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11 ottobre, 2022

Made in italy in pericolo se non si interviene sul fenomeno criminale della contraffazione

Il settore della moda rappresenta un comparto produttivo rilevante, che crea valore economico, in termini di Pil, occupazione, imprese, know-how. Costituisce uno dei pilastri di quel Made in Italy che fa riconoscere il nostro Paese nel mondo come eccellenza di qualità, bellezza e design.

Uno straordinario patrimonio di imprese che esprimono saperi e competenze e operano con talento, creatività ed innovazione. Pedine fondamentali dell’economia della bellezza.

Un universo vitale in grado di orientare stili di vita, comportamenti sociali e immaginario collettivo, oltre che di generare valore. E che però deve essere tutelato e protetto da fenomeni ad oggi ancora troppo trascurati come la contraffazione.

Se il settore dell’abbigliamento detiene una tradizione manifatturiera di elevata qualità e si colloca tra i più grandi esportatori mondiali, è però minato da un sistema parallelo di contraffazione e di mercati illeciti, che vanno dalla vendita in strada, sulle spiagge, nelle bancarelle. Un fenomeno sempre più in crescita, in assenza di una specifica normativa che protegga il mercato ‘sano’ dal commercio abusivo.

Il Rapporto sulla contraffazione nel settore tessile-moda del MISE presentato in occasione della Settimana Anticontraffazione mostra chiaramente la dimensione del problema.

La contraffazione ha un valore di mercato di 7 miliardi e 208 milioni di euro. Significa un fatturato ‘parallelo’ (a quello che paga le tasse) pari a 2 miliardi e 386 milioni di euro per il solo comparto abbigliamento, che rappresenta ben il 33,1% dell’intero fatturato del falso.

La contraffazione è un problema per tutta la filiera della moda ma anche per il Paese.

Fenomeni illegali come la contraffazione e l’abusivismo rappresentano, soprattutto poi in momenti di crisi dei consumi, un’inaccettabile forma di concorrenza sleale che contribuisce ad alimentare la malavita e ad arricchire la criminalità organizzata.

La contraffazione penalizza tutti quei commercianti che pagano le tasse ed assumono regolarmente i lavoratori, e che nel rispetto delle leggi ed investono in ricerca, sviluppo, innovazione ed immagine. Tutti quegli imprenditori che vendono nei negozi tradizionali prodotti originali e Made in Italy. Contribuendo così a rendere più belle ed attrattive le nostre città.

Il mercato del contraffatto viene infatti alimentato da gente disposta a comprare un prodotto illegale che non solo viola i diritti intellettuali, non rispetta il talento degli stilisti, preda sulla creatività e sul design delle aziende, ma danneggia in generale il valore del made in Italy svilito dall’invasione di prodotti contraffatti.

Vale la legge di mercato: l’offerta tiene sin quando esiste una domanda.

Il primo motivo dei dati sulla contraffazione va allora ricercato nell’assenza di cultura della legalità nei cittadini italiani che manifestano un atteggiamento assolutorio verso se stessi a seguito di un acquisto di un prodotto contraffatto.

In base ad uno studio Confcommercio ben oltre il 70% di chi ammette di aver fatto acquisti di prodotti contraffatti è consapevole che gli acquisti rappresentano un danno per l’economia nazionale e contribuiscono ad alimentare la criminalità. Eppure acquistano lo stesso, per la propria convenienza economica.

Il primo punto su cui agire è dunque formare una cultura all’acquisto legale.

Occorre un’educazione all’acquisto e all’etica, a partire proprio dai più giovani, che sono consumatori di articoli di moda di tendenza, aiutandoli ad includere nella loro scala di valori, non ancora consolidata, la piena consapevolezza dei rischi e dei danni della contraffazione.

Danni legati alla sostenibilità ambientale e sociale (a cui gli stessi giovani sappiamo dare importanza), alla sicurezza di lavoratori e consumatori, ma anche danno allo Stato (a cui il commercio abusivo sottrae una quota significativa di gettito).

La seconda ragione è che la vendita avviene prevalentemente sotto i nostri occhi. Assumendo nella non il carattere di reato, ma quasi di ‘normalità’. La vendita del prodotto contraffatto avviene dinanzi agli occhi di tutti, nelle nostre migliori piazze, nei nostri più bei borghi marinari, nelle più appetibili isole pedonali.

Contribuisce a degradare i siti più belli delle città, presi d’assalto da bancarelle, tappeti di prodotti contraffatti e portatori di degrado. In contrasto con la politica di rigenerazione urbana e di valorizzazione della bellezza a cui vogliamo tendere.

La contraffazione non può essere, come spesso è considerato, un reato ‘minore’, anche perché abusivismo e contraffazione sono attività collegate a fenomeni di crimine organizzato.

Il secondo punto riguarda allora la necessità di controlli e di un’attività di prevenzione e repressione che contrasti quelli che sono dei reati. Contro le imprese e contro lo Stato.

Serve agire verso la composizione di un quadro normativo realmente efficace che riveda le sanzioni, e le applichi, ai consumatori (introdotte nel 2005) per l’acquisto di beni contraffatti che, per mere ragioni burocratiche, oggi non sono facilmente riscuotibili; agevoli la distruzione della merce contraffatta, senza attendere i tempi lunghi della definizione del processo penale; intervenga, non solo sulle fattispecie di abusivismo commerciale in senso stretto, ma anche nei casi di effettiva concorrenza sleale: quando cioè una disciplina di maggior favore viene indebitamente utilizzata al solo scopo di avvantaggiarsi sulle imprese concorrenti eludendo la disciplina di settore; rafforzi la difesa del “Made in” a livello nazionale e comunitario; contrasti concretamente la contraffazione via internet; solleciti e promuova accordi volontari e codici di autoregolamentazione; estenda in maniera massiccia l’azione di informazione e formazione del consumatore sui rischi derivanti dall’acquisto di prodotti contraffatti (rischi penali, potenziali danni derivanti dall’utilizzo di materiali pericolosi per la salute e per l’ambiente, mancanza di garanzie di qualità, aspetti etici e sociali).