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29 ottobre, 2022

Voglio essere donna, mamma, nonna, imprenditrice e LA presidente

Sono nata femmina. Il mio genere è il femminile.
Il primo atto formale di certificazione con cui i miei genitori mi hanno presentata ufficialmente al mondo è stato registrarmi come ‘femmina’.
Mi hanno chiamato Patrizia e sono stata LA bambina Patrizia, LA scolara e LA studente Patrizia, LA imprenditrice Patrizia. Poi LA mamma Patrizia. Sino alla gioia di diventare LA nonna Patrizia.
Sono anche LA presidente di Confcommercio Palermo e LA vice presidente nazionale di Confcommercio Imprese per l’Italia.
Sostengo da sempre la democrazia paritaria: che è il riconoscere che esiste il maschile ed il femminile ed entrambi devono essere equamente rappresentati. 
Ho salutato come un traguardo finalmente raggiunto LA prima donna Presidente del Consiglio. Perché da ora in avanti avremo finalmente anche una rappresentazione al femminile della guida del nostro Paese.
Per quello che riguarda le mie cariche associative non siamo dinanzi alla Costituzione, e per fortuna tutte le disquisizioni di questi giorni non incrinano la mia decisione di essere chiamata LA presidente e non il presidente.
E’ una decisione che ho preso sin dal primo giorno perché sono consapevole che quell’articolo determinativo ‘LA’ cambia il modo di interpretare la leadership e di svolgere il proprio ruolo.
Io non sono “neutra” da quando sono nata: dall’iscrizione all’anagrafe in poi, non lo sono stata.
Non vedo perché rinunciare allora in un ruolo conquistato.
Perché una volta all’apice dovrei rinunciare a ciò che mi connota?
Perché neutralizzare come se essere femmina non rappresentasse più il ruolo, che non mi pare sia ‘maschio’ e quindi non vedo perché il ruolo vada declinato al maschile per essere “istituzionale” e normativamente valido.

Questa ‘immanenza’ perpetua che preclude evoluzione e cambiamento mi pare che si voglia applicare solo alle cose che, anche se simboliche, presupporrebbero  un’evoluzione di riconoscimento e di consapevolezza sui modelli. 

Io continuo a sostenere che essere La presidente rappresenta un differente modello di leadership.
Non è detto che sia migliore ma differente sì. 
Mi auguro che nei fatti anche chi pervicacemente si ostina a farsi chiamare con il genere maschile (sostenendolo come significato neutro e valido “istituzionalmente”) alla fine sia capace di non omologarsi ad una leadership al maschile ma esprima pur sempre una “guida” femminile.
Non per rivendicazione ma per natura, per sensibilità, per tendenza alla cura e a tutti quei valori che di fatto sappiamo che noi donne rappresentiamo.

E grazie ai quali potere aspirare a cambiare la nostra società. E allora se siamo tutti d’accordo sul fatto che siamo differenti, se lo siamo nei fatti, lo saremo anche nel ruolo. E se questa ‘differenza’  c’è, perché allora non affermarlo con la declinazione femminile?
La negazione della declinazione del genere mi appare come la negazione di un modello che rappresenta una declinazione differente del modus operandi. 
È davvero un peccato che la prima donna presidente del consiglio non affermi una sua autorevole differenza di genere.
Purtroppo, e questa è la prova, non  tutte siamo dotate di cultura di genere che ci insegna che declinare al femminile non toglie nulla all’autorità del ruolo, ma semmai aggiunge autorevolezza alla rappresentanza femminile.
Ed allora, confermo di  essere donna, mamma, nonna, imprenditrice e LA presidente.