stesso anno. A tre anni dalla nascita (anno 2018) le cessazioni sono il 20,7%, contro il 16,1% riscontrato per le imprese non femminili con una riduzione superiore a una impresa su cinque e corrispondente in via complementare a una probabilità di sopravvivenza del 79,3% e un gap rispetto alle altre imprese di 4,6 punti percentuali. Se si guarda ai valori a 5 anni (anno 2020), la soglia comunemente individuata per la conclusione della fase di start up delle attività, la “forbice” si amplia, con una quota cumulata di cessazioni non di ufficio che è del 31,9% (poco meno di una impresa su tre), laddove per le altre imprese il valore è del 25,7%.

Ciò si traduce in una probabilità di sopravvivenza a 5 anni che per una impresa femminile è del 68,1%, e un differenziale di 6,2 punti percentuali rispetto alle altre imprese, indicativo di una maggiore fragilità per le iniziative imprenditoriali a esclusiva o prevalente conduzione femminile.

Una volta terminata la fase di start up, le cessazioni non d’ufficio aumentano di 3,6 punti percentuali e portano le imprese femminili ad avere nel 2021 un tasso di sopravvivenza pari al 64,5% contro il 70,9% delle imprese non femminili.

Un’altra importante componente della base imprenditoriale femminile è quella anagrafica. Il considerevole ruolo che attualmente gioca l’imprenditoria femminile nel tessuto produttivo del Paese passa, in una visione prospettica, dalle dimensioni dell’imprenditorialità giovanile, fonte di garanzia per l’affermazione, anche nel domani, di generazioni di nuove donne imprenditrici.

La nascita di imprese guidate da giovani donne contribuisce in modo determinante a rafforzare di nuove competenze e know-how la forza imprenditoriale del Paese, perché, più in generale, i giovani sono portatori di novità prodotti e servizi, spesso innovativi tanto nella loro concezione quanto nel loro contenuto tecnologico, a cui si potrebbe ricollegare anche un aumento dell’efficienza della produzione.

Le imprese femminili giovanili (151 mila unità) rappresentano poco più dell’11% del totale delle imprese femminili, contro una percentuale minore per gli uomini (8,2%). Tuttavia nel 2021 si verifica un peggioramento della dinamica, con la diminuzione di quasi 2 mila imprese femminili giovanili che suggerisce che incentrare politiche per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile è un investimento ancora più necessario per il futuro della crescita economica del nostro Paese.

Un’evidenza che suffraga maggiormente l’importanza dell’impegno delle politiche a favore dell’imprenditorialità rosa, perché sostenere le imprese femminili significa anche sostenere maggiormente l’imprenditoria giovanile.

Serve però un nuovo approccio delle imprenditrici verso modelli aziendali più strutturati. Le società di capitali condotte da donne sono infatti aumentate del +2,9% rispetto al 2020, arrivando a rappresentare oltre il 24,3% delle imprese femminili, mentre il numero delle imprese individuali, che restano, comunque, la forma giuridica più diffusa nell’universo imprenditoriale femminile, rimane sostanzialmente stabile, rispetto ad una riduzione delle società di persone dell’1,9%.

In merito all’età dell’impresa, ci sono due ulteriori aspetti degni di nota. Il primo concerne la necessità di proteggere il capitale imprenditoriale femminile di più lunga data salvaguardandone la business experience in termini di conoscenza dei mercati esteri, di relazionalità con altre imprese in una logica di filiera e di solidità patrimoniale. Il secondo riguarda il supporto alle start-up, soprattutto al sud (dove il tasso di mortalità imprenditoriale è più elevato), affinché anche queste possano costituire quel capitale imprenditoriale più ‘anziano’ importante per il processo di costruzione del know-how produttivo e di coesione sociale del territorio.

Ed allora chiediamo al formando Governo che questo straordinario potenziale venga supportato da strumenti dedicati che siano in grado di promuoverne la crescita ma anche in grado di garantire le condizioni per competere sui mercati. La parità di genere nel mercato significa infatti pari condizioni di competitività. Che ad oggi ancora non ci sono. Chiediamo di imprimere una svolta a questo tema che è dirimente per la crescita e lo sviluppo della nostra economia.