patriziadidio.com Rss https://www.patriziadidio.com/ Presidente nazionale gruppo terziario donna di Confcommercio it-it Wed, 25 Nov 2020 00:00:01 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 patriziadidio@lavieenrose.it (Patrizia Di Dio) patriziadidio@lavieenrose.it (Patrizia Di Dio) Archivio https://www.patriziadidio.com/vida/foto/sfondo.jpg patriziadidio.com Rss https://www.patriziadidio.com/ 25 Novembre: Educhiamo all’Amore ed al Rispetto https://www.patriziadidio.com/post/681/1/25-novembre-educhiamo-all-amore-ed-al-rispetto-

Qualche tempo fa mi è stato chiesto di raccontare i miei pensieri in forma di favola, per un’iniziativa editoriale di Navarra Editore che punta ad educare attraverso il racconto di storie che possano essere un riferimento per le nuove generazioni. Un libro che uscirà tra poche settimane, che vede il racconto in forma di fiaba dei pensieri di chi, come me, ha ruoli anche di impegno sociale.

Essendo mamma, figlia, sorella, e da qualche anno anche nonna di due meravigliosi bambini (una bimba di 5 anni ed un bimbo nato in questa epoca di grandi cambiamenti che è l’era covid) non ho avuto dubbi su quale fosse l’argomento che più di tutti mi nasceva da dentro: l’educazione al rispetto e all’amore come base per un mondo migliore.

Un argomento su cui voglio soffermarmi proprio oggi, 25 novembre, nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Perché, e ne sono fermamente convinta, il contrasto alla violenza parte dall’educazione culturale alla cura, al valore della diversità , ma soprattutto dall’educazione al rispetto e all’amore.

Come tutte le fiabe anche la mia non poteva che iniziare con <C'era una volta>. E ad iniziare sono proprio una mamma e un papà alle prese con l’educazione dei propri figli che provano a costruire un modello che insegni loro a rispettare gli altri, a rispettare sé stessi, a crescere educandoli all’amore.

Il senso della famiglia, l’arte di educare ed accudire, la cura delle cose e delle persone. Ma anche il rispetto dei ruoli e l’interagire nella crescita comune.

Insegnare a occuparsi di tutto, a comprendere molte cose, per diventare adulti consapevoli e liberi. Liberi di manifestare amore e a prendersi cura degli altri anche con gesti semplici. Sostenendo gli altri con piccole azioni ogni giorno, partecipando nei fatti a ciò che agli altri serve.

Insegnare che volere bene significa innanzitutto rispetto di chi amiamo. Che non ci sono solo, con l’amore, gesti grandi ed eclatanti, ma anche vicinanza nelle piccole cose, piccoli aiuti e sostegno dentro e fuori casa. Che insieme al coraggio la vita deve essere fatta di generosità ed impegno, di empatia.

L’educazione di un piccolo uomo deve essere educazione al rispetto degli altri, al valore della diversità, ma anche alla libertà.

La favola racconta di una rivoluzione gentile, la scelta di una donna – e attraverso lei di una famiglia - di educare il figlio, sin dai suoi primi giochi, a realizzare la sua libertà, per vivere nella terra ma sapendo anche sognare le stelle.

Una rivoluzione gentile che lo ha fatto crescere uomo vero, padre e maestro di buoni padri. Per costruire un mondo migliore. A partire dagli uomini. È questa la prima vera sfida. Partire dall’educazione degli uomini. Dall’educazione nelle famiglie.

E allora parta qui, nella giornata del 25 novembre, in un anno in cui la pandemia ha solo reso ancora più grave la ferita della violenza di genere, l’invito a contribuire, anche noi donne, con piccoli  ma significativi gesti, educando fin da piccoli gli uomini del futuro  all'amore ed al rispetto.

Contribuire con piccoli gesti, come quelli di una mamma per trasmettere al figlio che amando non si provano solo grandi passioni, ma si sostengono gli altri con piccole azioni ogni giorno, si partecipa nei fatti a ciò che agli altri serve. Gesti attraverso cui il piccolo imparò, insieme ai suoi primi passi, che volere bene significa innanzitutto rispettare chi amiamo. Che non ci sono solo, con l’amore, gesti grandi ed eclatanti, ma anche vicinanza nelle piccole cose, piccoli aiuti e sostegno dentro e fuori casa.

Nella mia piccola favola racconto di un uomo che imparò dai giochi fatti nell'infanzia con ad essere un compagno di vita, un padre, un Uomo. Un Uomo libero da preconcetti sbagliati. Un Uomo che conosce bene il significato della parola Rispetto e Condivisione.

Insegniamo sempre ai nostri figli il valore dell’amore. Per onorare tutte le donne vittime di violenza.

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Wed, 25 Nov 2020 00:00:01 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/681/1/25-novembre-educhiamo-all-amore-ed-al-rispetto- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
E’ il momento di mettere in campo nuove leadership https://www.patriziadidio.com/post/679/1/e-il-momento-di-mettere-in-campo-nuove-leadership

Nei miei anni di Presidente nazionale di TerziarioDonna Confcommercio, insieme alle mie colleghe imprenditrici consigliere del gruppo, mi sono battuta per portare avanti un modello valoriale di impresa improntato all’affermazione di nuove leadership che promuovano l’economia del Paese e si affermino per capacità e merito.

Da questo intenso e costante lavoro nasce il Manifesto del Terziario Donna, non solo come esplicitazione di valori, ma anche come proposta di nuovi modi di fare impresa e di svolgimento di ruolo attivo nell’ambito dell’associazionismo, contribuendo non solo a rappresentare e difendere interessi, ma anche realizzando l’impegno ad essere protagoniste del cambiamento.

TerziarioDonna ConfCommercio ha lavorato in questi anni - e non senza incontrare resistenze - per incidere sul cambiamento culturale necessario. Per affermare, nel sistema associazionistico e nella società, nuovi modelli di economia fondati sulla leadership generativa, ovvero leadership capaci di creare valore e generare azioni di cambiamento sociale ed economico.

Per rafforzarsi in questo processo, che ha già fortemente inciso tanto che alcuni modelli portati avanti dal Gruppo sono oggi al centro del dibattito nazionale (come l’Economia del nuovo Umanesimo o come per ultimo l’Economia della Bellezza richiamata anche nel Recovery Plan Act dal governo nazionale), è diventato improrogabile investire in modo mirato nella crescita del capitale umano, partendo proprio da quello che è il capitale sottoutilizzato, quello delle imprenditrici e più in generale delle donne.

Questa fase di crisi non ci ha fermate e ci ha viste ancora impegnate a rafforzare il nostro lavoro di <costruttrici di cambiamento> e a sviluppare la diffusione di nuove leadership capaci di disseminare sul territorio il modello di impresa affermato dal Manifesto.

Il capitale di idee, intelligenze, talenti, valori, modelli sviluppato in questi anni dal Gruppo Terziario Donna, che ha finito per incidere anche nel sistema ConfCommercio e nel pensiero economico di ultima generazione, non può essere sprecato. Ma deve diventare leva di cambiamento per governare - tutti insieme - questa crisi di dimensioni epocali.

E’ importante che insieme a questo capitale conoscitivo ed esperenziale che si è formato negli anni - lavorando sui territori con la perseveranza e la tenacia di cui noi Donne siamo capaci - contribuisca ora all’affermarsi di nuove leadership che si distinguano non per il genere ma per merito e competenza e che siano veramente in grado di contribuire all’innovazione culturale ed imprenditoriale che il rilancio dell’economia richiede con urgenza.

Proprio come indica il punto 17 del Manifesto <Servono nuove leadership, Che si affermino per capacità e merito. Che promuovano l’economia nel Paese. Non mortificando, anzi esaltando il lavoro e la sua dignità>.

Ed è puntando a queste “nuove leadership” che si deve investire, partendo proprio dall’Associazione e dalla rete di relazioni che Confcommercio mette in moto su tutto il territorio nazionale, sviluppando una rete di comunità che metta in circolo impresa, famiglia, società e che esalti il lavoro come valore sociale, non solo economico.

Il percorso di consapevolezza di impresa e di visione al femminile sviluppato in questi anni dal Gruppo Terziario Donna punta a questo, a supportare la definizione di nuove leadership in grado di portare avanti le visioni che servono a rilanciare l’economia.

Diventa quindi sempre più necessario investire nelle competenze che permettano di valorizzare il capitale umano delle organizzazioni, fornendo loro la per facilitare il cambiamento e sviluppare il potenziale delle imprese associate.

Terziario Donna lancia proprio questo mese un percorso integrato di formazione per le sue presidenti e consigliere ma anche per le sue associate finalizzato a costruire le abilità personali e relazionali necessarie ad assumere e gestire con appropriatezza posizioni lavorative basate su particolari competenze, ma anche a far evolvere l’organizzazione verso la trasformazione richiesta dalla necessaria rivoluzione dell’impresa che caratterizza oggi il sistema.

Questo percorso di investimento sulla nostra classe di imprenditrici, che abbiamo voluto chiamare <Essere leader al femminile>, vuole sostenere lo sviluppo di una classe di nuove leadership, perché ancora una volta ribadiamo che la democrazia paritaria è un fatto di economia. E perché senza integrare la visione economica con la visione “al femminile” dei temi economici non vi potrà essere né progresso, né ripresa.

Con questa iniziativa, che assume una valenza ancora più significativa oggi che il Paese ha bisogno di mettere in moto tutte le sue migliori forze, miriamo a sviluppare le competenze necessarie per affermare, nei contesti lavorativi caratterizzati da alta complessità e nei sistemi multirelazionali tipici delle moderne organizzazioni, capacità di leadership che oltre a fare, fanno bene. Esattamente nella direzione tracciata dal punto 12 del Manifesto : <Per noi “fare” significa una cosa sola: fare bene. Dove “bene” significa, pur con i nostri limiti, fare ogni giorno il meglio che possiamo, fare bene e farlo da persone perbene>.


 

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Sun, 15 Nov 2020 07:30:00 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/679/1/e-il-momento-di-mettere-in-campo-nuove-leadership sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Sarò la prima, ma non sarò l’ultima https://www.patriziadidio.com/post/680/1/saro-la-prima-ma-non-saro-l-ultima

L’avvocata Kamala Harris sarà la nuova Vice Presidente degli Stati Uniti. Un momento epocale, destinato a cambiare la storia.

Con la sua esperienza porterà quella visione al femminile di cui l’America (e tutto il mondo) ha bisogno. La sua visione di donna, il suo sguardo multietnico della società, il suo impegno per un mondo giusto, la sua propensione al dialogo multiculturale.

Il suo dinamismo e la sua determinazione hanno già fatto la differenza. Se pensiamo che tutto nasce da un contrasto tra lei e Joe Biden e che lo ha conquistato proprio per non avere mai mollato rispetto ai suoi convincimenti ed alle sue battaglie in difesa dei diritti.

Eletta senatrice della California tre anni fa, Kamala Harris decise infatti di tentare la scalata alla Casa Bianca. Più di un anno fa, al primo dibattito televisivo tra i candidati democratici, si impose all’attenzione dell’America per la sua determinazione e per l’attacco lanciato al favorito, Joe Biden, proprio sulla questione razziale. A corto di fondi, nel dicembre dello scorso anno Harris fu costretta a ritirarsi dalla corsa della Casa Bianca prima ancora dell’inizio della stagione delle primarie. Ma l’11 agosto Joe Biden, ha scelto proprio lei per il ticket democratico riconoscendo il suo valore e l’apporto che poteva dare in termini di nuova visione. E forse anche il valore di come Kamala Harris ha difeso anche con lui le sue ragioni.

Radici indiane ed afroamericane, Kamala Harris rispecchia l’evoluzione multietnica della società americana. Affascinante, empatica, progressista su economia, ambiente, immigrazione e diritti civili, si è conquistata anche la fama di strenuo difensore del rispetto della legge maturata quando è stata eletta procuratore capo della città di San Francisco, per poi prendere la guida del sistema giudiziario dell’intera California. Merito e competenza.

Joe Biden e Kamala Harris hanno vinto e convinto perché non si sono presentati come un Presidente ed una Donna ma come un’alleanza forte di visioni ed impegno improntata alla democrazia paritaria. Ed è stata una scelta vincente che ha sconfitto ogni pronostico.

Kamala è la prima donna a entrare nell’ufficio di presidenza degli Stati Uniti. E si gioca la possibilità di segnare profondamente la politica americana per 12 anni: 4 anni da vice e - perché no - 8 da presidente, se quella del 77enne Biden sarà una leadership di un solo mandato che lancerà la candidatura della sua vice nel 2024.

La prima donna nera e indiana americana a rappresentare la California al Senato degli Stati Uniti, Kamala Harris è cresciuta credendo nella promessa dell'America e combattendo per assicurarsi che la promessa fosse mantenuta per tutti gli americani.

Kamala ha ereditato il valore del fare dai suoi genitori: il padre di Kamala è infatti immigrato negli Stati Uniti dalla Giamaica per studiare economia e sua madre è emigrata dall'India per insegnare. La madre di Kamala l’ha cresciuta dicendole, lo racconta la neo VicePresidente : "Non sederti e lamentarti delle cose, fai qualcosa". E Kamala non si è seduta e non si è lamentata, nemmeno quando sfidava sistemi più grandi di lei. Kamala ha fatto, e come piace dire al Terziario Donna, ha fatto bene da persona perbene.

Kamala ha iniziato a combattere per le famiglie che lavoravano nell'ufficio del procuratore distrettuale della contea di Alameda, dove si è concentrata sul perseguimento dei casi di violenza sessuale su minori. Da lì, è diventata la prima donna di colore eletta come procuratore distrettuale di San Francisco. In questa posizione, ha avviato un programma per offrire ai criminali per la prima volta una seconda possibilità di conseguire un diploma di scuola superiore e trovare un lavoro.

Le sue parole nel momento dell’insediamento sono per noi tutti un insegnamento di vita, ma soprattutto un monito a non mollare mai.

<La democrazia non è garantita: dobbiamo avere una forte volontà di difenderla, salvaguardarla, non darla mai per scontata. Questo richiede una battaglia, dei sacrifici, ma anche gioia, perché noi, il popolo, abbiamo il potere di costruire un futuro migliore. Quando l’essenza della nostra democrazia era in gioco durante queste elezioni e il mondo ci guardava, voi avete dato vita ad un nuovo giorno, una nuova alba per l’America.

Anche se sono la prima a ricoprire questa carica, non sarò l’ultima. Ogni bambina, ragazza che stasera ci guarda vede che questo è un paese pieno di possibilità. Il nostro paese vi manda un messaggio: sognate con grande ambizione, guidate con cognizione, guardatevi in un modo in cui gli altri potrebbero non vedervi. Noi saremo lì con voi.>

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Mon, 9 Nov 2020 15:00:00 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/680/1/saro-la-prima-ma-non-saro-l-ultima sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Il ruolo delle imprese nella ripartenza https://www.patriziadidio.com/post/678/1/il-ruolo-delle-imprese-nella-ripartenza

Per le imprese un nuovo stop.

Un pesante stop, perché interviene mentre siamo ancora impegnati a ricostruire i bilanci delle nostre imprese. Un altro pugno sullo stomaco, difficile da superare.

Ma stavolta non ci deve cogliere impreparati. L’esperienza vissuta sulla nostra pelle, tra incertezze, errori e assenze da una parte, il bisogno di dovere ripartire ed i sacrifici che ci sono costati dall’altra, ci hanno dato tanti elementi di conoscenza che adesso possiamo mettere in campo.

Sappiamo bene il ruolo che abbiamo noi imprenditori - ed ancor più noi “piccoli e medi“ imprenditori - nel sistema economia del Paese. Ma anche il ruolo fondamentale di noi associazioni di categoria, che siamo la cerniera fondamentale tra sistema produttivo e sistema di governo.

Un ruolo che negli ultimi tempi non ha trovato ascolto e spazio nelle agende di governo. E alcuni degli errori commessi in passato dai governi (ad ogni livello istituzionale) credo siano anche riconducibili al venir meno di un patto virtuoso di alleanza che miri alla crescita equa e sostenibile del Paese. Dove ognuno faccia la sua parte.

Noi imprenditori e imprenditrici l’abbiamo provato a fare. Ad accantonare lo smarrimento, la paura e a tirare fuori l’audacia. Quella forza quasi sovrumana che viene fuori quando la nave sta per affondare, ed allora sai che devi mettercela tutta. Lo devi fare per te stesso, per la tua famiglia, per i tuoi lavoratori, per i tuoi clienti. Per la tua città. Perché se si spengono le luci dei negozi, si spengono le città.

Sono giornate lunghe quanto una vita. Giornate frenetiche, in cui non ci possiamo permettere di abbassare la guardia un attimo. La sera andiamo a letto come le tartarughe che incassano la testa dentro il guscio sperando che non si abbatta su di noi qualcos’altro; assolutamente inermi, pronti ad incassare il prossimo colpo sperando che la nostra corazza possa ancora reggere. La mattina ci alziamo ritirando fuori tutta la grinta e la forza di un leone, per affrontare tutto ciò che occorre fare! Ciò che ad un imprenditore tocca intra-prendere. E così ritroviamo la nostra energia con la fierezza tipica dei leoni pronti ad entrare nuovamente in arena. Con la voglia di uscire fuori e riaccendere a pieni giri il motore della nostre imprese. Pronti a reagire.

Ma ripartire non dipende solo da ciò che possiamo fare noi, ma da ciò che va fatto da tutti a tutti i livelli. Presto e bene.

Per ripartire serve dialogo!

Migliore programmazione e più coordinamento: questo chiediamo a chi ha responsabilità di governo.

Per recuperare i ritardi e per sanare gli errori. Occorrono precauzione, adeguatezza e proporzionalità. E chiarezza. Serve sedersi tutti attorno ad un tavolo e offrire ognuno la sua competenza e la sua prospettiva, contribuendo a fare la sua parte per uscire da questa crisi, sanitaria ed economica, epocale.

C’è un dato tra tutti che esprime il ruolo che noi imprese possiamo offrire alla ripartenza, se messe in grado di farlo. Abbiamo visto il dato sull’attività economica nel terzo trimestre dell’anno in corso : il PIL è cresciuto del 16,1% congiunturale. Ben oltre ogni ragionevole aspettativa.

Provo a dare una lettura di quell’impennata che sa di miracoloso. Non da economista, ma da imprenditrice, che vive ogni giorno il fare impresa. Il motivo di quell’impennata positiva fotografa l’impegno e la fiducia nel futuro che abbiamo riposto noi imprenditori, la voglia di salvare le nostre aziende e ricostruire l’Italia. E la fotografa perché quando abbiamo riaperto dopo il lockdown primaverile, abbiamo ripreso a far girare l’economia. Anche se con le perdite e l’assenza di fatturato del periodo di chiusura sulle spalle, anche se i ristori ricevuti non erano sufficienti anzi molto incapienti, ci siamo rimboccati le maniche ed abbiamo “riacceso il motore” delle nostre aziende. Abbiamo con fiducia e audacia ripreso consegne, ordini, spedizioni, investimento in assortimenti, in nuove modalità di vendita, in nuovi prodotti, in processi digitali, assunto nuovo rischio di impresa. E lo abbiamo fatto mettendo il piede sull’acceleratore, per cercare di recuperare tempo e fatturati persi.

Dietro quell’indicatore positivo, nonostante tutte le migliaia di imprese che non ce l’hanno fatta, c’è il miracolo della piccola e media impresa italiana; ci siamo noi imprenditori e imprenditrici e tutti i nostri collaboratori, che con una grinta straordinaria, con uno spasmodico sforzo, ci siamo rimessi in piedi e abbiamo cercato di fare in poche settimane ciò che si fa in mesi o forse anni.

Ma adesso chiediamo che questa fiducia e questa audacia appartengano a tutti. In uno sforzo comune. Occorrono investimenti, riforme e misure urgenti. E’ ora di sederci intorno ad un tavolo tutti insieme e riaccendere i motori dell’Italia. Noi continueremo a crederci.

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Sun, 8 Nov 2020 12:56:47 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/678/1/il-ruolo-delle-imprese-nella-ripartenza sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Un nuovo impegno, con i valori di sempre https://www.patriziadidio.com/post/677/1/un-nuovo-impegno-con-i-valori-di-sempre

Ai portatori sani di cambiamento
A chi desidera essere protagonista del proprio futuro>

 

 

La mia nomina a VicePresidente di ConfCommercio Rete per le Imprese è qualcosa che mi onora e mi impegna con determinazione e con la consapevolezza della responsabilità del compito che mi è stato affidato, soprattutto in questo momento in cui l’Italia vive una delle sue stagioni economiche più difficili.

Sono fiera e commossa per il nuovo ruolo e grata per la fiducia che il Presidente Sangalli ha voluto riporre in me, alla mia storia di impegno.

Per me rappresenta un grande riconoscimento anche perché so di rappresentare le Donne e tutti coloro a cui è dedicato l’incipit del Manifesto del Terziario Donna.

La vicepresidenza nazionale della più grande rappresentanza delle imprese in Italia sarà un’altra importante tappa di un cammino, lungo più di venti anni, fatto di impegno e dedizione dedicati alla nostra organizzazione, cominciato nel gruppo giovani e proseguito nel tempo con immutata passione e spirito di servizio. Sono pronta dedicarmi a questa nuova responsabilità, con la serietà e la professionalità di sempre e con la volontà precipua di fare sistema con i vertici della nostra Organizzazione e con la sua base.

Dedico questa nomina sia alle imprenditrici del “Terziario donna”, con le quali condivido da anni visione, valori, etica e impegno civile, che alla squadra di Confcommercio Palermo che negli ultimi anni mi è stata al fianco in tante battaglie difficili e che tante altre battaglie dovrà intraprendere per salvaguardare la vita di tante aziende in un momento particolarmente difficile per la storia di questo Paese.

Ma, permettetemi, dedico questo rinnovato impegno soprattutto alla mia famiglia.

Lì nascono i miei valori di vita, il mio impegno imprenditoriale, la passione civica. Con i miei familiari e mia figlia, tutti imprenditori, sappiamo quanto sia complicato fare impresa e quanto drammatico sia questo momento per gli italiani tutti, per gli imprenditori in particolare, per chi opera al Sud ancora di più. E senza di loro, non avrei avuto le motivazioni con cui sono cresciuta, per impegnarmi per un mondo migliore, più giusto, più equo.

E la dedico a me, per tutte le volte che non ho mollato e che ho sempre portato avanti i valori del bene comune a cui non ho mai rinunciato.

I valori praticati nell’interesse di tutti non sempre producono buoni frutti, ma a volte capita! E posso dire che in tal caso è una soddisfazione immensa!

Sono felice di intraprendere questo nuovo incarico, con rinnovato impegno e con la passione che ho sempre messo in tutte le mie azioni, avendo a cuore il bene delle imprese e del territorio e, ultimo ma non meno importante, il progresso della società.

Citando il Manifesto del Terziario Donna, con cui ho lavorato a lungo in questi anni insieme a tutte le colleghe imprenditrici e consigliere del Gruppo, “lavoriamo insieme per essere protagoniste del cambiamento e del futuro, dando compimento così alla rappresentanza, al nostro ruolo nella società”.

Da anni parliamo del  grave deficit di democrazia che vede la presenza femminile costantemente sotto-rappresentata nei luoghi della rappresentanza politica, istituzionale, ma anche nelle Associazioni di categoria e sosteniamo che il tema della democrazia paritaria va ben oltre quello delle cosiddette “quote rosa”. L’adeguata presenza di genere è un percorso di garanzie, non di semplici “riserve” e riguarda l'intera Società perché la scarsa presenza di donne ai vari livelli della vita economica, politica e sociale e nella governance di un Paese è, anzitutto, una questione culturale, la dimostrazione dell’arretratezza culturale di un Paese, una questione di civiltà che rivela una grave carenza di democrazia e pone un problema di legittimità dei risultati perché impedisce che si tenga pienamente conto degli interessi e delle esigenze di tutta la popolazione nel suo complesso. E non ultimo, è un problema di natura economica, perché si priva il Paese di buona parte delle sue migliori risorse.

In questi anni la presenza delle donne negli organi Confcommercio è cresciuta sensibilmente e questo ci fa ben sperare in una presenza sempre più significativa e sostanziale. Attraverso i buoni esempi e un “protagonismo” differente, da  “portatrici sane” di cambiamento, che non è passato inosservato.

Le donne sono il di Confcommercio Imprese per l’Italia ed emergono rileggendo in filigrana le tre parole che compongono “Terziario Donna Confcommercio”. Innanzitutto la “T” di Terziario di mercato, che è però anche la “T” di tenacia. La “D” ovviamente di Donna, ma che richiama in prima istanza la dolcezza, l'attributo materno inteso nel suo senso più nobile, quello che rende possibile la cura, l'accoglienza, la generatività. E infine la “C” di Confcommercio, ma anche di “capacità di fare”, così come anche di comprendere, di intuire.

Il cuore dell'umanesimo nato in Italia che ha reso questo Paese grande e conosciuto in tutto il mondo; quell’umanesimo che mi piace ribattezzare “womanesimo”. Le donne sono il lievito non solo di Confcommercio, ma del Paese stesso, e con la loro presenza – che io auspico cresca sempre di più – la torta dell’economia è non solo più grande, ma è anche più gustosa e nutriente.

In questo nuovo ruolo apicale della nostra Organizzazione cercherò di rappresentare un modello differente, quello che insieme a tutte le imprenditrici di Terziario Donna abbiamo fatto emergere in questi anni  e che sta portando dei risultati.

Mi impegnerò a “fare” che significa una cosa sola: fare bene. Dove “bene” significa, pur con ogni limite, "fare ogni giorno il meglio che possiamo, fare bene e farlo da persone perbene” come recita anche il nostro Manifesto.

I ruoli  apicali presuppongono un supplemento di responsabilità e di spirito di servizio. Assumere ruoli apicali  significa avere non solo “il dovere di tenere la nostra luce accesa fino a tardi, ma anche la porta sempre aperta”.

La mia porta continuerà a essere sempre aperta, pronta all’ascolto, alla collaborazione, ad intervenire. Lo devo alle nostre aziende, alle categorie, ai territori, con riguardo al momento drammatico che stiamo vivendo.

Con la forte  convinzione che sapremo superare questa drammatica emergenza con coraggio e un pizzico di audacia, con la necessaria prudenza ma soprattutto con l’indispensabile fiducia nel futuro. E con tanto, tanto impegno e dedizione.

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Sun, 25 Oct 2020 12:45:39 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/677/1/un-nuovo-impegno-con-i-valori-di-sempre sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
IL RAPPORTO CARITAS 2020 - Nessuno si salva da solo https://www.patriziadidio.com/post/676/1/il-rapporto-caritas-2020-nessuno-si-salva-da-solo-

L’emergenza economica determinata dalla pandemia ha messo in ginocchio interi pezzi della società che vivevano già le fragilità di un’economia che al Sud sconta un prezzo maggiore.

I dati che ci consegna il Rapporto 2020 della Caritas disegnano l’identikit della nuova povertà, che sempre più riguarda le donne e la piccola impresa. Solo nel 2020, l’utenza delle Caritas diocesane è aumentata del 12%.

La lettura dei dati contenuti nel Rapporto mostrano come sia in netta crescita il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei italiani e delle persone in età lavorativa.

Da questo identikit della povertà risalta con chiarezza come si stia riconfigurando la povertà, colpendo in modo ancora più incisivo chi ha attività autonome o dipende da queste.

Il numero delle donne che hanno chiesto aiuto da maggio a settembre, subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019.

Il numero dei giovani tra 18 e 34 anni è passato dal 20% al 22,7%.

Gli italiani sono oggi il 52% dei poveri, contro il 47,9% del 2019, hanno dunque superato gli stranieri.

Complessivamente sono stati 2.073 i piccoli commercianti e lavoratori autonomi che si sono rivolti, sul territorio nazionale, alla Caritas per ricevere sostegni economici specifici utili a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell'attività).

Solo tra aprile e giugno le Caritas hanno assistito 450mila persone, di queste una su due non si era mai rivolta prima ai centri di ascolto.

Uno scenario che fa paura, e che deve impegnarci anche come ConfCommercio. E’ infatti importante e ineludibile fare “sistema” immedesimandosi nelle esigenze personali di ciascuno e riaffermando lo spirito  solidaristico che è alla base di Confcommercio.

In questa direzione sono andate le iniziative avviate durante i mesi di lockdown e che proseguono anche in questo momento in cui gli effetti della crisi mostrano che l’emergenza è tutt’altro che superata. Come lo sportello "SOS Impresa" avviato a marzo per sostenere le imprese del territorio in questo periodo d'emergenza, anche dal punto di vista creditizio. E come la raccolta fondi avviata ad aprile e destinata alla Caritas proprio per intervenire a sostegno di chi si fosse improvvisamente trovato, a causa della crisi economica,  in stato di necessità anche nel provvedere ai semplici e necessari bisogni primari per sè e per il proprio nucleo familiare.

Perché come ha detto anche il Papa <nessuno si salva da solo>.

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Wed, 21 Oct 2020 16:54:42 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/676/1/il-rapporto-caritas-2020-nessuno-si-salva-da-solo- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Il Piano di ripresa e resilienza: un’occasione da non perdere https://www.patriziadidio.com/post/675/1/il-piano-di-ripresa-e-resilienza-un-occasione-da-non-perdere-

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci offre una possibilità che abbiamo il dovere di non perdere.

Perché sia una concreta opportunità, serve però, a mio avviso, che si rinforzi il dialogo cooperativo tra politica e imprese. E si punti a quelle che sono le emergenze del Paese.

L’Italia ha bisogno di ricucire il rapporto tra Nord e Sud, ma anche di rinforzare la dorsale economica del terziario e di recuperare il divario generazionale e di genere al fine di perseguire un pieno equilibrato rilancio dell’economia.

Per sostenere il rilancio del nostro Paese, si deve abbandonare qualsiasi forma di assistenzialismo e adottare concrete ed efficaci politiche di incentivi alle imprese. In un unicum che sia parte integrante di un più ampio progetto di rilancio del Paese, e non solo del Sud. E che non sia mera sommatoria di provvedimenti residuali o assistenziali che non creano vero sviluppo perché non perseguono una strategia di più ampia visione.

Le imprese sono soggetti economici, e ribadiscono questo status: non chiedono sterile assistenza ma piani di sviluppo concreto e benessere duraturo. Chiedono un sistema dove fare impresa sia possibile.

L’economia reale ha bisogno di politiche infrastrutturali e di rigenerazione urbana e territoriale, finalizzate a migliorare la vivibilità e l’appeal dei territori con l’obiettivo di favorire una maggiore attrattività di investimenti e di capitale umano.

Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, serve l’attivazione di una nuova linea di azione per la rivitalizzazione del tessuto economico e sociale denominata ‘Programma Nazionale per le città e le economie urbane’, da cui far ripartire i territori a rischio desertificazione.

Un altro punto fondamentale deve essere il sostegno al Made in Italy, ovvero il capitale per il quale il nostro Paese è riconosciuto nel mondo.

Sostegno che deve partire dall’incentivazione dell’acquisto di prodotti made in italy e dal sostegno all’acquisto da parte della filiera commerciale e distributiva  di merci e servizi prodotti in Italia. Si avrebbe un vantaggio così non solo per il terziario ma anche per il manifatturiero. Si realizzerebbe finalmente una “coesione” tra le filiere manifatturiere e commerciali, e si promuoverebbe anche la cultura dell’acquisto di prodotti italiani presso il consumatore italiano spesso distratto dal sostenere con i propri acquisti ciò che appartenendo al nostro Paese appartiene a tutti come interesse collettivo.

Il rilancio dell’Italia non può che svolgersi mettendo in campo tutti i suoi capitali intellettivi e promuovendo quindi la democrazia paritaria.

E’ l’ora di un Patto nazionale per l’occupazione femminile, che consegua l’obiettivo dell’amento della piena e qualificata partecipazione delle donne al mondo del lavoro ma anche il cambiamento del modello sociale e produttivo di riferimento.

Ed auspichiamo anche un’adeguata presenza di competenze femminili nelle Task Force di gestione del Recovery Fund, perché non manchi la visione al femminile del rilancio.

Per ripartire il Sud ha bisogno di richiamare tutte le sue intelligenze ed i migliori talenti. Quel capitale umano che abbiamo lasciato emigrare fuori in mancanza di risposte adeguate. Occorre allora mettere in campo anche politiche che favoriscano il rientro dei giovani al Sud, e quindi politiche per favorire l’auto-imprenditorialità al sud. Non solo nuove start up, ma anche misure atte a favorire l’acquisizione di aziende esistenti che proprio grazie alle competenze e alle energie dei giovani rientrati nel nostro meridione possano avere prospettive non solo di sopravvivenza ma anche di rilancio.

Serve un Piano straordinario per i giovani, perché da lì viene il nostro futuro e la nostra rigenerazione sociale ed economica. Da lì viene il rilancio dei nostri sistemi produttivi.

I giovani devono essere incentivati a restare o a tornare al Sud. La vera emergenza del Sud è infatti la fuga del «capitale umano»: tra il 2002 e il 2017 il Mezzogiorno ha perso oltre 612.000 giovani e 240.000 laureati. Il Sud è stato colpito da un processo di disinvestimento ormai decennale: dai 21 miliardi del 2008 ai 10 miliardi del 2018. Ma è errato dire che sono i giovani che vogliono andare via. I dati Unioncamere dicono altro: le nuove imprese under35 anni al Sud sono il 40,7%, al Nord il 39,6%. Negli ultimi 15 anni sono andati via dal Sud più di 2 milioni di giovani, di cui la metà sotto i 35 anni, con circa 200mila laureati.

Se vogliamo rilanciare un’idea di futuro, quella a cui ci ha richiamati Draghi, occorre davvero scommettere sui giovani, dando loro le risorse per fare autoimpresa ed alle imprese le misure per favorire il ricambio generazionale. Per scegliere di fare impresa al Sud.


 


 

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Thu, 15 Oct 2020 10:30:53 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/675/1/il-piano-di-ripresa-e-resilienza-un-occasione-da-non-perdere- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Rilancio dell’Italia. Ripartire dai Valori: confronto a Taobuk con il Ministro Provenzano https://www.patriziadidio.com/post/674/1/rilancio-dell-italia-ripartire-dai-valori-confronto-a-taobuk-con-il-ministro-provenzano-

Nella qualità di Presidente Nazionale del Gruppo Terziario Donna Confcommercio, sono intervenuta al Festival della letteratura Taobuk 2020 che si è tenuto a Taormina dall’1 al 5 ottobre.

Terziario Donna è stata infatti protagonista dell’incontro <Rilancio dell’Italia. Ripartire dai valori>, moderato dalla esperta di cambiamento e leadership (e socia del gruppo Terziario Donna) Cleo Li Calzi, con il Ministro per il Sud e la Coesione Peppe Provenzano.

L’incontro, che è stato arricchito da un messaggio del Presidente nazionale Confcommercio Carluccio Sangalli, che ha sottolineato proprio il valore della visione femminile nel rilancio del sistema Paese, è stata l’occasione per confrontarsi con il Ministro sul tema <DONNE, GIOVANI, SUD COME MOTORE DELLA RIPRESA E DELLA COESIONE>.

L'attuale crisi ci impone infatti di concentrarci sui divari che gravano sulla diseconomia del paese, e quindi su quelli che io chiamo “capitali dormienti” della società: le donne, i giovani e, permettemi di aggiungere, le imprese del terziario, ovvero del commercio, del turismo, dei servizi, delle libere professioni, che sono una risorsa fondamentale per rimettere in moto il sistema economico del nostro Paese.

Le imprese del Terziario rappresentano infatti l’economia reale del Paese. Ed è da queste che dobbiamo ripartire, liberando i muri che impediscono a donne e giovani di entrare a pieno titolo nell’arena dell’economia.

Sotto la mia Presidenza (che si avvia a concludersi dopo 2 mandati, per far spazio a nuove energie), uno dei pilastri dell’attività del Gruppo Terziario Donna è stato proprio il cambiamento culturale necessario sul tema della necessita’ di attuare la “democrazia paritaria”.

Un tema che riguarda l’intera società, perché la scarsa presenza di donne ai vari livelli della vita economica, politica e sociale e nella governance di un Paese è, anzitutto, una questione culturale ma soprattutto una questione di civiltà ed economica che rivela l’incompiutezza della nostra democrazia, impoverita della visione femminile.

E questa emarginazione pone un problema di efficacia delle scelte e di legittimità dei risultati, perché non tiene pienamente conto degli interessi, delle esigenze e dei talenti di tutta la popolazione nel suo complesso. Contrariamente a quanto postula chiaramente l’art. 3 della nostra Costituzione.

La democrazia paritaria non è dunque un tema , che “riguarda le donne” o “per le donne”, ma è un tema di democrazia, che riguarda quindi tutti, uomini e donne.

Anzi proprio il momento di grave emergenza economica impone di sostenere un tema come la democrazia paritaria per avere una visione che permetta il rilancio strutturale, e del nostro Paese.

Il palco di Taobuk, quest’anno dedicato al tema dell’Entusiasmo, ha rappresentato la cornice giusta per rilanciare i principi che da anni portiamo avanti con il Manifesto di Terziario Donna.

Manifesto che abbiamo proposto proprio per impegnare il nostro mondo al cambiamento, indicando nuovi modelli per l’Economia e la società.

E che ci rappresenta in ogni nostra azione. Un insieme di principi in cui si ritrovano le imprenditrici e gli imprenditori di Confcommercio che interpretano il proprio ruolo con valore e responsabilità.

Valori indissolubili che rappresentano il fuoco sacro del nostro impegno, ciò che produce l’entusiasmo, e ci dà forza ed orgoglio di sentirci coinvolti a pieno titolo nel rilancio del Paese.

Il nostro Manifesto rappresenta i valori in cui crediamo, ma anche una bussola efficace per dare un contributo concreto sui temi di indirizzo di politica economica, economia della bellezza, del bene-essere, del nuovo umanesimo, della cultura e dei saperi, della responsabilità sociale di impresa, dell’economia civile.

Insomma valori e visioni che sono la dorsale delle proposte concrete lanciate per l’economia del futuro, che ci danno l’entusiasmo per affrontare anche le crisi.

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Wed, 7 Oct 2020 06:16:01 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/674/1/rilancio-dell-italia-ripartire-dai-valori-confronto-a-taobuk-con-il-ministro-provenzano- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Un’impresa senza valori non ha valore https://www.patriziadidio.com/post/673/1/un-impresa-senza-valori-non-ha-valore

Papa Francesco ha preso una posizione netta sull’identità dell’impresa contemporanea: l’impresa deve essere prima di tutto civica. Deve mettere al centro le persone.

Chi fa intrapresa deve fare una scelta lungimirante, fatta di buon senso e di valori.

Nel documento (“Economicae et pecuniariae quaestiones – Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell'attuale sistema economico”) il Santo Padre afferma che “l'economia ha bisogno per il suo corretto funzionamento di un'etica amica della persona”. 

Papa Francesco spiega la sua visione dell’impresa attraverso parole semplici. L’impresa deve mettere le persone e le comunità al centro del suo agire. Così facendo, “rispettando la dignità delle persone e perseguendo il bene comune fa bene anche a se stessa”. La comunità in cui vive l’imprenditore è la sua famiglia, dove l’aiuto reciproco è la risposta alla competizione sfrenata tra uomini e tra imprese. Un non velato invito a sviluppare economia che potremmo chiamare di comunità oltre a reti di imprese, e a sviluppare l’associazionismo.

La mia conduzione del sistema ConfCommercio Palermo e Terziario Donna è improntata su questi principi, perché credo fortemente che al centro del sistema impresa debbano esserci la famiglia e le persone.

La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, la collocazione dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale d’impresa, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la riconversione generazionale, la conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla tecnologia, il riconoscimento del giusto salario, l’umanesimo (o come mi piace dire, il womanesimo, per la sua coerente declinazione al femminile essendo le donne sensibili interpreti di questo modo di interpretare la propria impresa), la democrazia paritaria sono tutti elementi fondamentali che tengono viva la dimensione comunitaria e umana di un’azienda. E le danno significato civico.

E’ tornato sul temaPapa Francesco ribadendo come per la ripartenza dalla crisi è quanto mai necessaria una riconversione ecologica della nostra economia, perché diventi davvero espressione di cura, che non esclude ma include, che “non sacrifica la dignità dell’uomo agli idoli della finanza, non genera violenza e disuguaglianza, non usa il denaro per dominare ma per servire”.

Ed è quello che come Terziario Donna abbiamo voluto segnare nel Manifesto. Il nostro modello d’impresa riassunto nel punto 11 che fortemente abbiamo voluto e che ci fa da guida nel nostro agire e nella responsabilità di indirizzo che abbiamo come associazionismo: <Un’impresa senza valori non ha valore. La responsabilità sociale di impresa dà valore al nostro futuro>.

Il nostro gruppo esprime tantissime e preziose storie di sostegno, vicinanza, attenzione, gesti di solidarietà, amicizia e collaborazioni inter-impresa. Se la comunità di business in cui viviamo è la nostra famiglia, diventa più semplice evitare la competizione per abbracciare l'aiuto reciproco. Come succede nelle nostre famiglie di appartenenza, dove la crescita vera, quella che non crea esclusi e scarti, è il risultato di relazioni sostenute dalla cura per gli altri, non dalla smania di successo e dalla esclusione strategica di chi ci vive accanto. Il progresso tecnologico può rendere più veloci le azioni, ma per Noi di Terziario Donna è prerogativa imprescindibile mettere un supplemento di amore nelle relazioni e nelle istituzioni.

Da tempo portiamo avanti con il nostro manifesto i valori dei Economia della Bellezza, riconosciuta oggi come direzione di ricostruzione e ripartenza del nostro Bel Paese. Identità territoriale di cui dobbiamo riappropriarci se davvero vogliamo fare della crisi occasione di un cambiamento dei modelli economici nella direzione che ci indica Papa Francesco.

La contaminazione della visione dell’Economia della bellezza che è il dna delle imprenditrici del gruppo terziario donna di Confcommercio, mai come adesso, anno 2020 del Covid, diventa essenziale.

Abbiamo quanto mai oggi bisogno di bellezza, quella bellezza che cattura gli occhi e rimanda oltre, che ci spinge a ripartire, a riconquistare fiducia puntando alla identità stessa del nostro Paese. Come dicevano i greci Kalos kai agatos, il bello e buono, il bello è buono, etica ed estetica.

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Thu, 24 Sep 2020 08:04:16 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/673/1/un-impresa-senza-valori-non-ha-valore sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Incontro con il Ministro per il Sud Provenzano: le proposte di Confcommercio https://www.patriziadidio.com/post/672/1/incontro-con-il-ministro-per-il-sud-provenzano-le-proposte-di-confcommercio-

L’8 ottobre ho rappresentato, su delega del Presidente Sangalli, ConfCommercio-Imprese per l'Italia alla riunione che il Ministro per il Sud Provenzano ha organizzato per confrontarsi con le Associazioni di categoria sulle linee di indirizzo utili e necessarie per rilanciare l'economia del Mezzogiorno.
A nome della nostra Associazione, e rappresentando gli interessi di tutti, ho sottolineato che le imprese devono essere parte integrante dei progetti di rilancio del Sud.

Politiche infrastrutturali, vivibilità e ripopolamento anche commerciale delle città, rigenerazione urbana, maggiore attrattività di investimenti e capitale umano, decontribuzione per le imprese e riduzione del peso fiscale complessivo, ma anche rientro dei giovani al Sud: questi alcuni degli argomenti di confronto che saranno approfonditi nei prossimi mesi.

Al tavolo del Ministro ho portato la tesi che se si vuole veramente sostenere la crescita di questa area del nostro Paese, si deve abbandonare qualsiasi forma di assistenzialismo e adottare concrete ed efficaci politiche di incentivo alle imprese che siano parte integrante del progetto di rilancio del Sud e non provvedimenti meramente residuali.

ConfCommercio, plaudendo all’iniziativa del Ministro che apre una stagione contiamo proficua di confronti, ha proposto l'attivazione di un piano finalizzato alla rivitalizzazione del tessuto economico e sociale 'Programma Nazionale per le città e le economie urbane' da attuarsi attraverso nuove forme di amministrazione partecipata e prevedendo partenariati pubblico-privati che si muovano nell'ottica della sostenibilità, dell'innovazione e della semplificazione delle procedure di accesso alle agevolazioni per le imprese.

Ho altresì esposto al Ministro la necessità di intervenire sulla parte più di valore del paese: i giovani che devono essere incentivati a restare o a tornare al Sud. Servono misure ad hoc che facilitino l’autoimprenditorialità dei giovani e il ricambio generazionale. Serve un Piano straordinario per i giovani, perché da lì viene il nostro futuro e la nostra rigenerazione sociale ed economica. Da lì viene il rilancio dei nostri sistemi produttivi.

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Wed, 9 Sep 2020 22:50:00 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/672/1/incontro-con-il-ministro-per-il-sud-provenzano-le-proposte-di-confcommercio- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Crisi economica: intervenire sulla fragilità dell’economia del Sud https://www.patriziadidio.com/post/671/1/crisi-economica-intervenire-sulla-fragilita-dell-economia-del-sud-

E’ una crisi “pesante” che sta cambiando il sistema. E per questo, malgrado incognite ed incertezze legate all’evoluzione dell’emergenza sanitaria, necessita di una corretta narrazione dei fatti. E di decisioni eque e prese nell’interesse collettivo e non facendo prevalere interessi di parte.

Leggendo le stime dei consumi regionali per l’anno 2020 redatte dall’Ufficio Studi di Confcommercio, gli indici sono inevitabilmente tutti al ribasso: PIL -9,3%, consumi dei residenti -9,6%, consumi sul territorio -10,9%. I dati sono stati elaborati considerando anche l’incidenza di alcune spese meno comprimibili (abitazione, energia, alimentari e istruzione) nei bilanci delle famiglie.

Quello che emerge da dati conferma una forte eterogeneità nei tassi di variazione della spesa per consumi regionali nel 2020. Con grande variabilità da una regione all’altra.

In termini di perdita di valore il Nord, rimane l’area più penalizzata: dei 116 miliardi di consumi in meno stimati per l’anno in corso oltre 65 (quasi il 57%) derivano dalle otto regioni settentrionali (che nel 2019 pesavano per il 52% dei consumi sul territorio del totale Italia). Ed è la Lombardia a scontare la riduzione più significativa, pari a oltre 22,6 miliardi di euro.

Il Sud patirebbe una riduzione di spesa più moderata del resto del Paese (8,5% contro una media del 10,9%). Non solo la Sicilia, ma anche Campania, Puglia, e Calabria.

Ciò non vuol dire che le condizioni di ripresa delle regioni meridionali siano migliori. Lo shock puntuale, limitato al 2020, ha impattato meno nel Mezzogiorno forse anche per la minore presenza di turisti stranieri e per il maggior peso di lavoratori pubblici il cui reddito disponibile non è stato colpito dal lockdown, ma di certo le capacità di reazione dell’area sono ben più ridotte, anche in considerazione del PIL e del reddito pro-capite più bassi rispetto alla media.

Negli ultimi 12 anni, i consumi reali hanno mediamente perso un decimo di punto l’anno in Italia, aumentando di due decimi all’anno nel Nord e diminuendo di nove decimi annui nel Sud.

Quindi la media annua nazionale è sintesi di due segni contrapposti, quello positivo del nord che, sebbene poco, cresceva e quello negativo del sud che andava drammaticamente sempre più indietro. A fronte di una riduzione cumulata dei consumi sul territorio in Italia dell’1,3%, dal 2008 al 2019, il Sud ha ceduto oltre 10 punti percentuali di spesa in termini reali, mentre il Nord è cresciuto di quasi 3 punti.

Attesa la fragilità del tessuto produttivo meridionale, questa minore perdita del Sud post lockdown resta comunque insufficiente a recuperare le perdite patite nel 2020 e soprattutto il divario tra nord e sud.

L’errore che non va commesso è interpretare male i numeri, dando una lettura ottimistica alla minore “apparente” incidenza della crisi al Sud.

La situazione del sud risulta meno grave solo e soltanto perché era già ante covid un’economia asfittica, segnata da una grave fragilità, e quindi caratterizzata da consumi insopprimibili che sono i beni e servizi di prima necessità. Mentre al nord prevale l’incidenza sulla bilancia dei consumi delle spese accessorie, che sono quelle state oggetto di contrazione nei dati rappresentati dall’Ufficio Studi ConfCommercio.

Come dire: al Nord c’è chi rinuncia al Suv per comprare una utilitaria, ma al Sud non si può fare a meno di pane, pasta e generi alimentari

Ma perdere 5,6 miliardi (-8,2%) contro i 4 miliardi del Trentino (-16%) è una perdita insostenibile, su cui dovremmo agire per chiedere una politica economica che riduca le diseguaglianze e persegua la coesione territoriale.

La prima vera emergenza italiana, che deve trovare una risposta nel RecoveryFund è proprio la forbice che esiste tra economia del Nord Italia ed economia del Sud Italia. Contraria ai principi costituzionali e alla base proprio dell’intervento europeo che mira alla coesione territoriale e al perseguimento di ogni azione che riduca le diseguaglianze.

Servono risposte immediate dal governo, ma soprattutto risposte progettuali efficaci che vadano al cuore del problema. E serve che le stesse siano concertate con le parti sociali e non decise “in laboratorio” da esperti di politica economica senza il necessario e ineliminabile confronto con il sistema delle imprese.

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Sat, 5 Sep 2020 06:58:18 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/671/1/crisi-economica-intervenire-sulla-fragilita-dell-economia-del-sud- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Libero Grassi: il dovere della memoria, il valore della memoria. https://www.patriziadidio.com/post/670/1/libero-grassi-il-dovere-della-memoria-il-valore-della-memoria

Il 29 agosto, Alice Grassi ha tinto di rosso il luogo dove il padre Libero fu barbaramente ucciso. Un gesto che viene ripetuto ogni anno da 29 anni. Ma il 29 agosto 1991 a terra sul marciapiede non c’era la vernice rossa, ma il sangue di Libero Grassi barbaramente ucciso perché si oppose al pagamento del pizzo. Perchè decise di esercitare il diritto alla libera impresa.

Ho partecipato al momento con commozione ma anche rinforzando la convinzione di quanto l’esempio di Libero Grassi dia significato al punto 6 del Manifesto di Terziario Donna di Confcommercio, la carta di valori personali, di vita e di impresa di noi imprenditori.

<Perseguiamo la legalità e i valori della Costituzione con forza, senza se e senza ma. Non offriamo mai spazio a condizionamenti impropri. Respingiamo l’estorsione e ogni violenza. Rispettare e affermare la legalità è cosa importante in sé. Ma significa anche avere rispetto di noi stessi, il piacere di essere LIBERI, l’orgoglio di essere degni.>

Libero Grassi era un uomo semplice, che amava la vita ed il suo lavoro di imprenditore, moralmente rigoroso ed estremamente reattivo nel difendere la sua dignità.

Non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d’imprenditore”, ha scritto poco tempo prima di quel 29 agosto 1991 in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Libero Grassi era un imprenditore del settore tessile come me. Produceva biancheria e la sua impresa, la Sigma, era un’azienda storica, sana, con un bilancio in attivo. Che dava lavoro a tante persone e che si imponeva sul mercato per la qualità dei suoi prodotti.

Libero Grassi è stato un collega, un imprenditore che ha creduto nell'impresa, nei suoi dipendenti, nei suoi clienti, nei suoi fornitori e nella forza della libera impresa. Nel di ciò che produceva e dell’esempio che da imprenditore offriva alla costruzione di una comunità “giusta”.

Libero credeva nell’impresa e sapeva che se avesse detto sì anche solo una volta, avrebbe negato il principio guida di qualsiasi imprenditore: fare libera impresa.

Ed allora l'insegnamento di Libero Grassi deve rimanere come una cicatrice che ci ricordi sempre il dovere, ancora più che il diritto, di esercitare libera impresa, libera da ogni condizionamento.

Entrambi realizziamo prodotti tessili, ma non abbiamo mai lavorato insieme perché il percorso di imprenditore di Libero si è interrotto 29 anni fa, quando io muovevo i primi passi e ancora non avevo potuto sperimentare la forza dell'associazionismo, quello stesso associazionismo che in una sua parte 29 anni fa ha isolato Libero Grassi. Forse le coscienze non erano ancora pronte, il senso civico non tanto sviluppato, le persone nelle stesse associazioni ben diverse. A maggiore ragione in un territorio come il nostro, il passato pesante deve insegnare. E per me associazione significa non solo fare attività di rappresentanza delle imprese, ma anche fare sistema, prestare ascolto a tutti, e non isolare nessuno.

Libero soprattutto amava la libertà di impresa e la libertà da ogni condizionamento. Esattamente il principio che abbiamo voluto ribadire nel manifesto: essere liberi e fare le proprie scelte di impresa, significa avere rispetto per sè stessi. Avere l’orgoglio di essere degni innanzitutto come persone oltre che come imprenditori.

Se tutti si comportassero come me, non si distruggono le aziende, ma gli estorsori”: questa è stata una delle tante frasi-denuncia di Libero Grassi. Libero Grassi non aveva peli sulla lingua e mettendoci la faccia - senza se e senza ma - perseverava nella sua lotta per la legalità.

Io non sono pazzo a denunciare,  non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi, perché io ho fatto semplicemente il mio mestiere di mercante”.

Il mestiere di mercante non ha padroni, se non il libero mercato. Da imprenditore, uomo politico e di cultura, Libero Grassi aveva ben compreso che pagare il pizzo significava mettersi nelle mani dei mafiosi, osservare non solo le scelte di Cosa Nostra, ma anche condividerne i metodi violenti, l’economia nera ed occulta. E non essere più uomo libero.

E’ una questione di dignità”, aveva concluso Libero Grassi in quella intervista, che segnò ulteriormente il suo destino. L'imprenditore - pochi giorni prima della sua uccisione - spiegava a Michele Santoro che non pagava il pizzo alla mafia "perché è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore" e perché implica dividere le scelte con il mafioso".

Ma che si è messo in testa questo qui?” Aveva commentato qualcuno dei suoi colleghi già il 10 gennaio di quel 1991, quando Libero Grassi scrisse in prima pagina, sul “Giornale di Sicilia” la sua prima denuncia pubblica: ”Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.

Volevo dire grazie a Libero Grassi. Ma anche scusa, per tutti coloro che ancora oggi, pur potendo e dovendolo fare, non denunciano. Ormai siamo la maggior parte a rifiutare ogni condizionamento e parlo di quegli imprenditori che mi pregio di rappresentare. Il messaggio delle sue parole è finalmente arrivato a tanti, anche se ci ha messo troppi anni.

 

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Tue, 1 Sep 2020 04:09:13 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/670/1/libero-grassi-il-dovere-della-memoria-il-valore-della-memoria sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Family act: la famiglia è propulsore della società! https://www.patriziadidio.com/post/667/1/family-act-la-famiglia-e-propulsore-della-societa

Ieri pomeriggio su invito della Camera di Commercio Arezzo Siena ho avuto l’occasione di parlare del Family Act con la sua promotrice, la Ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia Elena Bonetti. Con esso sono state previste delle misure a favore delle famiglie in termini di sostegno economico, di sostegno alla genitorialità e di sprone verso la natalità, oltre all’individuazione – per la prima volta – della famiglia non più come semplice soggetto di welfare ma vero e proprio motore e spinta propulsiva per la comunità: la famiglia esce, in qualche modo, dal solo ambito sociale, per farsi generatrice di valore.

Con il Family Act si profila dunque quello che, dalle stesse parole della ministra, è un «momento storico importante per il nostro Paese, che finalmente si dota di una riforma integrata e multidimensionale per le politiche familiari. Per la prima volta c’è investimento su una riforma ampia, strutturale, che vede nelle famiglie soggetti capaci di dare prospettiva di futuro alla nostra comunità, come hanno dimostrato in questi mesi. […] Ripartiamo investendo sulle persone, con proposte chiare, che vogliono cambiare in meglio la vita delle nostre famiglie. Ci sarà l’assegno universale unico per tutti i figli, un sostegno alle spese educative e al ruolo educativo delle famiglie, un incremento dei servizi educativi a sostegno delle famiglie in particolare per la fascia 0-6 anni, una riforma dei congedi parentali con una maggiore corresponsabilità fra padri e madri, l’incentivo al lavoro femminile, la promozione del protagonismo delle giovani coppie per iniziare un percorso di vita in autonomia»[1].

Durante il lockdown, infatti, ancora una volta si è reso evidente come molte donne siano state lasciate nella quasi impossibilità di conciliare il loro duplice impegno, da un lato, di accudimento e di cura della famiglia e, dall’altro, di donne lavoratrici. Tantissime hanno perso il lavoro, o vi hanno rinunciato, e il gap occupazionale di genere è ancora una volta aumentato. L’Italia, tra l’altro, non è tra i Paesi più virtuosi sotto questo punto di vista e lo dicono i dati: secondo il World Economic Forum del 2020[2] ci troviamo alla 76° posizione (su 153) nell’Indice delle Nazioni che valuta il gender gap e, tra l’altro, siamo in discesa di ben sei posizioni rispetto al report del 2018. Le donne, inoltre, una volta diventate mamme, si trovano frequentemente nella posizione di dover scegliere di rinunciare il lavoro. Tra le motivazioni più ricorrenti si trovano “l’assenza di parenti di supporto” e “costi troppo alti di assistenza al neonato” come asili nido e babysitter (7%), ma soprattutto la mancanza di una cultura di condivisione paritetica con il partner. Dunque, prendendo atto di questa situazione non proprio confortante, non possiamo che salutare con favore il Family Act che tenta di ridurre questo gap di genere e di promuovere il ruolo attivo e generatore di valore delle famiglie. Composto da otto articoli, comprende al suo interno diverse misure attuative che potrebbero così essere schematizzate:

  • l’assegno universale con il quale tutte le famiglie che hanno figli fino a 21 anni (e senza limiti di età se disabili), con una quota calibrata in base a determinati scaglioni ISEE, riceveranno una quota mensile, quota che per ogni successivo figlio sarà maggiorata del 20%;
  • il congedo di paternità, nell’ottica di dividere con maggiore equità oneri e onori della genitorialità, il congedo per i papà sarà si adeguerà alle normative europee (10 giorni);
  • i congedi parentali: questi congedi parentali (due mesi) diventano non cedibili all’altro genitore;
  • i permessi retribuiti, erogate fino a 5 ore per recarsi ai colloqui con gli insegnanti e poter essere così più presenti nel percorso di crescita dei figli;
  • gli incentivi al lavoro femminile, tramite agevolazioni fiscali in caso di ausilio nei servizi domestici o nella cura dei figli o dei familiari non autonomi, oltre anche all’astensione retribuita in caso di malattia del figlio e all’introduzione di meccanismi che favoriscano quei datori di lavoro che si rendono flessibili sulle questioni che riguardano la conciliazione della vita lavorativa con quella privata e stanziando nuove risorse per le startup femminili (nel Fondo PMI);
  • lo smart working, si incentiverà questa tipologia di lavoro prioritariamente per le madri lavoratrici fino al compimento della maggior età della prole e per i padri con figli fino ai 14 anni;
  • l’istruzione e l’autonomia dei figli: vengono previste delle agevolazioni sul carico di spesa sostenuta per l’istruzione dei figli e vengono previste delle detrazioni per l’affitto a studenti o a giovani coppie (componenti entrambi under 35) affinché si stimoli la fuoriuscita dal nucleo famigliare e la creazione di una propria famiglia.

L’aspetto che riguarda gli incentivi al lavoro femminile è, dal mio punto di vista di imprenditrice, molto interessante. La mia azienda di famiglia e la mia esperienza personale mi hanno sempre guidato nel mettermi in gioco come lavoratrice, come madre lavoratrice e come donna che porta il suo apparato valoriale e il suo know how nell’attività che svolge ogni giorno a più livelli. Con mia figlia siamo già alla quarta generazione di donne che scelgono di fare impresa e, come sappiamo, incentivare le donne a entrare nel mondo del lavoro e, una volta entrate, a non lasciarlo, è fondamentale per la crescita del Paese che non può permettersi di lasciare indietro il 50% della popolazione. In merito al Family Act, le misure che si vogliono introdurre, però, non dovrebbero essere a carico delle imprese: andrebbero poste in essere delle azioni specifiche, altresì, nei confronti di imprese di piccole dimensioni che affrontano problemi concreti, come appunto quelli legati alla difficoltà di anticipare l’indennità di maternità e ci preme sottolineare che il tema delle pari opportunità non si pone solo nell’ambito del lavoro subordinato. È importante intervenire con misure di sostegno anche a favore delle imprenditrici, delle lavoratrici autonome, delle professioniste.

C’è, dunque, ancora molto da fare e non dobbiamo fare l’errore di pensare di essere a buon punto. Occorre pensare alle tutele per le imprenditrici e per le libere professioniste che sono, tra l’altro, le più duramente colpite dal lockdown in quanto la maggior parte delle imprese a conduzione femminile appartengono a quei settori che la crisi ha azzerato. Senza contare poi i mille salti mortali che, già in periodi normali, una donna impegnata in una libera professione è costretta a fare per poter conciliare lavoro e famiglia, la maggior parte delle volte senza alcun tipo di garanzia e protezione. Insomma, le imprenditrici, le libere professioniste e le lavoratrici autonome si vedono costrette a fare i conti con un welfare che non le tiene adeguatamente in considerazione. Solo uno Stato cieco può non vedere quanto sia fondamentale per l’intera economia agevolare l’imprenditoria femminile rendendo più agile, soprattutto per le mamme, la coniugazione del loro doppio lavoro, quello retribuito e quello di cura e principalmente sostenendo una cultura e un’educazione delle pari opportunità.

Del resto, sappiamo bene come le famiglie si reggano sul lavoro continuo e silenzioso delle donne ed essendo proprio la famiglia il nucleo fondamentale della società, è necessario capire che le famiglie costituiscono la spinta propulsiva che fa muovere in avanti e progredire una nazione. Perciò, non si dovrà più guardare ad esse come a degli oggetti su cui legiferare, ma come a dei soggetti attivi da includere nelle scelte nazionali. Questo ribaltamento del pensiero farà sì che si possano proporre e attuare provvedimenti realmente utili per agevolare tutte le famiglie, sia di oggi che di domani.

Patrizia Di Dio

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Wed, 29 Jul 2020 02:33:24 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/667/1/family-act-la-famiglia-e-propulsore-della-societa cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Covid-19: situazione locazioni commerciali https://www.patriziadidio.com/post/666/1/covid-19-situazione-locazioni-commerciali

Pochi giorni fa ho preso parte a un webinar incentrato sul tema delle locazioni commerciali in questo tempo particolare che stiamo vivendo. Il seminario digitale è stato organizzato dallo Studio legale Palmigiano insieme al dems dell’Università di Palermo e ho avuto il piacere di dialogare insieme all’avvocato Alessandro Palmigiano, al professore Antonello Miranda, ordinario di Diritto comparato e privato UE e a Mario Dell’Oglio, già presidente della Camera Italiana Buyer Moda.

Con la circolare 14 del 6 giugno 2020[1], infatti, si è legiferato in ambito di locazioni commerciali per cercare di dare una prima soluzione a quella che si configura come una vera e propria piaga per l’imprenditoria. Le locazioni commerciali, secondo gli ultimi dati disponibili, sarebbero circa 900.000 e la maggioranza di esse sono state colpite dalle chiusure per effetto del lockdown. Il problema che quindi si è presentato è quello di evitare contenziosi giudiziari tra i locatori e i locatari affinché si operi di comune accordo seguendo il buon senso e la buona volontà. Se si pensa che già normalmente a Palermo, prendendo i dati del 2018, gli sfratti sono stati oltre 1.500, pensate un po’ quanto più questo numero può ingigantirsi dopo una situazione di estrema difficoltà come quella attuale.

Con la circolare cui abbiamo già fatto riferimento, si è istituito un credito d’imposta nella misura del 60% del canone di locazione corrisposto a marzo, aprile e maggio 2020, per immobili ad uso non abitativo. Gli unici paletti che sono stati fissati riguardano un limite circa i ricavi dell’impresa (non devono superare i 5 milioni di euro annui) e un limite circa la perdita di fatturato (deve essere dimostrato che si è dovuta fronteggiare una diminuzione di fatturato di almeno il 50% rispetto al mese di riferimento dell’imposta precedente). Inoltre, il legislatore, in sede di contenzioso, giudicherà un eventuale pagamento del canone ritardato o mancato, come inadempimento non grave, in conseguenza della chiusura delle attività e quindi non bastevole per chiedere lo sfratto. Ciò che però sarebbe bene fare è non arrivare a trovarsi in questa situazione, ma giungere precedentemente a un accordo seguendo il buon senso e fidandosi reciprocamente.

In questo momento così difficile, infatti, non c’è bisogno di generare una desertificazione ulteriore di aree urbane (alcune anche di grande interesse) lasciando che i negozi chiudano. Tutti noi siamo stati colpiti, nessuno escluso, da questa contingenza straordinaria che non poteva che trovarci impreparati, ma se c’è chi ha rischiato soltanto a livello macro-economico, c’è anche chi, come la maggior parte di noi piccoli e medi imprenditori, ha dovuto sacrificare sul piatto della salute pubblica la propria azienda. Quello che dobbiamo fare adesso è cercare di rendere reversibili i danni subiti da queste aziende e spingere l’acceleratore sulla loro ripartenza.

Non si tratta, chiaramente, soltanto dei due mesi e mezzo di chiusura, perché i mesi immediatamente precedenti e quelli immediatamente successivi (ora) al lockdown hanno visto una perdurante e vasta crisi dei consumi. Una crisi che non poteva essere messa in conto, se pensiamo che quella che adesso chiamiamo “normalità” è una situazione di fatturati al 50% e spese al 100%. Ecco quindi che quella che abbiamo fronteggiato e stiamo fronteggiando non è una crisi non rubricabile come “rischio d’impresa”, ma si tratta di un “rischio Paese”. Perché se gli imprenditori, con grande senso di responsabilità e anche dell’onore, non avessero portato avanti il loro lavoro non esisterebbe neanche la possibilità di immaginare un futuro post-Covid. Perciò, bene, sicuramente, l’intervento dello Stato con il credito d’imposta al 60%, ma dato che le conseguenze di questa situazione non ricadono solo sulle spalle delle singole imprese, ma sull’intero Paese e sul nostro PIL, questo intervento non basta.

Oltre alla rinegoziazione delle modalità di pagamento e delle scadenze delle locazioni commerciali, bisogna pensare a una rimodulazione del quantum, perché le imprese non sono le stesse di prima, non sono quelle che ci siamo lasciati alle spalle. E non possono esserlo dopo tutto quello che hanno dovuto affrontare e stanno ancora affrontando.

Mettersi d’accordo sul quanto oltre che sul come.

Di questo hanno bisogno le aziende.

Ciascuno deve fare la propria parte per il benessere del Paese: non soltanto per un fattore solidaristico o umano, ma per un sentimento di responsabilità e di buon senso che ci smuova in primis come cittadini e, poi, per chi lo è, come imprenditori. Sono sicura che ne verremo fuori, ma soltanto tutti insieme, dopo aver preso coscienza che se davanti a noi c’è una persona di buona volontà ma in difficoltà, garantire – da proprietario immobiliare – la continuità di un’azienda, dando la possibilità di rimettersi in piedi è un gesto di responsabilità condivisa, è un’opportunità: quella di dare all’immobile una continuità di locazione, ma anche quella di non ritrovarsi con un locale sfitto o con un nuovo inquilino forse non così fidato come il precedente, a cui invece bisogna andare incontro.

Questo è il mio consiglio, che è poi anche una proposta, anzi un vero e proprio appello: che ciascuno faccia la sua parte e che per un anno si pensi e si ragioni su una rimodulazione e rinegoziazione del quantum (almeno al 50%) affinché si possa dare una boccata d’aria alle imprese, ancor di più in un territorio debole come quello siciliano in cui la cassa integrazione è stata largamente attinta, in cui ci sono tantissimi disoccupati e in cui il sentiment di fiducia farà più fatica ad attecchire e far riprendere i consumi come prima.

Un’idea per questa rimodulazione, come ha suggerito nel corso del webinar il professor Miranda, potrebbe essere quella di ragionare su dei tagli fiscali che incentivino il locatore ad abbassare i canoni mensili stimolato da un minore peso fiscale su una cifra più bassa. Sarebbe chiaramente una soluzione transitoria, anche perché chiaramente lo Stato deve pur fare cassa in qualche modo, però, pensare a qualcosa in questa direzione potrebbe davvero dare quella spinta in più affinché ci si venga incontro e non si arrivi a contenziosi giudiziari, assolutamente dannosi.

Se la pandemia è una tempesta in balia della quale ci troviamo tutti quanti, come ha ben detto Papa Francesco, ci sono però alcuni che si trovano su robuste navi e altri che non hanno neanche un appiglio e brancolano nel buio tra le onde che infuriano, ed è proprio a questi che dobbiamo cercare di farci prossimi, non solo guidati da un sentimento di umana solidarietà, ma perché il nostro Paese non può farne a meno.

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Mon, 6 Jul 2020 07:24:57 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/666/1/covid-19-situazione-locazioni-commerciali cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Moda: è tempo di cambiamento! https://www.patriziadidio.com/post/665/1/moda-e-tempo-di-cambiamento

“Può darsi che non siamo responsabili per la situazione attuale in cui ci troviamo,

ma lo diventeremo se non facciamo nulla per cambiarla”.

Martin Luther King

 

Tempo di cambiamento

Un cambiamento necessario in questa fase di post-lockdown e considerando tutto quello che l’emergenza sanitaria ha comportato, è quello del sistema moda. Dobbiamo, infatti, essere capaci di mettere in atto una rivoluzione capillare, non essere più succubi come siamo stati di un sistema sbagliato e dannoso, che ci porta a offrire prodotti invernali ad agosto, cosa assurda se pensiamo, ad esempio, che al Sud abbiamo davanti altri due mesi di mare, o a svendere capi pesanti già dai primi giorni di gennaio, quando il freddo è cominciato da appena qualche settimana.

Che senso ha tutto questo? Non sarebbe più saggio cominciare a seguire davvero le stagioni? Non sarebbe più sensato proporre capi che assecondino i tempi della “natura”?

Allora: approfittiamo di questo momento! Approfittiamo di questo momento per ridare valore a ciò che facciamo, per ridare valore alla moda, quella vera. Approfittiamo per eliminare lo spreco generato da acquisti che non hanno un valore e nemmeno una necessità e che creano danni all’ambiente che non possiamo davvero più permetterci. È necessario svincolarsi da un sistema che stritola il settore della moda. Cambiamo noi il sistema. Facciamoci promotori e propulsori di cambiamento, ripensando daccapo tempi e modalità delle nostre offerte, proponiamo un sistema più etico e sostenibile.

 

Educazione allo slow shopping

Da ora in poi è bene iniziare a educare il cliente alla “lentezza” dell’acquisto, a quella filosofia di slow shopping che ci rende liberi di assaporare l’acquisto, di rallentare la frenesia e la bulimia del comprare senza criterio, per riappropriarci della bellezza dei nostri acquisti. Quando si compra un capo lo si deve scegliere per la fattura, per il design, per l’emozione che riesce a suscitare. L’esperienza di vendita deve essere completa e piena di significati, non un momento di passaggio frenetico e senza sosta da un negozio all’altro che ci porta a incamerare abiti che dopo poche settimane sono obsoleti e vengono, così, presto sostituiti da altri, di solito quasi identici, che continuano a non appagarci. Se un capo è realmente bello, la sua bellezza costituisce il suo valore anche alla prova del tempo. Se, invece, un capo non dice nulla, allora forse dovremmo chiederci se vale davvero la pena acquistarlo o se, forse, non sia meglio tagliare il superfluo acquistando con maggiore consapevolezza.

Proponiamo lo slow shopping, puntando su una moda E un’economia che offrano emozioni e abbiano come base valori forti. Intendendo per slow ciò che riduce l’impatto sull’ambiente per ripensare la fretta rituale nel consumismo, per fare acquisti sì, ma meno frenetici. Proponiamo acquisti “lenti” che meritano di essere assaporati, che meritano un racconto, una descrizione, che offrono design, originalità, significati culturali, qualità, esperienze ed emozioni di piacere. La pandemia ha messo in discussione l’efficacia del modello economico finora imperante. Adesso tocca a noi.

I saldi, ad esempio, non sono sbagliati, ma andrebbero fatti nei tempi giusti, proponendo delle vere offerte di fine stagione e non la svendita di tutta la collezione, perché di questo si tratta e per di più quando la stagione dal punto di vista climatico è appena iniziata. “Saldo” non deve significare “svendita”, “disfacimento” e “svalutazione” di un capo, perché la moda è bellezza e la bellezza non si svende.

Questo incitamento a una modalità “slow” di acquisto non vuole essere un passo indietro, non vuole escludere tutte le possibilità che la contemporaneità ci mette a disposizione, come ad esempio la presenza online degli stessi negozi fisici, ma al contrario significa utilizzare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per generare un cambiamento positivo e un nuovo approccio all’acquisto. Anche il web, lungi dall’essere escluso, dovrà essere in chiave “slow”: penso a una vendita online, a chi non può recarsi in negozio ma potrà ricevere assistenza per la scelta degli outfit, per consigli di stile, per consulenza sulle taglie. Basta con le date di scadenza del sistema della moda, perché ci dobbiamo riappropriare di un nuovo senso del tempo e dello stile, liberi di dare il giusto valore alle nostre collezioni non più intrappolate nei vorticosi e troppo veloci ritmi di vendita di oggi.

La creatività e la bellezza, di cui la moda si nutre, non potranno più essere sacrificate sull’altare della vendita al prezzo sempre più basso e scontato. Prendiamo spunto da questo momento per dare vita al cambiamento, anzi essere noi stessi il cambiamento.

 

Saldi in Sicilia? Iniziamo a vendere “significati”

Andiamo ora alla situazione siciliana: come Confcommercio avevamo chiesto che i saldi venissero posticipati al 1° agosto dal momento che la stagione si può considerare appena cominciata, viste le riaperture avvenute solamente il 18 maggio, ma la Regione Sicilia ha ritenuto opportuno mantenere inalterata la data di inizio dei saldi fissandola al 1° luglio in contrasto con il resto d’Italia dove i saldi cominceranno, appunto, ad agosto.

Per la nostra azienda la scelta l’abbiamo fatta. Per la nostra azienda sarebbe cambiato ben poco posticipando la data all’1 agosto, perché abbiamo deciso di affrontare la sfida di un nuovo modo di concepire la vendita. Noi offriamo competenza, design, stile. Non possiamo permetterci che la crisi che si è abbattuta ferocemente su di noi passi invano e torni tutto come era prima. Ciò che è accaduto deve necessariamente segnare un cambio di passo, costringendoci a non fare più gli stessi errori del passato. Dobbiamo dire “stop!” alla bulimia di offerta, “stop!” ai tempi sempre più brevi per proporre il giusto prezzo, “stop!” alla banalizzazione del prodotto offerto che sminuisce l’intera offerta commerciale. Non solo, dunque, dobbiamo acquisire un nuovo senso del tempo, ma anche dare un nuovo senso alla nostra professionalità, al valore di quello che vendiamo e delle nostre scelte. Ecco perché io non voglio più vendere “prodotti”, ecco perché ho deciso di vendere “significati”.

Noi non vendiamo semplicemente capi, definiti dalla loro utilità. Vogliamo vendere “significati” che generano emozioni e senso. L’Italia deve volare su ciò che la rende unica.

La nostra è una collezione MADE IN ITALY e mai come in questo momento occorre far cogliere la differenza e la qualità della moda italiana, che deve esprimere la sua grandezza a chi è in grado di coglierla.

Vendere “significati” vuol dire vendere tutto quello che c’è dietro alla creazione di un capo, il motivo di quel capo, il suo stile, la sua qualità, la sua contemporaneità, la scelta che ne sta a monte, ossia valorizzare la donna facendola sentire più sicura e più bella. La scelta di un design che reinterpreti concetti iconici dalla nostra cultura famosa in tutto il mondo e conosciuta ovunque per la sua vocazione alla bellezza. Un design di “senso”, fatto di conoscenza, identità, storia, creatività, qualità, rispetto dell’ambiente, che si contrapponga all’economia basata sull’idea di dovere aumentare varietà e quantità dei beni abbassando i prezzi “non-importa-come”. Perché dietro quel “non-importa-come” si nascondono molto spesso effetti negativi sui beni per noi più preziosi: salute, qualità dell’ambiente, dignità del lavoro, relazioni umane.

Ho deciso di smettere di sottostare al “sistema moda”, alla vendita smodata e senza senso, fatta di offerte ipertrofiche e banali di cui non abbiamo bisogno e che ci portano solo a possedere cose in maniera anonima e indistinta, rendendoci tutti uguali. C’è bisogno di maggiore consapevolezza nelle scelte da parte di chi acquista e noi che realizziamo la moda e la vendiamo dobbiamo essere coloro che guidano il pubblico in questa direzione. Voglio spostare l’attenzione dalla domanda “quanto costa” alla domanda “quanto vale”.

Ecco perché i saldi che la nostra azienda farà saranno autentici, rappresenteranno sempre un’opportunità ma riguarderanno alcuni prodotti e non l’intera collezione: perché la collezione è frutto di impegno e di creatività che non meritano di essere svendute e sottostimate dopo pochi giorni dalla loro realizzazione.

 

Cambiamo: bellezza e valore al primo posto

Non è, insomma, questione di quando comincino o meno i saldi in Sicilia e nel resto d’Italia, ma di farci promotori di un cambiamento nel settore della moda, fatto di educazione all’acquisto emozionale e non compulsivo, pensato e assistito da chi fornisce informazioni, consigli e soluzioni, da chi vi faccia sentire coccolati e accolti, e così potremo partecipare tutti anche in termini di consapevolezza, responsabilità e sostenibilità, fattori imprescindibili che passano anche (e soprattutto) tramite l’indossare e ri-indossare più volte gli stessi abiti tenendo a bada il consumismo e la perenne smania di shopping senza un vero obiettivo di ricercare e indossare bellezza e stile, salvaguardando l’ambiente.

Facciamoci trascinare dalla bellezza e non dai tempi che il sistema economico ha prestabilito per noi. Cambiamo tutti insieme, perché ogni imprenditrice e ogni imprenditore può farlo, a partire dalla propria azienda. Perché dobbiamo ancora seguire un sistema che non ci rappresenta?

Ci siamo ritrovati cambiati, annientati dalle circostanze, ma questo nostro cadere non è un fallimento, lo sarebbe se rimanessimo lì dove siamo caduti. Perciò rialziamoci e cambiamo. Il cambiamento è iniziato, ci siamo dentro. Adesso tocca a tutti noi.

Patrizia Di Dio

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Tue, 23 Jun 2020 07:29:27 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/665/1/moda-e-tempo-di-cambiamento cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Crisi e criminalità: difendiamo le imprese! https://www.patriziadidio.com/post/668/1/crisi-e-criminalita-difendiamo-le-imprese

«La crisi economica ha una zona d’ombra dove rischia di rafforzarsi la criminalità. Le nostre imprese in difficoltà denunciano sempre più spesso usura, estorsione e acquisizioni illecite. Abbiamo fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine, ma insieme è necessaria più rapidità per far giungere alle aziende i sostegni previsti dal Decreto Rilancio e irrobustirle. Solo così si combatte la criminalità e si costruisce un’economia sana»[1]. Con queste parole il Presidente Confcommercio nazionale Carlo Sangalli ha commentato i risultati della recente indagine condotta proprio da Confcommercio in collaborazione con Format Research.

Dati alla mano, il blocco delle attività e la carenza di liquidità da un lato e il calo dei consumi dall’altro, sono stati i principali fattori a ostacolare l’attività di impresa, mettendo così in difficoltà moltissime aziende soprattutto nel settore del commercio, del turismo e della ristorazione (60%). Subito alle spalle di questi troviamo la burocrazia e i costi di riapertura, tra sanificazioni, igienizzazioni e messa a norma secondo i protocolli di sicurezza, che hanno avuto comunque una grossa incidenza nella crisi delle imprese. Quello che però preoccupa di più è che l’11% delle aziende campionate «indica nella criminalità un ulteriore pericoloso ostacolo allo svolgimento della propria attività», con un particolare 10% degli imprenditori che «risulta esposto all’usura o a tentativi di appropriazione ‘anomala’ dell’azienda», percentuale che sale fino al 20% per chi si dice «molto preoccupato per il verificarsi di questi fenomeni nel proprio quartiere o nella zona della propria attività»[2]. C’è da dire, fortunatamente, che due terzi delle aziende si dice fiduciosa dell’azione congiunta di Forze dell’Ordine e magistratura, indicando nella denuncia di questi episodi il necessario ed efficace strumento di contrasto. C’è, però, ed è un dato allarmante, un 32,7% delle imprese che di fronte a tutto questo non sa come muoversi.

L’indagine ha sondato il territorio, dunque, riguardo le imprese che si sono trovate nella posizione di pensare di ricorrere a prestiti a usura, ma anche riguardo a quelle che hanno subito dei tentativi di essere acquisite «a un prezzo fuori mercato, ossia molto inferiore o molto superiore a quello reale, sempre nella stessa zona dove operano con la propria attività. La notizia di accadimenti del genere è stata appresa in prevalenza attraverso il passaparola tra imprenditori. […] Prezzi troppo bassi o troppo elevati indicano un’anomalia nel libero gioco delle forze imprenditoriali; prezzi troppo elevati, per esempio, tradiscono sovente l’intento acquisitivo di attività reali finalizzato al riciclaggio, un tema, purtroppo, non nuovo nel panorama italiano. […] Il risultato robusto che si ottiene è che una frazione prossima al 10% degli imprenditori appare esposta a pressioni della criminalità, almeno per quanto riguarda i due specifici temi dell’acquisizione anomala dell’attività e del prestito a usura»[3].

Ecco quindi che noi, come associazione, vogliamo camminare al fianco degli imprenditori in difficoltà e fare sentire loro la nostra vicinanza e il nostro aiuto. Proprio a tal proposito Confcommercio Palermo ha instituito uno sportello per tutelare e difendere gli imprenditori da “pressioni” o “avvicinamenti” da parte della criminalità. Si tratta di un servizio di assistenza gratuito per tutti coloro che si ritrovano vittime di qualunque forma di pressione criminale. Il nome scelto per la campagna, infatti, è: “Siamo al tuo fianco contro ogni criminalità” ed essa ha come obiettivo anche quello di diffondere la conoscenza dei diritti e degli strumenti legali che l’imprenditore ha a disposizione per resistere a eventuali condotte lesive della propria libertà personale e di impresa, visto che, come emerso dalla recente indagine, un imprenditore su tre non sa come comportarsi in questi frangenti e si trova in una condizione di spaesamento e confusione. Come ho dichiarato dopo aver preso visione dei preoccupanti dati del report, il rischio di cadere in trappole criminali è assolutamente reale ed è nostro preciso dovere essere concretamente al fianco delle imprese, anche perché, purtroppo, gli aiuti previsti dallo Stato non sono sufficienti (se non inesistenti) e comunque tardivi rispetto a quanto imporrebbe questa situazione di emergenza.

Confcommercio Palermo, inoltre, è una grossa fetta dell’imprenditoria palermitana, e fornire aiuto a imprenditori che possano essere in difficoltà, grazie al contributo dei nostri esperti e alla garanzia di massima riservatezza, è senz’altro un segnale importante per chi fa impresa, innanzitutto per non sentirsi solo e, in seconda battuta, per possedere quegli strumenti legali necessari per contrastare questi fenomeni, che non sono soltanto frutto dell’azione della criminalità così detta “organizzata” (quindi mafiosa), ma sono anche tutti quei comportamenti omissivi o vessatori di chi dovrebbe garantire risposte certe, con tempi e regole dettate dalla legge, penso per esempio a chi non svolge il proprio dovere nell’esercizio delle proprie funzioni, sia nel ruolo di amministratore pubblico ovvero di “burocrate”, sia nel ruolo bancario.

Spero che questa iniziativa possa dare un punto di riferimento a coloro che possano trovarsi in una situazione di difficoltà e di minaccia criminale, affinché si riduca drasticamente quel 33% di imprenditori che in caso di pericolo non sa come fare, a chi rivolgersi, quali sono gli strumenti che ha a disposizione e i suoi diritti. La nostra azione mira a informare oltre che a sostenere concretamente. Anche questo è un passo importante nel contrasto della criminalità, fermo restando che aspettiamo, a livello statale, aiuti più consistenti che possano irrobustire le nostre imprese e proteggerle da rischi così pericolosi in tempi tanto critici come quelli che stiamo affrontando.

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Thu, 18 Jun 2020 17:13:45 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/668/1/crisi-e-criminalita-difendiamo-le-imprese cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Meeting virtuale tutto al maschile: Provenzano dice no https://www.patriziadidio.com/post/664/1/meeting-virtuale-tutto-al-maschile-provenzano-dice-no

Il ministro Giuseppe Provenzano, domenica 7 giugno, dai suoi canali social tuona: «Me ne accorgo solo ora, è l’immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere. Mi scuso con organizzatori e partecipanti, ma la parità di genere va praticata anche così: chiedo di togliere il mio nome alla lunga lista. Spero in un prossimo confronto. Non dimezzato, però»[1]. Questo tweet si riferisce a un meeting organizzato da un’Associazione che avrebbe visto partecipe il ministro come ospite principale di un dialogo tra sindaci ed esperti sul delicato e spinoso tema del ruolo delle città intermedie nella ricostruzione dell’Italia dopo la pandemia. Ahimè, il consesso virtuale pianificato vedeva tra i suoi molteplici interlocutori soltanto figure maschili.

La cosa non è passata inosservata e il ministro Provenzano ha deciso di venire meno alla sua partecipazione parlando appunto di una «rimozione di genere». Ritengo importante l’uso di questa locuzione perché in questo caso, come in molti altri, avviene un processo secondo il quale, il più delle volte in maniera totalmente inconsapevole, le donne “semplicemente” non vengono prese in considerazione. Non c’è uno squilibrio o un mancato ipotetico numero da centrare, ma c’è proprio una rimozione della parte femminile nel dibattito. Questa rimozione è un grave “deficit di democrazia” che vede la presenza femminile costantemente sottorappresentata nei luoghi privilegiati della rappresentanza politica, istituzionale (sia nazionale che locale), ma anche, per allargare lo spettro, nei consigli di amministrazione di enti e imprese, costituendo ancora oggi una lacuna volta a mantenere intatti gli equilibri di genere consolidati.

Un tema simile non può e non deve essere etichettato come qualcosa che “riguarda le donne” o che è solo “per donne”, perché è invece qualcosa che riguarda tutti indistintamente, uomini compresi, anzi gli uomini possono battersi ancor di più per questa causa, riconoscendone l’importanza.

Queste le condivisibili parole della giornalista Laura Onofri, commentando l’episodio di questi giorni, sulle pagine del Corriere: «La cultura si cambia anche con piccoli gesti, anzi forse sono quelli che servono di più. […] Vogliamo fatti concreti e quello di Giuseppe Provenzano lo è, e affermare che organizzare un convegno di soli uomini equivale a una rimozione di genere è così inedito e clamoroso se detto da un uomo che siamo sicure farà riflettere i futuri organizzatori di convegni, tavole rotonde, seminari. Che spesso rimangono stupiti di fronte alle proteste femminili, la loro reazione immediata, e spesso anche in buona fede, è affermare che non avevano affatto prestato attenzione all’assoluta mancanza del genere femminile. L’abitudine a essere quasi sempre tra soli uomini fa diventare “normale” quello che invece “normale” non è. Intanto speriamo che sull’onda del ministro del Sud molti altri lo seguano e che la disuguaglianza dell’opinionismo venga annullata perché non è solo una questione di democrazia, perché è importante che esista sempre un punto di vista diverso, anche femminile, ma soprattutto perché le ragazze che assistono a una conferenza di soli uomini si convinceranno che per quanto brave, competenti e preparate saranno sempre sfavorite rispetto ai loro colleghi uomini e questa discriminazione peserà sicuramente sulle loro scelte future di vita, di studio e di lavoro»[2].

Noi già da anni, con il gruppo Terziario Donna di Confcommercio, abbiamo introdotto il tema della democrazia paritaria che va ben oltre quello delle così dette “quote rosa”. Il problema femminile, infatti, non è meramente formale. È un percorso di garanzie, non di semplici “riserve” e riguarda l’intera società perché la scarsa presenza di donne ai vari livelli della vita economica, politica e sociale e nella governance di un Paese è, anzitutto, una questione culturale, la dimostrazione dell’arretratezza culturale di un Paese, una questione di civiltà, rivela una grave carenza di democrazia e pone un problema di legittimità dei risultati perché impedisce che si tenga pienamente conto degli interessi e delle esigenze di tutta la popolazione nel suo complesso.

Da anni mi batto per un cambiamento culturale che parta dagli uomini, affinché costruiscano una rete contro la disparità di genere. Perché il necessario cambiamento oggi deve passare soprattutto attraverso gli uomini, affrontando un percorso culturale e di consapevolezza simile a quello che ha portato le donne all’emancipazione. Perché le leggi in molti casi ci sono, ma il problema è in particolare educativo e non legislativo. Chiediamo agli uomini un impegno concreto, un cambio di passo. Dove le leggi non riescono ad arrivare, possono invece fare la differenza la cultura e l’informazione. E la voce delle donne da sola non basta. Accanto alle donne devono esserci gli uomini. Non devono parlare le donne della questione di parità di genere. Le donne questa disparità la subiscono. Occorre una rivoluzione culturale. Chiediamo agli uomini di esserci, di prendere posizione pubblicamente, chiediamo agli uomini di scendere in campo in prima persona per una società più giusta.

Proprio il momento di grave emergenza economica impone di sostenere un tema come la democrazia paritaria. Come esponenti di confcommercio non è una distrazione dai nostri compiti più strettamente riconducibili alla nostra rappresentanza. Infatti, per noi, non si tratta di una rivendicazione di genere, ma di una vera e propria strategia di politica economica. È l’attuale crisi che impone di concentrarsi con maggiore attenzione sulla questione femminile e sull’utilizzazione delle competenze e della “visione” delle donne, “capitale dormiente” della società, una risorsa fondamentale per rimettere in moto il sistema economico del nostro Paese.

Per dare una svolta, possono fare la differenza la cultura, l’informazione e gli esempi. Come quello del ministro per il Sud Giuseppe Provenzano a cui va il nostro apprezzamento e la nostra stima. Il suo gesto vale più di 1000 convegni sul tema della parità di genere. Perché si sa che le azioni concrete trascinano più di tante parole.

Patrizia Di Dio

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Tue, 9 Jun 2020 08:42:59 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/664/1/meeting-virtuale-tutto-al-maschile-provenzano-dice-no cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Violenza sulle donne: un bilancio di fine lockdown https://www.patriziadidio.com/post/663/1/violenza-sulle-donne-un-bilancio-di-fine-lockdown

Tra i tanti problemi che sono sorti in seguito alla pandemia di Covid-19 e alla conseguente chiusura totale del Paese che ci ha visti costretti nelle nostre case a trascorrere ben 10 settimane in questo modo, uno dei più gravi, sebbene mai preso a sufficienza in considerazione, è quello della violenza sulle donne. Come ben sappiamo la maggior parte dei casi di violenza nascono e proliferano proprio all’interno delle famiglie, quindi situazioni che già precedentemente si configuravano come critiche non hanno potuto che acuirsi in seguito alla convivenza forzata nei mesi del lockdown.

A metà maggio sono usciti i dati Istat ufficiali riguardo alle denunce per maltrattamenti e alle chiamate ricevute al numero antiviolenza 1522. Se da un lato vediamo la diminuzione delle denunce quasi del 44% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, c’è stato però un enorme incremento delle chiamate al numero antiviolenza, con un 73% in più. L’Istituto Statistico si tiene sulla difensiva e afferma che comunque sarà necessario un tempo più lungo per dare una lettura adeguata a questi dati, ma dalle prime stime già si nota come questi due dati, apparentemente in contrasto, siano in verità le due facce di una medesima medaglia. Le denunce diminuiscono a causa dell’impossibilità di poter trovare scuse e quindi non poter giustificare la propria uscita di casa (vista la coabitazione costante con il proprio carnefice), mentre le chiamate aumentano perché più facile farle eludendo il controllo e soprattutto grazie alla efficace opera di sensibilizzazione condotta su tutti i media. A inizio quarantena il procuratore aggiunto di Milano Maria Letizia Mannella si era detta preoccupata riguardo all’atteso calo delle denunce: «Ci basiamo solamente sull’esperienza, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine»  . Ecco perché sono state lanciate varie campagne di sensibilizzazione, anche tramite app, per chiedere aiuto e che, nonostante il drammatico incremento dei dati di violenza si sono rivelate efficaci oltre che utili, visto il picco di chiamate.

Anche la ministra per le Pari Opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, alcune settimane fa, quando cominciavano a essere ufficializzati i primi dati, sottolineò l’importanza dell’opera di informazione, affermando che «questi numeri sono un segno che ci dice l’emersione di un fenomeno purtroppo nascosto, difficile da contrastare proprio nella misura in cui più viene taciuto mentre si consuma nelle mura domestiche. Una delle nostre preoccupazioni ha sempre riguardato, dall’inizio dell’epidemia, le conseguenze che lo stare a casa avrebbe comportato per le categorie più fragili».

Altri dati che provengono da “D.i.Re – Donne in rete”, associazione che raccoglie oltre 80 centri, mostrano come tra il 6 aprile e il 3 maggio sia salito del 17% il numero delle donne che si rivolgono a un centro anti-violenza per chiedere aiuto e sostegno per la prima volta, infatti, di tutte le richieste ricevute dall’associazione ben il 33% del totale proviene da persone che non si erano mai rivolte ai centri D.i.Re.

Tutti questi numeri non devono spaventarci, ma piuttosto spingerci a riflettere sul fatto che tematiche del genere non debbano mai cadere in secondo piano, bensì restare sempre tra le priorità delle questioni da affrontare e per cui trovare delle risoluzioni. Non a caso, già a inizio pandemia, il Grevio, il gruppo di esperti che nel Consiglio d’Europa si occupa della violenza di genere, aveva esortato i Paesi firmatari della Convenzione di Istanbul «a fare il massimo per assicurare la continuità delle prestazioni e a continuare a offrire sostegno e protezione alle donne e alle ragazze che sono a rischio di violenza, con il coinvolgimento di tutti gli attori rilevanti: forze dell’ordine, servizi sociali, settore della giustizia, servizi di supporto specialistici e tutti i ministeri competenti».

Il monito del Grevio deve valere, a maggior ragione, adesso che abbiamo incominciato una nuova fase della gestione pandemica, con l’allentamento delle restrizioni. Se, infatti, proprio adesso facciamo dei passi indietro rispetto alle misure che sono state prese durante la pandemia, rischiamo di avere delle ricadute pesanti in termini numerici. Molte delle pratiche intraprese e delle iniziative di sensibilizzazione portate avanti non devono essere abbandonate come se, alla fine del lockdown, corrispondesse la fine del problema, anzi bisogna impegnarsi per mantenerle attive tutto l’anno facendo sì che i cambiamenti positivi avvenuti durante il lockdown possano perdurare. Le case rifugio, ad esempio, che sono state aumentate per iniziativa delle ministre Bonetti e Lamorgese entrambe attivatesi per trovare dei nuovi spazi, non possono essere dismesse proprio adesso, eppure ancora non si sa se verranno mantenute o meno.

Le accorate parole, al riguardo, della presidente di D.i.Re sono significative: «È fondamentale tenere presenti questi dati ora che la fase 2 comincia a dispiegarsi. E questo perché le donne avranno maggiore facilità a contattare il centro antiviolenza o recarvisi e il trend confermato delle richieste di aiuto ricevute a marzo e aprile […]. A fronte della crisi economica che si sta delineando, diventa ancora più urgente concepire interventi di sistema che valorizzino l’accompagnamento all’autonomia e all’inserimento lavorativo che caratterizza il lavoro dei centri antiviolenza» [4].

Non posso che unirmi a questo coro di voci femminili che ho voluto menzionare, non solo come donna, ma anche come presidente di Concommercio Terziario Donna, avendo fatto in prima persona della questione di genere uno dei miei punti fermi. La violenza di genere è qualcosa di assolutamente inaccettabile e a tutte le donne vittime di questo gioco al massacro dico con forza di reagire, di non avere paura nel chiedere aiuto, perché non sono sole! Anche in Confcommercio Palermo abbiamo promosso con l’ASP la divulgazione attraverso le vetrine e le  attività economiche dei nostri  iscritti,  l’attivazione di un numero verde dedicato a queste richieste per dimostrare il nostro supporto a una causa così importante e essere concretamente  vicini alle situazioni di fragilità che, ancor di più in questo terribile periodo, si sono incrementate pericolosamente.

Comprendo che trovarsi in certe situazioni difficili e pericolose rende drammaticamente fragili, ma occorre reagire e con il supporto dovuto si può uscire dalle situazioni più difficili. Chiedere aiuto salva la vita! Facciamolo!

Patrizia Di Dio

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Thu, 4 Jun 2020 08:13:05 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/663/1/violenza-sulle-donne-un-bilancio-di-fine-lockdown cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Post-Covid19, parola d’ordine: cambiamento! https://www.patriziadidio.com/post/662/1/post-covid19-parola-d-ordine-cambiamento

"Penso che tutti quelli che, come me, hanno il compito titanico di rimettere in piedi il sistema economico abbiano bisogno di guardare con fiducia al futuro, di pensare a una vera e propria rinascita. Dai locali di questa azienda sospesa mi sto ricaricando di fiducia e grande speranza per il futuro, per quel che siamo stati e per quel che dobbiamo continuare a essere per il nostro Paese: la forza della nostra Italia”.

Sono state queste le parole che, dai locali della mia azienda di famiglia, spesi nella giornata del 1° maggio scorso sui canali social ufficiali di Confcommercio Terziario Donna e le voglio utilizzare come incipit di questo articolo, in quanto, ora più che mai, credo si dimostrino rappresentative di quello che le imprenditrici e gli imprenditori italiani con le loro aziende sono chiamati a fare, guardare al futuro con forza, fiducia e speranza affinché possiamo ancora una volta essere il tessuto portante della nostra nazione.

Difatti, sebbene siano trascorse già due settimane dall’inizio della Fase 2, è a partire da questa settimana, che comincia a cambiare davvero qualcosa nel nostro modo quotidiano di gestione delle giornate. Vedremo le nostre strade ripopolarsi, i negozi di ogni genere riaprire e le persone in grado di circolare senza dover giustificare il proprio spostamento tramite un’autocertificazione. Ognuno di noi è chiamato al buon senso e alla responsabilità verso l’altro, sia come privati cittadini che come aziende, essendo un momento molto delicato, ma proprio per questa ragione dobbiamo anche saper sfruttare al massimo queste aperture per trarne nuova linfa vitale e mettere in atto quel necessario cambiamento di cui sentiamo sempre più spesso parlare!

Come più volte ho affermato sui miei social e in diverse interviste, professionalmente, come Presidente di Confcommecio Terziario Donna, ho sempre promosso la nascita di un nuovo Umanesimo che sappia dare nuova luce ai progressi tecnologici tramite la messa al centro dell’uomo, senza farsi schiacciare da una spersonalizzazione tecnologica. Si tratta di “essere società” e “non vivere in una società” per poter ottenere progresso e innovazione senza disumanizzare le nostre città e senza creare disuguaglianze e fratture sociali.

Ecco quindi secondo quali principi deve muovere il cambiamento indotto al tempo del Covid-19, perché questo cambiamento dobbiamo essere in grado di cavalcarlo e non di subirlo. Tra le tante piccole e medie imprese che torneranno ad aprire le porte ci possono essere due modi di ricominciare: farsi trovare uguali, adottando nelle aziende soltanto misure di sicurezza necessarie per legge; oppure aggiungere a questo adeguamento un quid in più, fatto di attenzione al cliente, empatia, immedesimazione nelle sue paure, nei suoi desideri, mettendo anche a disposizione nuovi servizi e nuove formule di vendita, sapendo cogliere quel bisogno che le persone sentono del lato umano del commercio.

Nel settore della vendita di beni di consumo quali abbigliamento, accessori, arredamento, e così via, sarebbe bello pensare a iniziative per dare risalto al consumatore, con degli appuntamenti dedicati, visite al negozio prenotate con vendita assistita da personale dedicato, una turnazione con accesso prioritario, l’assistenza telefonica per gli acquisti on line o per le prenotazioni di accesso nei punti vendita. Insomma, adottare delle misure che, se da un lato aiutano l’azienda a gestire meglio le nuove misure di sicurezza e la gestione degli accessi in negozio, dall’altro fanno sì che ci si senta “coccolati”, ci si senta – piano piano – parte di una nuova normalità che può avere i suoi risvolti positivi ed essere piacevole. Il tema del change va quindi declinato nella direzione di un adeguamento proattivo e intelligente e che, anzi, possa rivelarsi strategico attraverso nuove idee, rinnovandosi, rinascendo, andando incontro a una nuova normalità tanto auspicata quanto innovata e rinnovata!

Mi piace allora citare in questa sede una delle massime in cui credo più fermamente, ossia verba movent, exempla trahunt (S.Agostino), che significa “le parole incitano, gli esempi trascinano”. Ora più che mai, noi piccole e medie imprese dobbiamo essere d’esempio per farci traino di cambiamento e veicolare messaggi positivi di resilienza e rinascita. Attraverso un’ottica di Change Management avremo un impatto non solo a livello individuale, ma anche e soprattutto organizzativo. Questo è un processo che necessita di tempo e molti di noi hanno sfruttato il periodo di lockdown proprio per dare nuovi impulsi alle proprie imprese affinché anche la naturale resistenza al cambiamento delle persone venga meno e non ci siano freni per la ripartenza e per l’innovazione, sempre mettendo al primo posto, nella nostra trasformazione, il fattore umano che deve rimanere il fulcro del nostro agire. La sfida delle imprese è quindi questa, farsi ritrovare rigenerati per poter continuare a creare valore sui valori! 
Infine, ma non per importanza, dobbiamo riflettere su un punto fondamentale. Abbiamo finalmente avuto modo di capire come le luci accese, le saracinesche alzate e la vita che scorre nelle nostre città, non siano punti di secondaria importanza. Abbiamo capito che è il fermento e la vivacità delle nostre strade a rendere viva la città che abitiamo, a farci apprezzare la dimensione sociale del condividere spazi comuni, non solo commercio, non solo vendita, ma identità, vocazione per uno stile di vita italiano che ci dà un senso di appartenenza culturale, la nostra vocazione al bello e alla convivialità. Dobbiamo farci forti di questo, del Made in Italy e del significato che esso porta con sé, perciò ho accolto un hashtag che sento mio: #italiachiamaitalia! In esso è racchiuso il nostro spirito identitario, quel senso empatico di solidarietà che ci fa capire che aiutandoci gli uni con gli altri aiutiamo anche noi stessi. Quindi, ancora una volta, invito tutti a essere consapevoli nelle scelte: fa davvero la differenza per la nostra rinascita optare per il negozio di vicinato, per la qualità del made in Italy, per il valore piuttosto che la quantità. Insieme si potrà tornare più forti di prima, ma per farlo dobbiamo agire con la testa… e con il cuore

Patrizia Di Dio

 

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Mon, 18 May 2020 09:56:02 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/662/1/post-covid19-parola-d-ordine-cambiamento cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Ecco perché il nuovo DPCM è inaccettabile https://www.patriziadidio.com/post/661/1/ecco-perche-il-nuovo-dpcm-e-inaccettabile

Ieri sera il Presidente del Consiglio ha annunciato quali provvedimenti comprende il nuovo dpcm che sarà in vigore dal prossimo 4 maggio. Non posso, a questo punto, esimermi dal prendere una ferma posizione in merito, sia come Presidente di Confcommercio Palermo, sia come imprenditrice, sia come siciliana.

La Sicilia sta letteralmente sprofondando, annientata economicamente proprio in quei settori che costituiscono la sua linfa vitale e il Governo nazionale cosa fa? La affossa ancor di più con le ultime decisioni varate. È tempo di dire “basta!” perché la situazione non è più sostenibile. Mi sento in dovere di fare appello alle istituzioni regionali per una forte presa di posizione in favore della Sicilia, penalizzata in modo ingiustificabile e irresponsabile. È un dpcm inaccettabile che mette il sud Italia in ginocchio e che premia le lobby del Nord, che possono riaprire industrie e cantieri, mentre qui si tengono chiuse le attività su cui si regge la nostra economia.

In queste ore sta montando il malumore dei nostri associati e di tutto il mondo delle imprese del commercio, del turismo, delle professioni e dei servizi che sono il motore economico siciliano. Dunque, con le mie parole, voglio farmi interprete dell’enorme malcontento delle imprese chiedendo a gran voce che la politica abbia un immediato sussulto di orgoglio e unità, perché dobbiamo far valere la nostra autonomia per garantire la sopravvivenza del popolo siciliano, mortificato da provvedimenti senza logica e, soprattutto, senza alcuna proporzionalità per le differenti categorie e territori.

Forse non ci si rende conto che così facendo si rischia davvero una rivoluzione che non potrà in alcun modo essere contenuta. Siamo stati responsabili per sette settimane, ma non possiamo né vogliamo diventare martiri di un sistema distorto. Il popolo siciliano ha dimostrato grande senso civico e rispetto delle regole, ma da noi la situazione sanitaria è assolutamente sotto controllo, siamo la regione che, in percentuale, ha il minor numero di contagi. L’ormai noto indice Rt, che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva, per quanto riguarda la Sicilia è il più basso d’Italia, come dimostrano gli studi portati a termine sia dall’Iss, così come da altre autorevoli fonti [1]. È possibile che questo dato non venga preso in considerazione e non sia in alcun modo oggetto di valutazione da parte dei decisori del calendario della ripresa? Trovo inopportuno e cieco da parte delle istituzioni non calibrare i sacrifici per esempio di una regione come la Sicilia che ha dei dati interni che non sono minimamente paragonabili ad altre regioni d’Italia. Come si legge sulle pagine del Giornale di Sicilia anche il valore R0 (erre con zero), ovvero il numero medio di casi generati da un individuo infetto, è in Sicilia il minore registrato in tutta Italia: “La Sicilia vanta un primato, anzi forse IL primato, almeno nel cuore di esperti ed epidemiologici vari. Infatti, secondo tutti i rilevatori, il valore da tenere d’occhio è l’R0, l’erre con zero, ovvero la riproduzione di base. Ebbene, il dato migliore, quello più basso, si registra proprio in Sicilia. […] Tra il 10 marzo e il 25 marzo, nei giorni del lockdown nazionale dichiarato dal governo, l’erre con zero è passato da 2-3 (spaventosamente alto) a 1 in tutta Italia. Oggi la situazione è ulteriormente migliorata. Il numeretto cui anche i non addetti ai lavori guardano con apprensione come fossero i gradi segnati sul termometro si è stabilizzato attorno allo 0,5 di media. Nelle 15 regioni analizzate sulla base di dati di sufficiente qualità, la Sicilia con lo 0,34 ha il dato migliore” [2].

Insomma, se prestiamo lo sguardo a questi dati, è evidente come il messaggio di Conte sia letteralmente “esploso” nelle case dei siciliani che attendevano, con speranza e fiducia, un immediato ritorno al lavoro. Non possiamo aspettare il 18 maggio! La maggior parte dei siciliani da fine febbraio, ovvero da quando è iniziata la crisi sanitaria in Italia, non può contare sui ricavi della propria attività, non ha ricevuto nemmeno un euro di indennità a fondo perduto, non si è ancora vista la cassa integrazione, senza contare che ottenere i finanziamenti dalle banche è un’impresa per la maggior parte degli imprenditori. In questo quadro, per quanto concerne la Sicilia, mi sembra molto più preoccupante l’emergenza economica e sociale rispetto a quella sanitaria.

Il Presidente Confcommercio Sangalli si è espresso su questa Fase 2 con parole molto dure che sento di condividere: “Ogni giorno di chiusura in più produce danni gravissimi e mette a rischio imprese e lavoro. In queste condizioni diventa vitale il sostegno finanziario alle aziende con indennizzi a fondo perduto che per adesso non sono ancora stati decisi. Bisogna invece agire subito e in sicurezza per evitare il collasso economico di migliaia di imprese. Chiediamo al Presidente Conte un incontro urgente, anzi urgentissimo per discutere di due punti: riaprire prima e in sicurezza; mettere in campo indennizzi e contributi a fondo perduto a favore delle imprese” [3].

Sono sconcertata dalle decisioni prese con questo provvedimento e spero vivamente, anzi sono certa, che il Governo regionale assuma una posizione forte a tutela dei siciliani contro quella che è, a tutti gli effetti, l’ennesima ingiustizia per le categorie del commercio, del turismo, dei servizi e delle professioni e per i territori che hanno livelli di contagio inferiori. È necessario, nel dovuto rispetto delle misure precauzionali, battersi per una riapertura anticipata delle attività produttive, rispetto al 18 maggio. Vogliamo tornare al lavoro, vogliamo esercitare il nostro diritto alla libertà di impresa e il nostro diritto al lavoro, non vogliamo essere resi schiavi di sussidi. Basta rinvii, basta ingiustizie, il Sud è in ginocchio e dobbiamo far sì che si rialzi in piedi.

Patrizia Di Dio


[1] https://www.rainews.it/tgr/sicilia/video/2020/04/sic-sicilia-indice-contagio-basso-iss-kessler-2018cc05-f98c-463e-99f4-1a59855b6660.html

[2] https://gds.it/articoli/cronaca/2020/04/26/coronavirus-il-trend-nella-sicilia-che-vuole-riaprire-meno-malati-e-indice-di-contagio-piu-basso-in-italia-3d41210b-dc51-43fc-9702-c32c9c423fa1/

[3] https://www.confcommercio.it/-/sangalli-con-questa-fase-2-danni-gravissimi-alle-imprese

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Mon, 27 Apr 2020 07:20:21 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/661/1/ecco-perche-il-nuovo-dpcm-e-inaccettabile cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Slow: nuova mentalità per un’Italia nuova https://www.patriziadidio.com/post/660/1/slow-nuova-mentalita-per-un-italia-nuova

Qualche giorno fa sono stati resi noti i dati di “Congiuntura Confcommercio” circa il primo trimestre in Italia, registrando una riduzione dei consumi del 10,4% rispetto allo stesso periodo del 2019, per effetto del disastroso mese di marzo (-31,7%). La stima dell’Ufficio Studi Confcommercio parla di “dinamiche inedite sotto il profilo statistico-contabile, che esibiscono tassi di variazione negativi in doppia cifra non presenti nella memoria storica di qualunque analista”. E scendendo nel dettaglio si può vedere che riguardo l’accoglienza turistica abbiamo un -95% degli stranieri a partire dall’ultima settimana di marzo; riguardo le vendite di abbigliamento e calzature, attualmente, un -100% per la maggior parte delle aziende, ossia quelle non dotate di un e-commerce; e riguardo a bar e ristorazione un -68%, solo grazie alle coraggiose attività di delivery portate avanti con sacrificio e difficoltà. “Di conseguenza, le stime dell’Ufficio Studi indicano una riduzione tendenziale del Pil del 3,5% nel primo quarto del 2020 e del 13% nel mese di aprile” [1].

A tal proposito il Presidente Carlo Sangalli ha così commentato: “I dati di marzo confermano il crollo dei consumi e del fatturato delle imprese. Serve liquidità immediata senza burocrazia integrando le garanzie dello Stato con indennizzi e contributi a fondo perduto. Va inoltre pianificata attentamente la riapertura delle attività preparando i livelli sanitari, tecnologici e organizzativi perché il Paese appena possibile deve riaccendere i motori e ripartire in assoluta sicurezza” [2].

Un incipit di questo genere, che riporta dati così spaventosi, non vuole essere fonte di abbattimento, bensì uno sprone per rimboccarsi le maniche e trovare insieme delle soluzioni concrete per il nostro Paese che tanto amiamo. Dinnanzi a noi si erge uno sforzo titanico: ossia quello che va fatto per fare rinascere le imprese che in questo momento sono sospese e senza alcuna certezza e che avranno bisogno di tutti i progetti possibili da mettere in campo. Si deve parlare di questo. È necessario aprire gli occhi e guardare a tutti quei settori che fanno grande la nostra Italia e che sono la trama della nostra economia, sia in casa che all’estero. Si parla del 4 maggio come della data in cui si ricomincerà a lavorare. E nel frattempo, in questi due mesi, i beni di molti settori si stanno deteriorando, i prodotti tenuti chiusi nei nostri magazzini non avranno lo stesso valore e avremo perso parte del capitale investito in merce da vendere.

Sicuramente, come si legge dalle analisi citate inizialmente, tra i settori più colpiti troviamo il turismo e la moda. Il primo è un settore su cui si reggono intere regioni della nostra penisola, generando a cascata altri consumi. Il turismo, infatti, crea indotto anche in molti altri settori falcidiati da questa emergenza come la ristorazione, gli esercizi pubblici, lo shopping, i trasporti, la cultura (dai musei, alle visite guidate, ai siti archeologici). Il sud, in particolare, è più colpito economicamente e socialmente da tutto questo perché non possiede gli “anticorpi” necessari per poter resistere a lungo.

Abbiamo il dovere di pensare a delle soluzioni. Per esempio, per una regione come la Sicilia, che è stata colpita meno duramente dal virus, ma sta rispondendo ugualmente delle conseguenze, si potrebbe promuovere, come strumento di ripresa, il turismo locale, essendo un territorio più sicuro per quanto riguarda il rischio di contagio.

Passando, poi, alla moda, che è il mio settore imprenditoriale, credo che sia necessario ripensare più che mai alle modalità di vendita. Dobbiamo uscire dal fast shopping, per entrare in un’ottica slow. Ciò che è andato in crisi deve insegnarci qualcosa e non possiamo permetterci di dare al macero miliardi di merce, in un frenetico accumulo e in una forsennata produzione che peraltro tanti danni procura all’ambiente. Come si legge sulle pagine di Vogue Italia [3]: “lo stato di emergenza, dovuto al Coronavirus, induce a riformulare i tempi del sistema moda, dilatando la proposta, nonché la richiesta e il consumo. Possiamo, quindi, ipotizzare una limitazione di continue” produzioni di nuovi articoli e collezioni nel mercato, valorizzando i prodotti per una moda slow e più sostenibile.

Il concetto di slow shopping comprende inoltre tutto quello che amo sostenere: l’acquisto di prodotti di qualità, di design e di contenuti moda, la vendita assistita e il rapporto interpersonale, quella che io chiamo l’economia del nuovo umanesimo. Cominciamo a promuovere sempre di più lo slow shopping, intendendo per slow ciò che riduce l’impatto sull’ambiente per ripensare la fretta rituale nel consumismo, per fare acquisti sì, ma meno frenetici. Proponiamo acquisti lenti che meritano di essere assaporati, che meritano un racconto, una descrizione, che offrono design, originalità, significati culturali, qualità, esperienze ed emozioni di piacere. Questa crisi senza precedenti ha messo totalmente in discussione il sistema economico. Il ripensamento dei consumi servirà anche per superare tutti insieme la catastrofica emergenza economica e sociale che sta determinando quella sanitaria.

Deve passare con forza, da parte del consumatore, la consapevolezza che #lEconomiaSeiTu.

Ogni nostro acquisto può ritornare come moltiplicatore economico al nostro Paese se lo indirizziamo responsabilmente alle aziende italiane, verso i negozi di vicinato, scegliendo prodotti di qualità e made in Italy. Tutto questo, e lo stesso concetto di slow shopping, fa riferimento anche a quella che è la vera essenza dell’Italia, il Bel Paese, fatto di know how, cultura, tradizione, cura artigianale nella produzione, buon gusto, design, creatività. Un oggetto, un luogo da visitare o un capo di moda italiana che possiedono queste caratteristiche non sono fatti per essere fagocitati, ma per essere assaporati. Dobbiamo puntare a dare valore ai contenuti e a creare qualcosa di duraturo e iconico. Dobbiamo far rinascere l’economia puntando su ciò che rende unica l’Italia, su un nuovo peculiare modello di sviluppo: fatto di bellezza e di sostenibilità, di coesione sociale, di innovazione e tecnologia, di un nuovo Umanesimo.

Avremo bisogno del contributo di tutti per ricostruire il Paese nutrendoci di tutto l’amore e la passione per quello che facciamo, consapevoli che siamo stati e dobbiamo continuare a essere la vera grande forza del Paese. È questo che mi dà speranza. È questo che mi dà fiducia nel futuro, nonostante tutto.

Patrizia Di Dio

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Mon, 20 Apr 2020 04:43:17 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/660/1/slow-nuova-mentalita-per-un-italia-nuova cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Coronavirus: ritorno al lavoro e soluzioni possibili https://www.patriziadidio.com/post/659/1/coronavirus-ritorno-al-lavoro-e-soluzioni-possibili

Ci troviamo, come ho ripetuto ormai molte volte, ad affrontare un vero e proprio disastro senza precedenti in cui dobbiamo assolvere ai nostri doveri di cittadini, ma in cui abbiamo anche il dovere di incominciare a pensare seriamente a una exit strategy. Questo non perché si vuole correre a riaprire tutto, come qualcuno potrebbe pensare, anzi. Non si ha la benché minima intenzione di vanificare tutti i sacrifici fatti fino a questo momento, né tanto meno mettere in pericolo altre vite umane, i nostri familiari, i nostri lavoratori, ma si vuole e si deve trovare un modello, un protocollo da seguire per disegnare una strategia nell’affrontare gradualmente e con le dovute garanzie l’uscita dal lockdown. Ciò anche alla luce del fatto che è assolutamente da evitare sia a livello sanitario sia a livello economico, rischiare meccanismo a “yoyo” che faccia seguire ad auspicate aperture, nuove drammatiche chiusure repentine, motivo per cui bisogna ponderare con estrema attenzione queste strategie di uscita.

Consapevole di non possedere le competenze mediche e nemmeno il ruolo idoneo per proporre protocolli di uscita, intendo fornire però il frutto di una ponderazione responsabile e consapevole di soluzioni, cosa che, invece, il mio ruolo di soggetto impegnato in ambiti associativi, aziendali e professionali mi impone di fare. Il tema, infatti, non è solo quello di tornare a lavorare quanto prima, ma di farlo con determinate garanzie, di farlo in totale sicurezza. Non possiamo permetterci, lo ripeto di nuovo, di invalidare tutti gli enormi sacrifici che abbiamo fatto finora e non possiamo rischiare di compromettere ancora vite umane con una ripresa delle attività non ben calcolata. Non possiamo nemmeno permetterci, però, di attendere di arrivare a zero contagi. Cosa certamente impossibile, se non in un tempo lunghissimo.

Ecco quindi che mi sento in dovere di condividere, dalle pagine del mio blog, delle soluzioni possibili per una ripartenza che abbia il giusto tempismo, tenendo conto che lo Stato, la sanità e le imprese hanno ciascuno tempi e obiettivi diversi ed è indispensabile che si coordinino per trovare la giusta congiuntura nell’interesse di tutti e senza venire mai meno l’attenzione per la prevenzione e per i dispositivi di sicurezza, entrambi fondamentali. Così come la ripresa dell’economia. Ecco, quindi, cosa bisogna fare: cercare il tempismo giusto, il tempismo giusto per tutti, che contempli una riapertura il più tempestiva possibile, ma non dissennata. Prima regola: prudenza. Seconda regola: audacia.

Grazie alla collega Silvia Radetti, Presidente di Terziario Donna Trieste, sono venuta a conoscenza di un interessante documento redatto dal dottor Fulvio Zorzut, già direttore della Struttura complessa “Igiene Sanità Pubblica e Prevenzione Ambientale” presso l’Azienda Sanitaria Universitaria di Trieste.

Questo documento prospetta l’utilizzo di test sierologici sulla popolazione, cosa che sta iniziando ad attecchire anche applicativamente in alcune province di Veneto e Trentino Alto Adige. Si partirebbe, quindi, con l’indagine di prevalenza sierologica, per individuare gli immuni naturali guariti. Ciò permetterebbe a una fetta di popolazione in età lavorativa, di poter tornare ad adempiere ai compiti produttivi interrotti, minimizzando i rischi di diffusione del virus, e continuando invece a tenere protetti tutti quegli individui più esposti e suscettibili al virus (come gli anziani, gli immunodepressi, gli ipertesi, i diabetici, e così via). I test sierologici sono ottimi strumenti di screening per stabilire le priorità di ritorno al lavoro, oltre a essere più sicuri visto che il campione da analizzare non contiene il virus (che non è presente nel sangue) come, invece, accade per i tamponi naso-faringei; e sono anche più economici e tempestivi, garantendo esiti in circa 30 minuti, ricevuti i quali si potrebbero rilasciare ‘lasciapassare sanitari’ per chi risulta immunizzato.

Oltre ai test sierologici, grazie alle tecnologie digitali, si passerebbe a una fase di contact tracing che consente di geolocalizzare la cittadinanza per ricostruire una mappa dei contagi (rigorosamente con dati anonimi, nel rispetto delle norme sulla privacy). Modello, quest’ultimo, già adottato in Corea del Sud, Taiwan e Singapore e con il quale si sono ottenuti ottimi risultati nel controllo della diffusione del virus. Individuando tempestivamente e precisamente i punti critici di potenziale contagio, infatti, ci si può focalizzare più precisamente per le azioni preventive.

In ultima battuta si deve procedere con una campagna di comunicazione seria e capillare che responsabilizzi i cittadini, gli imprenditori, i collaboratori su quanto sia strategico economicamente, socialmente e da un punto di vista sanitario questo passo: non ci è concesso margine di errore.

Avendo la consapevolezza che la quarantena generalizzata, per ragioni di sicurezza dello Stato, deve essere interrotta prima che la virologia del Covid-19 segua il suo corso mutandolo in una replica meno aggressiva, si deve, quindi, accettare un rischio epidemiologico scientificamente controllato. Non si può dimenticare l’importanza che riveste la ripresa della capacità produttiva, del lavoro e delle aziende che è l’unica cosa in grado di garantire il reddito, gli stipendi, le pensioni, i risparmi, la sanità, l’ordine pubblico e quindi la salvaguardia dello stato sociale tutto.

Un altro criterio da prendere in considerazione è quello territoriale. Abbiamo visto come le regioni del sud Italia siano molto meno contagiate di quelle del nord, perciò, mi chiedo, non sarebbe più logico pensare di scaglionare le riaperture, partendo proprio da quelle regioni meno colpite e quindi più facilmente gestibili nella riapertura? Perché aspettare le tempistiche di regioni molto più colpite dove è necessario prendere precauzioni molto più ferree e drastiche rispetto alle regioni meridionali? Una territorialità del rientro, a mio giudizio, va pensata e tenuta in considerazione. Magari in questi territori si possono anche riaprire dei settori che altrove devono ancora mantenere la chiusura per contenere il contagio. Penso al turismo di cui il Sud ha naturale vocazione.

Mi auguro, concludendo, che le filiere produttive, distributive e dei servizi possano riattivarsi presto, gradualmente, ma progressivamente. È necessario impegnarsi affinché si riaccendano i motori della macchina economica, con estrema responsabilità di tutti e di ciascuno, sempre nella garanzia del rispetto delle misure di distanziamento sociale, della messa a disposizione per i lavoratori dei dispositivi di sicurezza e delle misure preventive per le categorie a rischio.

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Thu, 9 Apr 2020 15:22:21 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/659/1/coronavirus-ritorno-al-lavoro-e-soluzioni-possibili cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Cosa ci sta insegnando il Coronavirus? https://www.patriziadidio.com/post/658/1/cosa-ci-sta-insegnando-il-coronavirus

Quello che stiamo vivendo è un periodo davvero singolare: ci impone di rimanere a casa e vede le famiglie riunirsi e trascorrere le giornate tutti insieme, riscoprendo momenti di vita familiare spazzati via dalla frenetica routine quotidiana. Porta tutti, dunque, donne e uomini, a riflettere sul concetto di condivisione.

La condivisione “forzata” ci esorta, anche, a ripensare al concetto di parità di genere, che proprio da questa situazione difficile ne potrebbe uscire rafforzato. Stando a casa, infatti, uomini e donne devono dividersi equamente tutti gli impegni quotidiani familiari, dal prendersi cura dei propri figli aiutandoli a fare i compiti e intrattenendoli in varie attività, al badare agli anziani, cucinare per la famiglia o occuparsi delle faccende casalinghe. Tutte attività, nella maggior parte dei casi, appannaggio delle sole donne, a causa di una sorta di deficit culturale ed educativo ereditato dal passato e ormai consolidatosi sul piano sociale.

Improvvisamente, però, siamo tutti sullo stesso piano, malgrado anche precedentemente le donne lavoratrici dovessero avere gli stessi doveri/diritti degli uomini lavoratori, questa emergenza può dare a tutti noi l’opportunità di concretizzare il raggiungimento di una cultura di parità autentica e coerente. Non solo a vantaggio della donna, ma a vantaggio di tutta la famiglia, che trovandosi in questa condizione è chiamata a rinsaldarsi e a collaborare in egual misura per il benessere di tutti i componenti.  Traiamo spunti positivi, sempre! Anche e soprattutto i momenti di estrema difficoltà, come questo, devono essere per noi preludio di miglioramento e di crescita!

Un discorso analogo può essere fatto anche dal punto di vista economico. Le aziende, infatti, stanno vivendo quella che definirei quasi una “rivoluzione copernicana” del loro modo di pensare all’impresa. Imprenditrici e imprenditori sono chiamati a ripensare radicalmente il modus operandi delle proprie aziende e a escogitare soluzioni alternative per rimanere in piedi e non essere travolte e schiacciate da quella che è la situazione di emergenza più grave dal secondo dopoguerra ad oggi.

Ma di cosa ci stiamo accorgendo, messi così alla prova?  Ci stiamo accorgendo di possedere già gli strumenti digitali per modificare la nostra azienda, questi strumenti già esistono e sono da anni a nostra disposizione, ma quello che ci mancava è ben altro, ossia gli strumenti “cognitivi” per utilizzare le innovazioni già esistenti, attaccati come siamo a una concezione tradizionale di impresa.

Questo nostro attaccamento è senz’altro anche qualcosa di bello e di positivo! Non voglio assolutamente dire il contrario! I negozi fisici, il rapporto personale vis a vis con il cliente, la “vecchia maniera” di fare le cose, sono tutti elementi che caratterizzano e connotano il nostro modo di fare impresa e che ci rendono unici, ma è bene affiancare alla modalità tradizionale quella “contemporanea” che ci fa stare al passo con i tempi, che ci permette di affrontare le tempeste come questa, che ci dà l’opportunità di ammodernarci senza tradire la tradizione.

Insomma di necessità bisogna fare virtù, come dice il vecchio detto. Bisogna guardare al mondo del digitale come a un alleato in grado di darci supporto, al social marketing come a qualcosa che a un prezzo decisamente vantaggioso ci fa raggiungere un numero molto maggiore di persone, all’e-commerce e al delivery come strumenti a supporto del negozio fisico e in aggiunta ad esso. Abbiamo fatto esperienza di come con una connessione e una app di collegamento video possiamo portare a termine riunioni e negoziati importanti e raggiungere gli stessi risultati che si sarebbero raggiunti con un incontro dal vivo. Senza contare che applicare questo metodo, in primo luogo, porta a un risparmio sia di tempo che di denaro per l’economia dell’azienda e, in secondo luogo, apporta un enorme beneficio all’ambiente, riducendo drasticamente le emissioni generate da spostamenti rivelatisi superflui proprio in un momento storico come questo in cui è necessario più che mai trovare soluzioni per la salvaguardia di sistemi di vita ed economici che sposino la circolarità e la causa green.

Riflettendo più in generale, dunque, credo che usciremo da questo periodo radicalmente e totalmente trasformati. Penso a quei nonni che pur di vedere i nipotini o di reperire le medicine di cui hanno bisogno hanno imparato a usare la rete, a fare videochiamate, a scaricare app. Penso a tutte quelle società che si sono dotate di un e-commerce scoprendone i vantaggi e le potenzialità. E riflettendo su tutto questo non posso non constatare che quello che ci mancava non erano, appunto, gli strumenti, bensì la volontà e la forma mentis per utilizzarli e non demonizzarli.

Ricordiamoci che siamo tutti nella medesima situazione, che siamo tutti uguali di fronte alla drammaticità di questo momento e che, quindi, solo uniti, positivi, aperti al cambiamento e forti della collaborazione e dell’aiuto reciproco possiamo riuscire a superare questa tempesta. E a uscirne migliori. Tutti.

Patrizia Di Dio

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Wed, 25 Mar 2020 10:54:39 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/658/1/cosa-ci-sta-insegnando-il-coronavirus cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
PMI: non possiamo essere abbandonati https://www.patriziadidio.com/post/657/1/pmi-non-possiamo-essere-abbandonati

Noi siamo le micro, piccole e medie imprese che responsabilmente, senza isterie, compatte, unite, abbiamo fatto subito quello che ci è stato chiesto e che si doveva fare, ma la verità è che stiamo vivendo un incubo, un momento tanto drammatico quanto surreale, di cui ancora non possiamo vedere la fine. Nei decenni passati abbiamo affrontato e saputo superare tutte le crisi. Ce l’abbiamo fatta fin qui e abbiamo di fatto sostenuto il Paese, pur avendo perso migliaia di aziende. Eppure il sistema Paese ha retto grazie a noi, che siamo l’ossatura economica del Paese.

Stavolta, però, non è una crisi economica.  Stavolta si tratta di un’emergenza senza precedenti economica e sanitaria, un’emergenza paragonabile solo agli effetti di una guerra. Ma stavolta non possiamo farcela. Stavolta siamo azzerati. Da soli non ce la faremo. Abbiamo bisogno del Paese e occorre fare tutto quello che deve essere fatto perché se moriamo noi muore l’Italia.

Poche ore fa è stato varato il decreto “Cura-Italia” e il presidente Conte ha annunciato in una conferenza stampa, a seguito di un Consiglio dei Ministri fiume durato moltissime ore, che questa “è una manovra economica poderosa: non abbiamo pensato e non pensiamo di combattere un’alluvione con gli stracci. Stiamo cercando di costruire una diga per proteggere imprese famiglie lavoratori”. Ha poi proseguito dicendo che sono stati stanziati subito “10 miliardi a sostegno dell’occupazione e dei lavoratori per la difesa del lavoro e del reddito affinché nessuno perda il posto di lavoro a causa del Coronavirus. Questo è un primo intervento per marzo, poi torneremo per le scadenze di aprile attraverso la probabile estensione e modulazione del meccanismo dei ristori che stiamo definendo e sarà oggetto del decreto di aprile”. Non possiamo che salutare positivamente questi provvedimenti, essendo messo in conto nella manovra che i soldi stanziati nell’immediato (circa 25 miliardi) costituirebbero soltanto il volano per ben altra cifra, ossia 350 miliardi provenienti dall’Europa. L’Italia vuole essere di esempio e guida per gli altri Paesi nella gestione di quest’emergenza non solo dal punto di vista sanitario, ma anche e soprattutto economico.

Non posso che ricordare che per poter ripartire e continuare a essere quella parte fondamentale del PIL del nostro Paese, noi, le aziende diffuse, il mondo delle partite IVA, dobbiamo essere aiutate. Lo Stato ha il compito di metterci nelle condizioni di ripartire, a salvaguardia delle aziende e dei posti di lavoro che noi garantiamo. Quando finiranno gli ammortizzatori sociali per i lavoratori, dobbiamo adoperarci perché siano le aziende a continuare a dare i milioni di posti di lavoro che finora abbiamo garantito e che si rischia di non avere più. Garantire le aziende significa garantire anche i lavoratori.

Intanto con il decreto legge odierno il Governo ha individuato le prime emergenze cui dobbiamo fare fronte: garantire tutele ai lavoratori, con la cassa integrazione estesa a tutti i settori produttivi e a tutte le imprese e un sostegno per gli autonomi, i professionisti e le partite Iva, liquidità per 350 miliardi garantita alle imprese, interventi per sospendere versamenti di tasse e contributi. Lo accogliamo favorevolmente certi che si tratti di un primo, fondamentale, passo che servirà per affrontare questo primo periodo, ma vogliamo credere alle parole del presidente anche quando si dice consapevole del fatto che queste misure non sono ancora sufficienti e che il Governo “risponderà presente anche domani” predisponendo “misure per il tessuto economico e sociale fortemente intaccato” dall’emergenza “con un piano di ingenti investimenti”. Ci vogliamo credere perché occorreranno davvero nuove misure per aiutare le aziende e non potremmo farcela se venissimo abbandonati.

Non si tratta di lasciare indietro qualcuno, ma è in gioco il futuro dell’intero Paese. A maggior ragione per il Sud che già vive una situazione di arretratezza e di fragilità e di bassissima occupazione.

Mi auguro che presto potremo tirare un sospiro di sollievo innanzitutto per l’emergenza sanitaria e poi per quella economica. Sono fiduciosa che ne usciremo più forti e uniti di prima e voglio concludere con le parole del Presidente Nazionale di Confcommercio Carlo Sangalli che questa mattina in un’intervista rilasciata per La Verità ha detto che “oggi è tempo di presentarsi come un Paese unito […]. Oggi bisogna attutire l’impatto economico e sociale dell’emergenza: risarcire i danni e supportare la liquidità delle imprese e il reddito di chi lavora. Al contempo bisogna preparare le condizioni per ripartire con mirate operazioni di sostegno alla domanda e mettendo in moto buoni investimenti pubblici. Anche a livello europeo”.

Non possiamo fare previsioni, sicuramente servirà un anno e più per rimetterci in carreggiata, quindi adesso fiduciosi e compatti guardiamo all’attuazione di questo provvedimento e attenderemo quelli futuri, ribadendo a gran voce che non possiamo e non dobbiamo essere lasciati soli perché soltanto con l’aiuto dello Stato possiamo farcela non solo adesso, ma soprattutto dopo, a emergenza finita, quando davvero si faranno i conti di questa situazione senza precedenti.

Patrizia Di Dio

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Mon, 16 Mar 2020 18:25:01 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/657/1/pmi-non-possiamo-essere-abbandonati cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Alla piccola e media impresa: teniamo duro! https://www.patriziadidio.com/post/656/1/alla-piccola-e-media-impresa-teniamo-duro

Non ci sarà più una zona rossa, ma ci sarà l’Italia zona protetta. Saranno vietati su tutto il territorio della penisola gli spostamenti consentiti solo per comprovate ragioni di lavoro, per casi di necessità o motivi di salute. Aggiungiamo in questo provvedimento anche un divieto di assembramenti all’aperto o in locali aperti al pubblico. […] Ognuno deve fare la propria parte” [1], queste le parole del premier Giuseppe Conte per annunciare che le misure restrittive fino a qualche giorno fa vigenti solo nella zona rossa sono state estese in tutto il territorio nazionale.

L’emergenza è in primis sanitaria, ma si rischia di dimenticare il motore del Paese, ossia l’economia, quell’economia non soltanto basata sulle grandi imprese e sulle multinazionali, ma soprattutto fatta di micro,  piccole e medie aziende che, a meno di non essere parte del settore alimentare, sono più che in ginocchio, direi azzerate economicamente.

La portata della gestione della situazione corrente “sarà evidente nei prossimi 12-18 mesi e la sensazione comune è che a pagarne il prezzo più caro saranno le piccole imprese. Esercizi commerciali chiusi, turismo congelato, attività di intrattenimento vietate non sono misure indolori e colpiscono soprattutto le attività più piccole, che hanno meno mezzi per far fronte a una situazione del genere. Il dramma di questa situazione è già tangibile, ma quanto tutto questo ci sarà costato in termini di PIL lo scopriremo fra qualche mese” [2].

Purtroppo ci troviamo in una situazione davvero surreale e dobbiamo confidare che gli interventi varati dal Governo siano sufficienti, quando questa situazione rientrerà, ad assicurare una ripresa delle aziende che per adesso non riescono a vedere una prospettiva di futuro. Dobbiamo attenerci e prendere atto di quello che a livello governativo ci viene detto, anche se lo sforzo richiesto alle aziende è davvero tanto. Il ministro dell’economia Gualtieri ha rassicurato dicendo che sarà “ulteriormente potenziato il Fondo centrale di garanzia a sostegno delle piccole e medie imprese: il più grande strumento di agevolazione che garantisce a oggi finanziamenti bancari per 40 miliardi”. Questo Fondo “sarà esteso con accesso gratuito su tutto il territorio nazionale, saranno prolungate le garanzie prestate e sarà possibile aumentare le percentuali di garanzia in specifiche aree e filiere”. È stato previsto anche che le imprese “possano continuare a beneficiare delle aperture di credito accordate ma non ancora utilizzate”. Speriamo inoltre che al di là della sospensione dei pagamenti che in questo momento le imprese non possono sostenere non avendo utili su cui fare affidamento, vengano anche fornite appunto le risorse per gestire la ripartenza. Non solo finanziamenti ma anche aiuti in termini di contributi risarcitori delle perdite. 

Come imprenditrice prima ancora che Presidente Nazionale di Confcommercio Terziario Donna, spero che la volontà di dare una mano alle aziende si tramuti nella prassi in maniera concreta e fattiva e urgente, consapevoli che esse sono il cuore pulsante del Paese, la sua ossatura e che tante altre volte in tante altrettante occasioni difficili è stato proprio grazie alla piccola e media impresa che l’Italia è riuscita a sollevarsi e guardare avanti. Stavolta non siamo di fronte a una crisi “normale”. Senza l’aiuto dello Stato davvero non possiamo farcela.

A chi è stato costretto a sospendere la propria attività voglio mandare il mio sostegno e il mio incoraggiamento: ricordate la vostra funzione sociale! Senza di voi, di noi, come possiamo vedere, le città si spengono e per quanto sia difficile è il momento di fare quadrato, rispettare le regole e cercare di trasformare quello che è un vero e proprio disastro economico in un’opportunità. Soltanto in poche settimane gli imprenditori sono stati in grado di riorganizzarsi dimostrando di essere proattivi e in grado di reinventarsi: dalla conversione del lavoro in modalità smart, ai servizi a domicilio, alle conference call, alla vendita online, insomma tutto quanto è stato possibile fare grazie alla tecnologia è stato fatto e si sta facendo. Abbiamo fatto un balzo in avanti negli strumenti di digitalizzazione e tecnologici  in pochissimi giorni che non avevamo fatto negli ultimi anni.

Ora è il momento di stare uniti, di essere più che mai comunità,  di fare fronte comune, di cercare di capire come gestire gli aiuti e i fondi che si mobiliteranno a livello statale. Non bisogna nascondersi dietro un dito e si deve ammettere che la vita delle nostre aziende e di tanti posti di lavoro è davvero appesa a un filo e se questo filo si spezza è la vita stessa dello Stato a vacillare visto che le imprese ne costituiscono la sua stessa linfa vitale. Ma ce la dobbiamo mettere tutta e ottimizzare le risorse che verranno stanziate.

Spero che queste mie parole possano essere di incoraggiamento per tutti i colleghi  imprenditori che mi leggono e che versano in una condizione drammatica, vi sono vicino e vi voglio dire che CE LA FAREMO! In questo momento dobbiamo essere uniti per il bene di tutti e per il bene del nostro Paese, e proprio questo è quello che ci deve muovere, dare fiducia e coraggio: l’amore per la nostra Italia, che faremo tornare a splendere più forte e bella di prima.

Patrizia Di Dio


[1] http://www.romatoday.it/attualita/zona-rossa-decreto-cosa-significa.html

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/corona-virus-emergenza-e-gestione-aiutare-piccole-imprese-ADOOHM
 

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Fri, 13 Mar 2020 20:14:44 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/656/1/alla-piccola-e-media-impresa-teniamo-duro cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Coronavirus, priorità assoluta ai provvedimenti a sostegno delle imprese https://www.patriziadidio.com/post/655/1/coronavirus-priorita-assoluta-ai-provvedimenti-a-sostegno-delle-imprese

L’emergenza nazionale di queste settimane, causata dal COVID-19, sta determinando una paralisi delle attività imprenditoriali ed economiche che impone misure urgenti per la salvaguardia delle aziende e dei posti di lavoro”. 

Lo scrive la presidente di Confcommercio Palermo, Patrizia Di Dio, in una lettera inviata al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, al presidente del Consiglio Comunale Salvatore Orlando e a tutti i consiglieri comunali di Palazzo delle Aquile. 
Un appello al senso di responsabilità che deve guidare tutti, ognuno per il suo ruolo - spiega la Di Dio -. In momenti di estrema delicatezza si può alimentare la paura o assumere comportamenti responsabili: noi abbiamo scelto questa seconda strada per contribuire a ricostruire un clima di fiducia e un senso di comunità e solidarietà che sta bene anche al commercio. Cautela e senso di responsabilità ci inducono a vivere senza isteria questo difficilissimo momento”.
L’emergenza sanitaria - scrive la Di Dio al Comune - è divenuta emergenza economica ed in una economia fragile, quale quella palermitana, ciò rischia di rappresentare il “colpo di grazia” per tutte quelle attività che oggi hanno strenuamente resistito a tutte le difficoltà di impresa quotidiane”. 
Al sindaco Orlando viene chiesto di convocare urgentemente le associazioni di categoria, riconosciute per legge, per discutere delle misure urgentissime da mettere in campo al fine di arginare quella che si profila come la più grave crisi degli ultimi decenni. 
Ai singoli consiglieri e al Consiglio comunale nella sua interezza, la Di Dio sollecita “un impegno e uno sforzo determinante” per l’adozione con priorità assoluta “di ogni possibile misura a sostegno di tutte le imprese e specialmente quelle del settore turistico particolarmente colpito”. 

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Fri, 6 Mar 2020 17:48:44 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/655/1/coronavirus-priorita-assoluta-ai-provvedimenti-a-sostegno-delle-imprese cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Occupazione femminile: a che punto siamo? https://www.patriziadidio.com/post/652/1/occupazione-femminile-a-che-punto-siamo

Gender equality is a critical component of economic growth. Women are half of the world’s population and we have our role to play in creating a more prosperous world. But we won’t succeed in playing it if the laws are holding us back.

(L’uguaglianza di genere è una componente cruciale nella crescita economica. Noi donne costituiamo la metà della popolazione mondiale e abbiamo il nostro compito da adempiere per la creazione di un mondo sempre più fiorente. Ma non possiamo avere successo in questo adempimento se le leggi ci ostacolano).

Kristalina Georgieva

Interim President, World Bank Group Chief Executive Officer, IBRD/IDA [1]

 

Questo l’incipit della Prefazione di una recente ricerca condotta dalla Banca Mondiale intitolata Women, Business and the Law 2019: A Decade of Reform, con la quale si è voluta indagare la discriminazione di genere negli ultimi dieci anni in ben 187 diversi paesi del mondo. Quello che esce fuori da questo documento è che ci sono ancora molti paesi in cui gli stereotipi di genere da un lato e il biasimo sociale per la donna lavoratrice dall’altro, generano una situazione tale da garantire alle donne lavoratrici circa la metà dei diritti spettanti agli uomini lavoratori. Verrebbe da dire che la situazione italiana risulta essere rosea messa al confronto con queste realtà così estremamente squilibrate, ma non dobbiamo farci ingannare da alcuni risultati positivi che, in realtà, sono insufficienti per poter cantare vittoria.

È per questo che torno ancora una volta sul tema dell’occupazione femminile e di tutto ciò che concerne il mondo del lavoro quand’esso è in binomio con le donne.

Partiamo perciò da alcuni recenti dati che analizzano più da vicino la situazione occupazionale europea, in generale, e italiana, più nello specifico, fornitici da un’indagine svolta dal Censis in occasione di una mostra fotografica avente come tema centrale quello della discriminazione di genere [2].

Dalle stime condotte tre sono i dati più preoccupanti:

  • il tasso occupazionale femminile (20-64 anni): è del 53,1%, ossia in penultima posizione rispetto al resto d’Europa, con alle spalle la sola Grecia (48%);
  • il tasso di disoccupazione giovanile (donne fino ai 24 anni): è al 30,4%, laddove la media europea si attesta intorno al 14,5%.
  • Il tasso di donne manager: si ferma al 27% (la media europea è a più del 33%), confermando

che le donne sono sottorappresentate nei ruoli dirigenziali.

A questi numeri impietosi si aggiunga che per molte donne lavorare e, al contempo, formare una famiglia risulta essere una strada costellata di ostacoli. Basti pensare che per il ben 60,2% delle madri che lavorano con tempo parziale, quest’ultimo non è una scelta, ma viene accettato per mancanza di alternative valide. E sapete questa percentuale a quante donne corrisponde? Circa 2 milioni.

Questi dati già evidenziati nel 2018 dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro con la pubblicazione del dossier Donne al lavoro: o inattive o part-time (realizzato a partire dal rapporto redatto dal Ministero del Lavoro in collaborazione con ISTAT, INPS, INAIL e ANPAL) [3], devono assolutamente essere presi sul serio e soprattutto a livello di welfare devono essere ripensati dei provvedimenti atti ad agevolare la parificazione della situazione lavorativa femminile.

Non bisogna, però, cadere nella facile trappola del disfattismo e del vittimismo e bisogna ripartire da quelli che sono i dati positivi che emergono da queste statistiche e proporre soluzioni concrete.

Innanzitutto l’Italia è al primo posto in Europa per numero di donne che svolgono attività indipendenti. Possiamo dire di essere le donne più intraprendenti d’Europa contando più di 1 milione e 600 mila imprenditrici. Non va sottovalutato questo dato perché ci rende chiaro come non siano di certo la preparazione, la caparbietà, l’attitudine al lavoro o chissà quale altro tassello a mancare alle donne, che anzi spesso sono portate dal retaggio culturale e dalla pressione del giudizio sociale ad addossarsi colpe per la propria volontà, ad esempio, di essere delle mamme lavoratrici a tempo pieno. Sono allora gli Enti Locali che, in prima battuta, dovrebbero fare di più in particolare nell’ampliamento dell’offerta di servizi di asili nido e servizi integrativi per l’infanzia, laddove invece soltanto poco più della metà dei Comuni italiani offre una copertura di questo tipo. Tra l’altro il costo di tali servizi ammontando a circa 1.650 euro annui (in media) per nucleo familiare è quello che incide di più sulla spesa complessiva delle famiglie per tributi e servizi locali. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro per rendere chiaro che una delle criticità maggiori sia inerente all’insufficienza di politiche per la famiglia, che sostengano le donne nell’arduo compito di voler coniugare lavoro e famiglia.

Per quanto riguarda Confcommercio, a livello locale, sono state promosse tante iniziative a favore di queste tematiche. Due esempi su tutti, a Gallarate/Malpensa le imprenditrici di Terziario Donna hanno aiutato una vicina associazione (l’associazione Melograno) che sostiene le donne nelle delicate fasi pre e post parto, sovvenzionandola con una vendita solidale [4]. Mentre nella provincia di Pesaro-Urbino è stato dato il via al primo concorso Donna di Genio che si propone di mettere in luce e premiare quelle donne che si sono impegnate con profitto nei settori della creatività, dell’innovazione, dell’ambiente, dando il loro contributo prezioso per un futuro migliore [5].

Mi piacerebbe concludere con un ultimo esempio di forza e speranza tutta al femminile.

Durante la celebrazione della recente Giornata Mondiale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, l’astrofisica calabrese Sandra Savaglio ha tenuto un discorso presso l’Unical (Università della Calabria, dove ha studiato) per incentivare le giovani a non avere paura di provare a raggiungere i propri obiettivi per quanto ambiziosi essi siano. Nonostante il gap tra donne e uomini sia ancora più netto in ambito scientifico Savaglio le incoraggia dicendo che “la mancanza delle donne nelle discipline STEM è un danno che si fa alla società e non solo alle donne. Voi avete la responsabilità di cambiare questa cosa, dovete credere in voi stesse e impegnarvi”.

Faccio mio questo monito e mi auguro che sempre di più l’impegno nel ribaltare le statistiche non proprio lusinghiere che abbiamo qui analizzato porti i suoi giusti frutti: maggiore equità e un mondo in cui non servano leggi che “obblighino” ad avere quote rosa aziendali, ma dove le lavoratrici siano perfettamente integrate e messe allo stesso piano dei lavoratori, sia professionalmente che umanamente.

Patrizia Di Dio


[1] https://openknowledge.worldbank.org/bitstream/handle/10986/31327/WBL2019.pdf?sequence=4&is Allowed

[2] http://www.censis.it/sicurezza-e-cittadinanza/donne-lontane-dagli-uomini-e-lontane- dall%E2%80%99europa-il-gender-gap-nel-lavoro

[3] http://www.consulentidellavoro.it/files/PDF/2019/Osservatorio/Indagine_Donne_al_lavoro_o_inattive _o_part-time.pdf

[4] https://www.varesenews.it/2020/02/le-donne-confcommercio-melograno-solidarieta-al- femminile/898055/

[5] https://www.oltrefano.it/attualita/pesaro-urbino/donna-di-genio-donne-tecnologia-creativita-e- ambiente-al-via-candidature-per-concorso-confcommercio.html

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Thu, 5 Mar 2020 10:50:59 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/652/1/occupazione-femminile-a-che-punto-siamo cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Economia circolare: dove virtù e profitto s’incontrano https://www.patriziadidio.com/post/669/1/economia-circolare-dove-virtu-e-profitto-s-incontrano

Il sistema economico circolare venne concettualizzato negli anni Sessanta del secolo scorso, ma è tornato in auge recentemente grazie all’impegno di Ellen MacArthur, fondatrice dell’omonima fondazione che ha come obiettivo quello di favorire appunto il passaggio a questo tipo di modello economico tramite il rapporto diretto con governi, accademie e università, e tramite la formazione aziendale. La MacArthur Foundation descrive l’economia circolare come un metodo “pensato per potersi rigenerare da solo. [...] I flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati a essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento”. Nonostante sembri estremamente semplice come teorizzazione, riuscire a modificare l’economia lineare vigente, basata sul metodo “take, make, dispose” (prendere, produrre, buttare), giungendo a un’economia circolare, è qualcosa di estremamente complesso.

L’era dell’obsolescenza programmata, del consumo continuo, del ricambio frettoloso e maniacale di prodotti, fa sì che sia stato ormai interiorizzato dal consumatore questo sistema lineare che prevede una creazione di rifiuti veramente gigantesca e che il nostro pianeta non è più in grado di poter sostenere. Alla base della circolarità c’è invece un uso virtuoso delle materie prime, che scarseggiano e debbono essere usate con maggiore parsimonia; un uso virtuoso dello scarto, inteso non più come semplice rifiuto ma come risorsa per essere rigenerato e diventare a sua volta materia prima e infine una progettazione virtuosa dei prodotti, che sin dal principio vanno pensati in termini di sostenibilità.

Alla luce di tutto questo, sebbene non sia affatto semplice portare a una conversione del sistema economico globale, si può affermare che negli ultimi anni l’Europa abbia messo questo processo all’ordine del giorno della propria agenda e a partire dal 2016 in maniera costante sono stati presi diversi provvedimenti per il raggiungimento di risultati concreti per le economie nazionali prima e l’economia comunitaria poi [1]. Consiglio di consultare il sito del Parlamento Europeo per riuscire a farsi un’idea della portata di proposte e provvedimenti che vengono presi per incentivare politiche di circolarità [2].

A tal proposito è bene avere chiari i 5 fondamenti dell’economia circolare:

1. Eco-progettazione: fin dal principio pensare all’impiego del prodotto una volta che ha finito la

sua utilità, quindi che abbia caratteristiche che consentano lo smontaggio o la ristrutturazione;

2. Modularità e versatilità: creare un prodotto modulare, versatile e adattabile affinché si possa

rimodulare il suo uso una volta che le condizioni esterne sono mutate;

3. Energie rinnovabili: scegliere energie prodotte da fonti rinnovabili, abbandonando a mano a mano le fonti fossili;

4. Approccio ecosistemico: porre attenzione all’intero sistema, considerando le relazioni causa- effetto tra le diverse componenti;

5. Recupero dei materiali: promuovere le materie prime seconde provenienti da filiere di recupero che ne conservino le qualità, al posto delle materie prime vergini. [3]

Sin qui, però, si potrebbe dire di aver visto solo gli aspetti virtuosi di questo modello, non prendendo in considerazione l’aspetto del profitto. In verità, se si legge tra le righe, già nei punti sopra citati risiede il vantaggio di accostarsi alla circolarità. Laddove nel sistema lineare l’unica fonte di massimizzazione di guadagno è la riduzione dei costi di produzione e una produzione sempre più forsennata che produce scarti e rifiuti, in un modello circolare si attua una totale rivoluzione del pensiero, dove nulla è scarto e tutto può avere una seconda vita, incentivando non solo una maggiore longevità del prodotto, ma anche e soprattutto uno sviluppo occupazionale in termini di creatività, innovazione di prodotto e di processo favorendo la formazione di nuove competenze. Si stima che “grazie a misure come prevenzione dei rifiuti, ecodesign e riutilizzo dei materiali, le imprese europee otterrebbero un risparmio netto di 600 miliardi di euro, pari all’8% del fatturato annuo, e ridurrebbero nel contempo le emissioni totali annue di gas serra del 2-4%”. Senza contare la riduzione della pressione sull’ambiente, una maggiore attenzione alla disponibilità di materie prime, un aumento della competitività e l’impulso all’innovazione e alla crescita economica che porterebbe all’incremento dell’occupazione, con la creazione stimata di 580.000 nuovi posti di lavoro [4].

L’Italia, in questo processo di conversione, è uno dei paesi europei più virtuosi. Siamo in cima alla classifica per quanto riguarda l’indice complessivo di circolarità, ossia quel valore “attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse, utilizzo di materie prime seconde e innovazione nelle categorie produzione, consumo e gestione dei rifiuti”. Ciò che però preoccupa è il rallentamento di questo processo nel nostro Paese, infatti mentre altrove in Europa si sta crescendo velocemente (anche grazie al nuovo pacchetto di direttive Ue), l’Italia nel 2018 ha conquistato un solo punto in più rispetto all’anno precedente; laddove - ad esempio - la Francia ne ha incrementati 7 e la Spagna 13 [5].

È bene, quindi, che l’Italia non si adagi sui risultati raggiunti attestandosi in una fase di pericoloso stallo, ma progredisca nella sempre migliore gestione delle risorse e nell’incremento di quei processi produttivi che hanno alla base meccanismi in linea con le logiche di circolarità, così da abbandonare a mano a mano un ormai obsoleto modello lineare che non è più in grado di stare al passo con quelle che sono a tutti gli effetti le questioni più urgenti della contemporaneità: il rispetto dell’ambiente e la sfida ecologica in primis, ma anche l’eticità produttiva e la gestione più responsabile delle risorse.

Patrizia Di Dio


[1] https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2016/573899/EPRS_BRI%282016%2957389 9_EN.pdf

[2] https://www.europarl.europa.eu/news/it/search?searchQuery=Circular+economy

[3] https://www.ellenmacarthurfoundation.org/

[4] https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/economy/20151201STO05603/economia- circolare-definizione-importanza-e-vantaggi 

[5] https://circulareconomynetwork.it/wp-content/uploads/2019/02/Rapporto-sulleconomia-circolare- in-Italia-2019.pdf

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Mon, 2 Mar 2020 17:15:34 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/669/1/economia-circolare-dove-virtu-e-profitto-s-incontrano cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Coronavirus, i dati prima di tutto https://www.patriziadidio.com/post/654/1/coronavirus-i-dati-prima-di-tutto

Dopo una iniziale cautela riguardo l’esprimere il mio parere su quello che ormai sembra essere l’unico argomento ad avere l’attenzione pubblica delle ultime settimane, ossia il Coronavirus, mi sono convinta a esprimere qui il mio punto di vista in seguito alla lettura di alcuni articoli (online e offline) e alla visione di alcuni servizi alla televisione che mi hanno procurato, per certi versi, non poca indignazione, visto l’incredibile messaggio allarmista (e addirittura autolesionista per gli italiani) che si sta veicolando tramite questi potenti mezzi di comunicazione.

La cosa mi lascia davvero perplessa in quanto ritengo che proprio nelle situazioni così delicate, come quella attuale, debbano essere la prudenza, la calma e l’invito alla lucidità le linee guida di qualsiasi attività e comunicazione. Invece, ahimè, vedo ovunque titolare con parole forti che non danno alle persone una chiara idea dell’entità reale dei fatti.

Sono quei famosi “rischi della percezione” di cui parla Bobby Duffy, Professor of Public Policy e direttore del Policy Institute presso il King’s College di Londra e precedentemente direttore generale dell’Ipsos MORI Social Research Institute e direttore globale dell’Ipsos Social Research Institute. Perché parlo di rischi di percezione?

La salute è il nostro bene primario e riveste la priorità assoluta, ma è sbagliato procurare allarmismi e psicosi a causa di una sovraesposizione mediatica riguardo il Covid19 in quanto essa sta portando a conseguenze più disastrose del virus stesso. Occorre seguire responsabilmente e senza preoccupazioni apocalittiche le indicazioni dei sanitari che stanno indicando ciò che preventivamente dobbiamo adottare, così come occorre reindirizzare la comunicazione mediatica che il decorso anche in caso del contrarsi del virus       

Può essere mortale sì, ma la mortalità complessiva degli ultimi dati non è più alta rispetto ad altre forme virali e in tal caso principalmente per l’incidenza che hanno quei pazienti con patologie croniche pregresse o in età avanzata.

È necessario, perciò, restare lucidi, non cedere a facili agitazioni popolari e ascoltare le risposte che copiose ci arrivano dal mondo scientifico, l’unico che veramente deve avere valore in questo momento e su cui fare assegnamento nel mare magnum delle singole opinioni e della speculazione mediatica.

Ad esempio mi riferisco all’appello della virologa Ilaria Capua che ci ricorda quali possono essere le conseguenze del fare allarmismo, non solo in termini di vite umane, bensì anche in termini economici e di blocco dei servizi. Se infatti si perde “il controllo dell’informazione, esplode il panico e se esplode il panico tutte le misure di contenimento non hanno più effetto” [2]. Vi invito altrettanto a prendere visione di un video creato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, in cui la giornalista sanitaria e research fellow dell’ateneo veneziano, ci spiega in cosa consiste l’epidemia che si sta diffondendo parallelamente al Coronavirus, ovvero la infodemia che ci spinge a non porci, presi dal panico, domande sulla provenienza delle informazioni che ci giungono all’orecchio. Se abbiamo dei dati così precisi della situazione è semplicemente perché essendo un’epidemia di risonanza globale si sono incoraggiati gli scienziati a inserire tutti i loro dati, man mano che li producono, su una piattaforma open access così da poter monitorare più facilmente le singole situazioni nazionali. Senza avere una pietra di paragone, però, questi dati possono essere letti in modo sbagliato dai non addetti ai lavori e si può facilmente cadere in facili catastrofismi. Se la disinformazione è sempre dannosa, in questo caso lo è ancora di più, perché può paradossalmente agevolare il contagio, l’esempio banale dell’uso delle mascherine anche laddove non è strettamente necessario risulta paradigmatico, in quanto illustra come poi vengano a mancare per chi ne ha realmente bisogno [3].

Sono due le conseguenze più pericolose, non a livello sanitario, ma di ordine generale: da un lato lo stigma sociale e dall’altro il panico collettivo che spinge ad agire in modo irresponsabile.

Voglio a tal proposito citare uno degli scrittori più eminenti in Italia, Alessandro Manzoni, che nel suo capolavoro I promessi sposi, ha in più punti, parlando della peste, detto delle parole preziose che vorrei ricordare e condividere: “Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, purtroppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. […] Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente”.

Questo “martirizzava gli animi” è potentissimo e rappresenta esattamente quello che mi auguro non accada nel nostro paese in seguito a questa perdita di lucidità collettiva.

Sarebbe più proficuo, perciò avere fiducia nel lavoro delle istituzioni, che stanno prendendo tutte le precauzioni del caso, leggere in fatti con più oggettività e non scadere dello sciacallaggio mediatico.

Diventare, insomma, amici di quella matematica del contagio, che ci mostra come i provvedimenti presi fanno sì che il Ro (erre con zero), ossia la cifra che indica quante persone in media ogni individuo infetto contagia, si attesti a un numero inferiore o uguale a 1. Bisogna essere razionali, analizzare i dati, non scadere nella paranoia e dare il proprio contributo solo se si ha una qualifica per farlo, senza far circolare ancora maggiore ansia collettiva [4].

Sempre il Manzoni ce lo ricorda e concluderò così: “Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”.

Sono certa che abbiamo gli anticorpi per affrontare questo virus, ma non avremo anticorpi come imprese ad affrontare una paralisi del sistema economico italiano se non provvederemo a breve e in maniera responsabile a calibrare azioni e comunicazione. Sono convinta che gli italiani non abbiamo un alto rischio di morire di coronavirus, così come attestano i numeri statistici, ma rischiamo di morire di fame!

Patrizia Di Dio


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-nell-80-90percento-casi-e-come-l-influenza-gli-altri-rischio-polmonite-ACQ4pMLB

[2] https://www.youtube.com/watch?v=OEpOdFJ9hds

[3] https://www.youtube.com/watch?v=a28Dm4Y-c90

[4] https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_25/matematicadel-contagioche-ci-aiutaa-ragionarein-mezzo-caos-3ddfefc6-5810-11ea-a2d7-f1bec9902bd3.shtml

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Thu, 27 Feb 2020 10:17:42 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/654/1/coronavirus-i-dati-prima-di-tutto cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Al via Milano Moda Donna: il fashion italiano gode di buona salute? https://www.patriziadidio.com/post/653/1/al-via-milano-moda-donna-il-fashion-italiano-gode-di-buona-salute-

Alla vigilia della presentazione della mia collezione femminile al White Show per la settimana della Moda Donna a Milano, prendo come spunto l’importante report condotto da Mediobanca e presentato durante il secondo Fashion Annual Talk, per analizzare la situazione economico-finanziaria del settore fashion italiano e per provare a tracciare qualche conclusione (chiaramente provvisoria e soggetta a una continua verifica). Partiamo subito con i dati più rilevanti:

  • Che le 173 aziende italiane prese in considerazione hanno tutte ricavi superiori ai 100 milioni, con un valore aggregato che tocca l’1,2% del PIL italiano;
  • negli ultimi cinque anni la moda italiana ha implementato i suoi guadagni del 22,5%;
  • il settore fashion in Italia cresce ed esporta molto di più rispetto a ogni altro manifatturiero;
  • le aziende nazionali performano meglio di quelle in mano a player stranieri in termini di redditività, tale efficienza trova riscontro nell’EBIT margin [1] che, per il settore della moda italiana, è al 9,3%, arrivando fino al 13,4% per le realtà italiane quotate a controllo familiare; laddove per la stessa fetta di mercato straniero si ferma al 6,3% [2];
  • sebbene dei 46 grandi player europei ben 14 siano italiani, non spetta però all’Italia il primato dei ricavi, che vede in testa la Francia (dato prevedibile anche in relazione alla miliardaria fusione di Luxottica con il marchio francese Essilor);
  • i tre settori più proficui all’interno del fashion sono rispettivamente l’abbigliamento, la pelletteria e l’occhialeria (ma segnalerei anche il balzo in avanti della gioielleria che ha incrementato i profitti del +10,9% rispetto allo scorso anno).

Da questi dati salta subito all’occhio come il Made in Italy ancora una volta costituisca, anche e soprattutto nel fashion, un valore aggiunto per il mercato. I nostri player sono decisamente più redditizi rispetto a quelli stranieri e le esportazioni nel settore in continua espansione non possono che dare man forte a quanto appena affermato. Ma c’è di più. Analizzando le singole realtà ci rendiamo conto che tra quelle più dinamiche con maggiore redditività e crescita abbiamo una più marcata presenza femminile, nonostante ancora l’Italia sia indietro rispetto all’Europa sotto questo aspetto (con circa 1 donna ogni 5 membri di un CDA), e che le aziende maggiormente in crescita sono quelle che hanno un occhio di riguardo nei confronti di tematiche che dovrebbero starci a cuore in ogni ambito quali la sostenibilità, l’inclusione, il dialogo con le nuove generazioni e la digitalizzazione. In poche parole essere etici finalmente paga!

Proprio la moda ha dimostrato, ormai da qualche anno a questa parte, di sposare le battaglie dell’industria sostenibile: abbinando il lato green (con l’utilizzo di materie prime seconde o provenienti da fonti sostenibili) al lato etico (con l’attenzione alla dignità del lavoratore e alle sue condizioni di impiego). I consumatori, infatti, si sono rivelati disposti ad avere un cartellino un po’ più salato purchè ci sia una maggiore trasparenza di questi passaggi produttivi e una maggiore consapevolezza per il buyer di quello che indossa.

Se molti marchi della fascia alta, con prezzi non proprio accessibili al grande pubblico, hanno già da tempo effettuato una scelta di questo tipo (pioniere in tal senso sono state Stella McCartney e Vivienne Westwood), negli ultimi anni anche il prêt-à-porter e i marchi più generalisti si sono trovati a dover fare i conti con le esigenze delle nuove generazioni che sono molto più sensibili e attente rispetto a queste tematiche.

Affianco all’eticità (che rema contro la delocalizzazione) e alla sostenibilità (connessa alla sfida ecologica), un terzo punto è a cuore alle nuove generazioni di consumatori, ossia la tematica gender e la valorizzazione delle diversità. È molto importante notare queste tendenze e dare voce alle richieste dei buyer più giovani, percheè hanno una capacità di influenzare le generazioni successive (ma anche quelle precedenti) di gran lunga maggiore rispetto al passato. Ciò non solo rende necessario un ripensamento dei processi produttivi e delle policies aziendali, ma anche il ripensamento in toto dei processi di vendita di modo che implichino, ad esempio, una sempre maggiore integrazione di canale fisico e canale web.

Per 2020-2021, infine, le statistiche sembrano confermare l’andamento del 2019 e si stima una crescita costante del settore fashion. Chiaramente ci sono delle incognite, prima tra tutte, purtroppo, il coronavirus. Se si pensa che quasi tutti i buyer cinesi hanno dato forfait per la settimana della moda milanese è possibile capire che l’entità e l’incidenza reali di questa epidemia ancora devono essere vagliate a pieno, ma sicuramente non saranno trascurabili. Non sappiamo ancora con precisione questo fenomeno quanto impatterà sul mercato nel corso dei mesi e quindi nulla è dato sapere a stretto giro e non sarebbe utile procedere con delle previsioni poco precise e fuorvianti, senz’altro possiamo però constatare che in questi primi mesi dell’anno le vendite sono state pesantemente intaccate. Soltanto con il tempo potremmo saperne di più per i trimestri successivi.

Alla luce di tutto ciò, tirando un po’ le somme del quadro che è emerso dal Fashion Annual Talk, credo che un atteggiamento di ottimismo e positività siano più che giustificati, sia per i risultati statistici che il nostro paese ha raggiunto, rivelandosi un esempio anche in Europa quanto a qualità e crescita del settore (pur nelle consuete difficoltà a colmare il gap di gender), sia per le prospettive future del fashion che dovrà rispondere sempre di più a quelle esigenze del mercato che portano l’economia verso la circolarità, la sostenibilità e l’eticità: tutte sfide che sento di accogliere tra quelle che mi stanno più a cuore e che renderanno l’economia più equa e rispettosa non solo della natura ma anche della persona.


[1] EBIT è una sigla che sta per earings before interest and taxes, ossia ‘profitto prima degli interessi e delle tasse’ e con essa, quindi, si fa riferimento al risultato operativo di un’azienda. Detto ciò l’EBIT margin è quel valore percentuale che si ottiene dalla divisione dell’EBIT con il fatturato della data azienda per calcolarne la sua efficienza sul piano economico-finanziario.

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/moda-aziende-controllo-italiano-prime-redditivita-cresce-peso-pil- ACmdmDJB  

 

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Wed, 19 Feb 2020 17:31:30 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/653/1/al-via-milano-moda-donna-il-fashion-italiano-gode-di-buona-salute- sadmin@vidaengine.it (Vida Superadmin)
Riflessione sull’importanza del commercio al dettaglio https://www.patriziadidio.com/post/651/1/riflessione-sull-importanza-del-commercio-al-dettaglio

I temi trattati a poche settimane dell’inizio dei saldi invernali dal Segretario Generale di Federazione Moda Italia - Confcommercio, Massimo Torti, intervenuto in diretta al Programma di Rai3 "Fuori TG", insieme ad un’altra ospite, Renza Barani, Vice Presidente di Federconsumatori nel programma, condotto da Maria Rosaria De Medici, andato in onda il 15 gennaio 2020 alle ore 12.25[1], sono stati temi di estrema attualità e di necessaria urgenza.

La crisi ormai quasi irreversibile che stringe come in una morsa i piccoli negozi al dettaglio ha bisogno di interventi sia sul piano legislativo che strutturale, oltre che di necessario cambio di passo degli stessi commercianti. Ma il problema non è, e non può ricadere solo sui commercianti.

Anche io ho più volte avuto modo di sottolineare l’importanza che il commercio al dettaglio riveste nelle nostre città, nei piccoli centri sicuramente ma anche nelle grandi aree metropolitane.

Le ripercussioni maggiori sono evidenti soprattutto nei centri storici dove la chiusura dei negozi ha spesso come conseguenza problemi di decoro urbano, pulizia e anche sicurezza. Lo spopolamento delle vie del commercio cittadino significa anche impoverimento per tutto il tessuto sociale. I piccoli e medi negozi di vicinato sono luoghi in cui si possono coltivare relazioni sociali e in cui l’acquisto si carica di esperienze nuove che coinvolgono l’acquirente a 360 gradi. La differenza in questo caso non la fanno le merci in vendita ma la professionalità del venditore, la sua capacità di offrire un servizio su misura e di instaurare un rapporto empatico con il cliente.

Se si vuole invece quantificare il problema da un punto di vista economico, bisogna riflettere su quanto costi in termini di introiti la contrazione del commercio al dettaglio per i Comuni e per le relative Amministrazioni. I mancati introiti si traducono ovviamente nell’assenza di adeguate risorse da investire in tutti quei servizi essenziali per la comunità e per il suo benessere.

Per capire quali siano i principali fattori della crisi dei negozi al dettaglio nel settore della moda, ma che riguardano anche altri settori, si possono osservare i dati espressi da Federazione Moda Italia.

La Federazione Moda Italia – Confcommercio ha promosso infatti un’indagine per il comparto moda, condotta da Format Research: nel 2019 due delle cause principali di crisi sono state la pressione fiscale (82%) e la burocrazia (67,1%). Ma fattori determinanti sono stati, e continueranno ad essere anche per il nuovo anno, la concorrenza sleale delle catene (57%) e dei colossi del web (51%).

Soprattutto quest’ultimo punto è molto controverso e richiede senz’altro interventi istituzionali perché l’e-commerce continua a viaggiare su un canale preferenziale dal punto di vista della tassazione. È urgente ormai una regolamentazione del web, meglio ancore se introdotte a livello globale, per far si che ogni operatore economico abbia le stesse regole.

In attesa di queste sospirate misure, non si può che applaudire all'introduzione dal 1° gennaio 2020 in Italia della Web Tax, la «tassa sui servizi digitali», fortemente sollecitata al Governo dalla Confcommercio. Questa tassa introduce un'aliquota del 3% sui ricavi dell'anno precedente dei colossi del web che hanno almeno 750 milioni di fatturato globale e 5,5 milioni di euro di incassi derivanti dall'online in Italia.

Il trend futuro sarà come è noto quello di un aumento degli acquisti online. Per affrontare il problema sarà necessario considerare due aspetti opposti e complementari.

La multicanalità potrebbe essere una delle soluzioni, dotandosi di un eventuale canale parallelo dell’e-commerce.

Ma principalmente i piccoli negozi fisici dovranno puntare sulla qualità, qualità del proprio servizio, delle scelte, della vendita assistita, della territorialità, della costruzione della vendita come una piacevole esperienza, cose che non si possono avere attraverso il canale online. È necessario puntare su percorsi di formazione su vendita assistita, marketing sensoriale e neurovendita. Senza dimenticare però di strizzare l’occhio alla comunicazione social che nell’era di internet è imprescindibile.

Il negozio di fiducia, quello sotto casa, quello tradizionali, è un luogo rassicurante per il cliente dove può controllare il prezzo e la qualità del prodotto. Inoltre, in periodo di saldi come questo, offre la garanzia di quale variazione effettiva ci sia stata sui prezzi.

Chi sta dietro un banco, e non distante e anonimo dietro un pc, c’è sempre! Non solo per accoglierti con un sorriso ma anche a garanzia dei tuoi acquisti.

Patrizia Di Dio

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Fri, 14 Feb 2020 10:21:55 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/651/1/riflessione-sull-importanza-del-commercio-al-dettaglio cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
La cultura della legalità va oltre la lotta alla mafia https://www.patriziadidio.com/post/650/1/la-cultura-della-legalita-va-oltre-la-lotta-alla-mafia

Quando si usa la locuzione “cultura della legalità”, subito sovviene alla mente la lotta alla mafia che lo Stato persegue senza sosta. Negli ultimi anni si è corso il rischio di utilizzare questa espressione come una strumentalizzazione del tema della lotta alla mafia, piuttosto che come una sempre attuale e incalzante necessità.

Non bisogna temere però di scadere nell’ovvio, perché è evidente che solo il promuovere e il diffondersi della cultura della legalità può rappresentare un’arma efficace per sconfiggere tutte le mafie. Ma bisogna anche ampliare lo sguardo perché la legalità non ha a che fare solo con la grande criminalità organizzata, ma anche con altri percorsi criminali che consideriamo probabilmente a torto meno pericolosi. In realtà nascondono ben altre insidie.

Sul territorio nazionale sono diffusi infatti diversi tipi di fenomeni di illegalità che vanno dalla piaga dell’usura e delle estorsioni, ai furti e alle rapine, dalla contraffazione alla pirateria, senza dimenticare abusivismo e corruzione. Tutti questi fenomeni hanno un grave impatto per l’economia e le imprese.

Più che in altre parti d’Italia, si riconosce che a Palermo il fenomeno dell’abusivismo e soprattutto della contraffazione produce concorrenza sleale e un sensibile danno tra le aziende. I dati contenuti nel rapporto di Confcommercio - Imprese per l’Italia, in collaborazione con l’istituto Format Research, fotografano bene il fenomeno.

Il report[1] sulla città metropolitana di Palermo ha messo a confronto i dati della città con quelli nazionali e quelli della macroarea del Sud. È emerso che la percentuale di consumatori che hanno effettuato acquisti di prodotti contraffatti, è pari al 30,8%, di poco inferiore al dato del Sud (32,9%) e in linea con l’Italia (30,5%). Il consumatore “illegale” è in prevalenza uomo (62%), dai 18 anni in su, ha un livello d’istruzione medio (per il 48%), è soprattutto operaio, impiegato e pensionato (per il 59,9%).

Ci sono due dati che colpiscono: il 74,9% dei consumatori palermitani è informato sul rischio di sanzioni amministrative, dato superiore sia rispetto alla media del Sud (66%) che all’Italia (66,8%).  E poi che a Palermo è sostanzialmente l’acquisto di prodotti contraffatti è legato alla difficoltà di non avere “denaro a disposizione” (69,4%, di poco inferiore al dato nazionale pari al 70%) e per la possibilità di fare un “buon affare” (59,3%, inferiore al dato nazionale).

Dalle interviste agli imprenditori palermitani del terziario emergono altro aspetto di sicuro interesse: benché sia in aumento la “percezione” del fenomeno della contraffazione, il 23,9%, è un dato comunque inferiore al dato nazionale pari al 34,8%). Al contrario la percezione del fenomeno della   corruzione è al 18,6%, di poco superiore al dato Italia. Preoccupante è la rilevazione che solo il 41,2% delle imprese di Palermo si ritiene danneggiato dall’azione dell’illegalità, percentuale nettamente inferiore sia al dato nazionale (66,7%) che al Sud (70%). Dall’indagine emerge infine come i danni maggiori alle imprese palermitane derivino dalla concorrenza sleale (69,6%, dato superiore rispetto all’Italia) e dalla riduzione del fatturato (20,9%, dato decisamente inferiore al dato nazionale).

Purtroppo le statistiche confermano che le ripercussioni economiche sul mercato sono in aumento. Ma non si devono sottovalutare altre ripercussioni come ad esempio i danni potenziali per i consumatori che comprano prodotti non a norma o i danni al mercato del lavoro visto che alcune pratiche illegali finiscono per favorire il lavoro nero, e infine i danni allo Stato causati dall’ evasione contributiva e fiscale.

Proprio per quanto detto, sembra più che mai necessaria la promozione della cultura della legalità.  Nella città di Palermo solo il 52% di consumatori ha visto campagne pubblicitarie contro la contraffazione, contro una media nazionale del 60,1%.

Bisogna ricordare come l’attività di Confcommercio si conferma da sempre orientata alla diffusione della cultura della legalità e dei valori del vivere civile.  In un paese come l’Italia, dove è stato stimato che ogni anno l’illegalità costa alle imprese del commercio e dei pubblici esercizi, non si può abbassare la guardia.

Nella città di Palermo, nello specifico bisogna porre in atto tutte le azioni utili a stimolare acquisti legali, responsabili e “consapevoli”: l’illegalità altera il mercato, alimenta il “sommerso” e distrugge l’economia a discapito delle imprese sane.

In particolare bisognerebbe intervenire il prima possibile per sviluppare questa cultura partendo dall'attenzione verso i più giovani. Spesso la piccola criminalità, e i comportamenti illegali specie nei piccoli centri del sud Italia o nelle periferie delle grandi città, non nascono dal nulla e iniziano precocemente. Si annidano tra il disagio giovanile e la solitudine, la mancanza di prospettive e occasioni, la povertà e la depressione. Lo Stato, e quanti si riconoscono nella società civile, hanno il dovere di combattere questi fenomeni e parallelamente promuovere già nelle scuole campagne sulla cultura della legalità.

Patrizia Di Dio


[1] L’indagine è stata realizzata su un campione di circa 5.000 interviste (tra consumatori e aziende) effettuate tra l’8 e il 29 ottobre 2019.

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Tue, 11 Feb 2020 08:36:09 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/650/1/la-cultura-della-legalita-va-oltre-la-lotta-alla-mafia cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Feste natalizie: la chiusura della stagione commerciale tra note positive e note negative https://www.patriziadidio.com/post/649/1/feste-natalizie-la-chiusura-della-stagione-commerciale-tra-note-positive-e-note-negative

Il mese di dicembre, come è logico che sia, rappresenta un importante indicatore economico. Le feste, in primis il Natale, sono o dovrebbe essere un periodo fiorente per il commercio. C’è la corsa ai regali, l’aumento degli spostamenti, e più in generale il clima di festa spinge le persone a spendere di più. Pranzi, cene e riunioni con parenti, amici e colleghi sono molto più ricorrenti e tutto questo, direttamente o indirettamente, dà una spinta consistente non solo al comparto alimentare ma a tutta l’economia del paese.

Un paese l’Italia in cui gli effetti della crisi economia ancora si fanno sentire, e in cui gran parte della popolazione mostra diverse notevoli difficoltà legate all’alto tasso di disoccupazione, al carovita, all’instabilità politica e sociale. Quindi viene da domandarsi quanto queste difficoltà possano incidere sugli acquisti. Per rispondere a questa domanda, in realtà, viene in auto lo studio condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio, incentrato sulle stime dei consumi durante le feste di fine 2019.  

Lo studio su base nazionale ha previsto che ogni famiglia spenderà a dicembre nel complesso circa 1.300 euro (1.278) per i consumi di Natale, un dato che calcolato a prezzi costanti genera però un calo effettivo dell'1% rispetto al 2018.

Quest’anno la spesa pro capite si è stabilizzata intorno ai 169 euro per i regali, per gli addobbi delle feste, per la casa e il comparto alimentare. Considerando che per molti italiani, a livello economico, questo non è stato un anno fiorente, questo dato rimane comunque una cifra importante anche se, di fatto, non regge il confronto con quanto le famiglie spendevano fino a 10 anni fa durante il periodo natalizio. Nel 2009 i consumi di dicembre sono stati molto più alti: la spesa pro capite infatti si aggirava intorno a 244 euro. Seguendo l’andamento dell’ultimo decennio, dal 2009 la spesa è crollata del 30%, nonostante il fatto che nel 2015 c’è stata una discreta risalita.

Stando a quanto emerge sempre dai dati Confcommercio la spesa per i consumi di questo mese -inclusi affitti, utenze, servizi- vale sui 110 – 120 miliardi di euro. Una cifra notevole che tuttavia, se confrontata a quella degli anni passati, registra comunque il calo progressivo evidente degli ultimi anni.

Rilevare e evidenziare la situazione favorisce inevitabili riflessioni. Un calo di questa entità può facilmente spiegarsi col generale clima di sfiducia diffuso tra i cittadini e che porta a contrarre i consumi anche in presenza di prezzi al dettaglio sostanzialmente stabili. Il problema italiano più grande probabilmente è nel clima di grande incertezza economica e questo, unito al peso di tasse e spese obbligate, porta gli italiani ad affrontare le spese superflue in maniera molto oculata.

Oggi, più di ieri, la tendenza è quella di essere molto più cauti e di prestare molta più attenzione ai risparmi e alle spese in generale. Tuttavia, nota assolutamente positiva, il fatto che ci sia ancora qualcuno che sia disposto a spendere i propri soldi in regali e beni non proprio di “prima necessità” è da considerarsi comunque un buon risultato.

Nonostante ci siano note positive e incoraggianti quindi nello studio di Confcommercio, bisogna comunque dire che i dati riportati continuano ad indicare come sia necessario tornare a sostenere la domanda interna, che da sola corrisponde all’80% del PIL. Sostenere la spesa, pertanto, diventa quasi una priorità dell’agenda politica.

Nonostante un clima di moderata sfiducia, il mancato aumento dell'Iva sicuramente sta incidendo positivamente sui consumatori. Quella sull’Iva è stata questa una battaglia che Confcommercio ha combattuto con la consapevolezza che in caso contrario ci sarebbe stata probabilmente una pericolosa ulteriore contrazione dei consumi. Le ripercussioni sarebbero state inevitabilmente negative per la domanda interna in generale e in particolare sulle economie più fragili di alcune regioni, come la Sicilia.

Le vendite di questo mese di dicembre sono comunque essenziali per chiudere una stagione commerciale non positiva e dare respiro a tante attività commerciali medio-piccole.

Spostando l’attenzione sulle preferenze di acquisto degli italiani emergono ulteriori dati interessanti[1]. Sotto l’albero di Natale ci saranno meno capi di abbigliamento (-5% rispetto al 2018), meno calzature (-7%) e meno gioielli (-3%). In calo anche la spesa relativa agli addobbi per la casa (-4,5%) e quella per i trattamenti estetici e prodotti di bellezza (-2%). Sembra rafforzarsi la tendenza degli ultimi anni che premia il settore alimentare, per il quale da sempre i cittadini non sono disposti a rinunce, e così come per i giocattoli. La scelta di prodotti alimentari e cibi tipici del made in Italy come regali di Natale, sembra segnare un incremento del 3% rispetto allo scorso anno. In controtendenza anche la spesa per i giocattoli dei bambini, con un incremento del 2,5%, e l’hi-tech e l’elettronica (+2%).

Se da una parte i dati sui prodotti alimentari made in Italy sono assolutamente confortanti, meno quelli sui beni hi-tech che vengono spesso acquistati on line. Inoltre si registra ancora la perdita di terreno dei piccoli negozi di artigianato locale.

Questi due aspetti, uniti alla presenza dei giganti della grande distribuzione e all’aumento dei centri commerciali nelle aree urbane sta determinando la scomparsa dei piccoli negozi di vicinato. La città senza di essi è destinata a diventare un dormitorio, oltre a impoverirsi sempre più.

Per questo dobbiamo necessariamente tutelare i negozi di vicinato, tornando a sceglierli e privilegiarli per gli acquisti natalizi. Svolgono non solo un ruolo economico ma soprattutto un ruolo sociale, generando relazioni tra persone, territori ed economie locali, tanto nei centri storici che nelle periferie.

Patrizia Di Dio

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Mon, 23 Dec 2019 18:02:44 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/649/1/feste-natalizie-la-chiusura-della-stagione-commerciale-tra-note-positive-e-note-negative cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Legame indissolubile tra imprenditoria e territorio https://www.patriziadidio.com/post/648/1/legame-indissolubile-tra-imprenditoria-e-territorio

L’Italia non è solo bellezza, per cultura e arte, monumenti e natura. O non è solo gusto, turismo e moda. Ma è per alcune sue eccellenze anche modernità e progresso. Può e deve esserlo ancora di più. E questo si può fare solo premiando chi sa valorizzare abilità e talenti, chi sa coniugare cultura, natura, saperi e tradizione in un nuovo modello di business.

Come dicevano i greci “kalòs kai agathòs”, il bello deve sempre accompagnarsi con il buono. E questo tema è ormai così caro alla Confcommercio Terziario Donna che già durante il TDLab dello scorso anno è stata evocata una Economia della Cultura e dei Saperi, in una Italia che è primo Paese al mondo per influenza culturale.

E l’Italia riconosciuta come la nazione con il maggior patrimonio di beni materiali e immateriali, ha uno scrigno, la Sicilia, che è la regione più ricca di beni artistici e culturali riconosciuti dall’UNESCO.

Quest’isola nel cuore del Mediterraneo è stata crocevia di civiltà e culture di mondi vicini e lontani, inevitabile fusione di tradizioni culinarie di diversi popoli che hanno sfruttato le risorse tipiche locali e hanno modificato il meraviglioso paesaggio dove terra, acqua, vento e fuoco si sposano, lasciando numerose e bellissime testimonianze del loro passaggio.

Su un totale di 51 siti riconosciuti dall’Organizzazione Mondiale dell’UNESCO in Italia, la ragione Sicilia ne conta ben sette.

Ad esempio Agrigento conserva il famoso complesso monumentale della Valle dei Templi, quello il cui tempio della Concordia è stato definito dal poeta Goethe “il più affascinante edificio sacro dell’umanità”. Quest’area è Patrimonio UNESCO dal lontano 1997 perché è la più grande città del mondo antico del mediterraneo e conserva ancora perfettamente importanti monumenti dell’arte e della cultura greca. Sempre nello stesso anno sono diventati patrimonio dell’umanità i meravigliosi e raffinati mosaici policromi romani della Villa del Casale del III-IV sec. d.C.

A questi siti si aggiunge nel 2005 il Parco archeologico Siracusa con le Necropoli sicula di Pantalica. L’insieme dei monumenti e dei siti di Siracusa sono un importante testimonianze delle culture del Mediterraneo nel corso di tre millenni. Rappresentano le diverse influenze di stili dell’arte Greca, Romana e Barocca.

Quest’ultima, l’arte Barocca, ha trasformato la maggior parte delle città dell’isola che sono diventate così veri e propri musei a cielo aperto dove ammirare magnificenze, chiese, palazzi, lunghe scalinate e fontane. La Cattedrale di Noto, patrimonio UNESCO dal 2002, ne è uno splendido esempio.

In molti altri luoghi è possibile ammirare lo stile delle altre dominazioni, come ad esempio nel percorso arabo-normanno di Palermo, Cefalù e Monreale patrimonio UNESCO dal 2015. Palermo infatti è stato il centro di interscambio di diverse culture (latina, musulmana, bizantina, ebraica, lombarda e francese), che hanno influenzato l’architettura, la cultura e la politica della città.

Ma non ci sono solo bellezze storiche artistiche perché la Sicilia ha una grande varietà di habitat naturali unici nel loro genere.  Le isole di Vulcano e Stromboli, patrimonio UNESCO 2000, sono un riferimento fondamentale della formazione dei geologi di tutto il mondo da 200 anni. A loro si aggiunge nel 2013 il Monte Etna, vulcano d’importanza scientifica culturale ed educativo a livello mondiale.

Tutta questa ricchezza e bellezza non deve rimanere fine a se stessa, ma essere sempre di più motore di sviluppo. Il patrimonio siciliano, ed in generale italiano, va sapientemente celebrato, e allo stesso tempo protetto, valorizzato e rivitalizzato.

Per tanto tempo si è parlato della necessità di favorire nella società una consapevolezza e una cultura volta ad amare e preservare il patrimonio storico-artistico-naturalistico. Oggi bisogna spingersi ancora più in là per premiare anche quella nuova cultura d’impresa sempre più sensibile al bello, testimoniata da tanti imprenditori e imprenditrici amanti della cultura che fanno della loro passione una leva strategica per arricchire il loro brand e i loro prodotti di valori, significato e senso.

Spesso l’ispirazione per il mio lavoro da imprenditrice nasce da Palermo e dalle bellezze insite nel suo territorio. E come per me per molti altri imprenditori il legame con il proprio territorio è indissolubile. 

E su questi legami può nascere una strategia comune per il futuro, strategia concreta perché deve coniugare bellezza e sviluppo, perché induce al fare e al fare bene. Strategia che non solo può dare profitto e redditività ma anche consegnare alle generazioni future, territori protetti, sani, e in forte sviluppo.

Patrizia Di Dio

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Fri, 20 Dec 2019 10:21:28 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/648/1/legame-indissolubile-tra-imprenditoria-e-territorio cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Confcommercio, domenica la premiazione di 37 "Negozi Storici" di Palermo e provincia https://www.patriziadidio.com/post/647/1/confcommercio-domenica-la-premiazione-di-37-negozi-storici-di-palermo-e-provincia

Trentasette imprese di Palermo e provincia riceveranno il riconoscimento di “Negozio Storico” nel corso di una manifestazione che si svolgerà al Grand Hotel Borsa di Palermo domenica 17 novembre alle 10.30.

L’iniziativa è di Confcommercio Palermo insieme alla Fondazione Salvare Palermo, all’Associazione Cassaro Alto, al Progetto Policoro di Palermo ed alla Cooperativa Terradamare e con il patrocinio del Comune di Palermo che consegnerà ai titolari delle 37 attività imprenditoriali l’attestato di “tessera preziosa del mosaico Palermo”.

Alla premiazione saranno presenti il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e la presidente di Confcommercio Palermo Patrizia Di Dio.

Il riconoscimento di “negozio storico” va a quelle attività che hanno almeno 50 anni di vita e che nel tempo hanno conservato la loro identità gestionale e la loro sede e hanno avuto la capacità di rinnovarsi per resistere sul mercato senza tuttavia perdere il legame con la tradizione.

Già lo scorso anno erano stati premiati i primi 50 negozi storici della città. Quest’anno il “censimento” è stato esteso anche alla provincia e fra le 37 imprese premiate ce ne sono quattro di Termini Imerese.


Comunicato Stampa

Guido Monastra

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Fri, 15 Nov 2019 16:42:48 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/647/1/confcommercio-domenica-la-premiazione-di-37-negozi-storici-di-palermo-e-provincia cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Identikit delle imprese che generano "Economia della felicita" https://www.patriziadidio.com/post/646/1/identikit-delle-imprese-che-generano-economia-della-felicita

Si è svolto a Palermo con grande successo e soddisfazione il TDLab 2019, l’appuntamento annuale di Terziario Donna Confcommercio. In questi anni questi appuntamenti sono stati occasione per lanciare e riflettere su temi sempre più attuali. Oggi è necessario rivedere le dinamiche del mercato, innovare l’economia per renderla più efficace e più rispondente a nuove impellenti esigenze e ai valori del manifesto di Confcommercio Terziario Donna.

Il focus di quest’anno è stato sull’Economia della Felicità, con l’obiettivo di pensare e ripensare al modo di essere oggi imprenditori, al rapporto con i clienti, a una Economia Civile che sa guardare alla crescita economica del territorio e della società. E il luogo è stato la città di Palermo, una Città laboratorio, dove, pur con tutte le sue difficoltà, si può parlare e si deve parlare anche di felicità.

Come sosteneva Antonio Genovesi nella Napoli illuminista, esiste pertinenza tra felicità e mercato. È ormai matura la consapevolezza che i valori che contano in una società, vanno al di là del PIL, un parametro non più sufficiente. Per una visione globale devono valutarsi i valori sociali oltre al valore economico.  Non è un caso che negli USA la Costituzione considera diritto inalienabile, al pari della vita e della libertà, la ricerca della felicità di ispirazione italiana grazie al pensatore partenopeo Gaetano Filangieri.

Con queste premesse, dopo la giornata iniziale di giovedì 24 ottobre, la giornata pubblica di venerdì 25 con il convegno nazionale sull’ “Economia della Felicità” è stata la giusta occasione per un dibattito sull’economia del futuro, su nuove visioni e prospettive imprenditoriali, con lo sguardo rivolto al cambiamento in atto nel tessuto economico e sociale.

La Confcommercio ha presentato i risultati di una ricerca, svolta in collaborazione con l’Istituto Format, dal titolo “Economia della felicità e nuove prospettive per la crescita e per uno sviluppo sostenibile”.

Lo studio, a carattere qualitativo e sperimentale è stato svolto su un campione statisticamente rappresentativo delle imprese italiane “tutte”[1]: commercio, turismo, servizi, manifattura, costruzione, con l’esclusione delle imprese agricole e quelle finanziare. All’interno dell’indagine c’è stato un sovra-campionamento delle “imprese” femminili, successivamente collegato all’insieme per mezzo del sistema dei pesi adottato.

L’obiettivo della ricerca era far emergere l’identikit delle imprese che sanno fare e fanno “Economia della felicità”. Questo concetto implica che l’impresa abbia nella propria mission il conseguimento dello scopo sociale: il business non può prescindere dal generare la felicità per tutti i soggetti che partecipano all’azione dell’impresa sul mercato, dall’imprenditore ai suoi collaboratori, dagli stakeholders ai fornitori, ai clienti, al territorio e all’ambiente.

Lo studio ha evidenziato che le imprese che fanno “consapevolmente” Economia della felicità sono oltre quattrocentomila, più dell’11% del tessuto delle imprese italiane. Sono imprese che adottano politiche di miglioramento del tessuto sociale, che attuano politiche in favore dei propri dipendenti e collaboratori, che investono risorse per la sostenibilità ambientale e sui meccanismi dell’Economia circolare, che curano gli aspetti di sostenibilità etica nei rapporti di filiera con i propri fornitori e in quello con il proprio territorio.

Sicuramente ce ne sono molte che attuano uno o più di questi comportamenti, ma solo quell’11% di imprese risulta concepire e ricoprire il proprio ruolo sociale in modo ampio e totale, dall’etica alla responsabilità, alla sostenibilità e all’importanza data al territorio.

Una riflessione particolare che suscita la ricerca è sul ruolo fondamentale dell’imprenditoria femminile allo sviluppo dell’Economia della Felicità. 

Emerge prepotentemente l’atteggiamento dell’imprenditrice verso la propria impresa, vista come vera e propria possibilità di esprimere se stessa, la proprie competenze, le proprie abilità, un’occasione per mettersi o/e rimettersi in gioco. Ancora una volta emerge che il percorso personale dell’imprenditrice è stata caratterizzato, in misura il più delle volte superiore rispetto agli imprenditori tutti, quasi 9 su 10, soprattutto nel Sud Italia, da rinunce e sacrifici. Il 46,5% delle imprese femminili si sente realizzata, il valore è superiore alla media totale. Il dato è confermato anche sul sentiment rispetto al proprio tenore di vita: il 47,8% delle imprese femminili ha dichiarato di avere “molto” o “abbastanza” migliorato il proprio tenore di vita (media totale 44,3%).

Il 58,5% delle imprese femminili, sul 54,7 totale delle imprese, ritiene importante migliorare la soddisfazione dei clienti attraverso la qualità dei propri prodotti/servizi. Il 74,0% inoltre, contro la media delle imprese tutte paria 70,7%, risulta più consapevole del concetto di “sostenibilità ambientale”. Più in generale il 68,4% delle imprese femminili dà il suo contributo sul tema della sostenibilità etica: sono imprese che hanno adottato o sono in procinto di adottare delle policy specifiche sui temi della trasparenza, onesta, responsabilità nei rapporti con i clienti/fornitori. Quello che colpisce è che nei servizi il congedo di maternità e paternità prolungato per i dipendenti è previsto dal 43,7% delle imprese femminili. Ovviamente questa attenzione ai dipendenti e ai collaboratori, oltre a quanto previsto dalla normativa, contribuisce a generare felicità.

Questi dati dimostrano come le imprenditrici d'istinto applicano il marketing della felicità mettendo la persona al centro, il dipendente e il cliente visti non più come consumatori, risparmiatori, lavoratori ma come persone che si connettono e che cercano una soddisfazione. L’economia della felicità è quella di chi pensa che fare impresa serva anche a migliorare la vita della gente.

La felicità prima che fuori si costruisce dentro ciascuno di noi: il comportamento corretto in generale nella vita e quindi anche per quello che riguarda la propria azienda si traduce in felicità dentro e fuori, contribuendo a dare un apporto fattivo alla comunità e a esserne parte con coerenza e autenticità.

Economia della felicità vuole essere un modello di crescita che realizzi l’armonia tra sviluppo, ambiente, territorio e le persone che ci vivono, ossia un modello di economia “generativa” che abbia come obiettivo la salvaguardia dell’ambiente, il rispetto dell’essere umano, il tentativo di coniugare tradizioni e territori, innovazione e ricerca, cultura e design, natura e ambiente, profitto e socialità.

Patrizia Di Dio


[1] Numerosità campionaria complessiva: 1.145 casi (1.145 interviste a buon fine di cui n=424 interviste a buon fine complessive pe le imprese femminili). Anagraficamente non reperibili: 4.309; Rifiuti: 3.327; Sostituzioni: 7.716. L’indagine è stata effettuata con il metodo delle interviste per mezzo di un questionario strutturato (Sistema Cati e Sistema Cawi), svolte tra la fine del mese di settembre e la prima metà del mese di ottobre 2029.

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Tue, 12 Nov 2019 16:55:55 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/646/1/identikit-delle-imprese-che-generano-economia-della-felicita cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Dall’accesso al credito delle imprese locali siciliane al microcredito nazionale https://www.patriziadidio.com/post/645/1/dall-accesso-al-credito-delle-imprese-locali-siciliane-al-microcredito-nazionale

L’8 ottobre è stato siglato l’accordo con Fin.Promo.Ter., il Confidi di riferimento della Confcommercio nazionale, che potrà garantire alle imprese associate a Confcommercio Palermo un accesso al credito in tempi rapidi e  con tassi d’interesse molto vantaggiosi.

Questo risultato è stato raggiunto grazie ad un impegno che parte da lontano: il percorso intrapreso un anno fa, da me in qualità di presidente insieme all’amministratore delegato del Confidi Fideo, Salvatore Randazzo, si è concluso con un grande risultato. L’obiettivo perseguito è quello di offrire un contributo importante alla crescita e allo sviluppo delle imprese, che avranno molta più facilità e soprattutto tempestività nell’accesso al credito grazie alla forza strutturale di un Confidi di livello nazionale come Fin.Promo.Ter. I due fattori, della facilità e della tempestività sono fondamentali per un territorio come quello siciliano, che ha urgente bisogno di investire e crescere.

I vantaggi di questo accordo sono molteplici. Infatti in primis dà continuità alla professionalità e al know how di un Confidi territoriale. In più rappresenta anche un case study, che potrà ispirare analoghe iniziative su altri territori che la Confederazione nazionale sta avviando. Questo strumento creditizio è da una parte adeguato alle nuove normative vigenti e dall’altra un accesso al credito a costi contenuti: è la risposta concreta che aspettavano gli associati, fondamentale in una contingenza come quella odierna caratterizzata da grande fragilità imprenditoriale.

Vale la pena di ricordare che a livello nazionale una novità è che, in base alla legge di Bilancio 2019 Fondo di Garanzia PMI, il fondo è stato ulteriormente finanziato. Il fondo di Garanzia è uno strumento istituito con la legge n. 662/96 (art. 2, comma 100, lettera a) ed è operativo già dl 2000 con la finalità di consentire l’accesso ai finanziamenti per le piccole e medie imprese tramite la concessione di una garanzia pubblica sul denaro concesso dalle Banche[1].

Secondo le ultime rilevazioni, circa il 99% delle imprese ha avuto accesso al finanziamento con la copertura del Fondo Centrale in assenza della presentazione di garanzie reali. Questo meccanismo quindi ancora presenta luci e ombre.

In realtà ci sono delle regole fondamentali per garantire il corretto funzionamento e sono parte integrante del buon funzionamento del fondo: le piccole e medie imprese che possono accedere al microcredito sono quelle economicamente e finanziariamente sane. È necessario quindi che, dopo una richiesta di accesso al microcredito, venga accertata la possibilità di far fronte agli impegni finanziari derivati dalle operazioni per i quali è richiesto il Fondo.

Inoltre i beneficiari devono operare in alcuni specifici settori ISTAT: agricoltura, caccia, silvicoltura; pesca, piscicoltura e servizi connessi; estrazione di minerali; attività manifatturiere; produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua; costruzione; commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli, motocicli r di beni personali e per la casa; alberghi e ristoranti; trasporti, magazzinaggio e comunicazione; attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività professionali ed imprenditoriali; istruzione; sanità e altri servizi sociali; altri servizi pubblici, sociali e personali.

Per capire in estrema sintesi in cosa consistono tecnicamente i finanziamenti agevolati, bisogna spiegare i tre tipi di concessioni che possono essere effettuati ai soggetti Beneficiari ritenuti idonei:

  • La garanzia diretta dello Stato: è concessa dal Fondo su base percentuale rispetto all’ammontare delle operazioni ammesse.
  • La controgaranzia: è concessa in misura non superiore al 90% dell’importo garantito dai soggetti richiedenti, a patto che le garanzie non superino alcuni percentuali relative all’ammontare di ciascuna operazione.
  • La cogaranzia: è la garanzia prestata dal Fondo direttamente a favore dei soggetti finanziatori e congiuntamente ai confidi o agli altri fondi di garanzia.

Questa rapida rassegna non può non concludersi che con una importante riflessione. Al di là dei rigidi meccanismi finanziari e della necessità di precise regole nella gestione del microcredito, il cuore della questione rimane l’uomo e il lavoro. E oggi, nello smarrimento del mercato globale, è fondamentali la creazione di istituti di tutela e più in generale di reti di aiuto per le piccole e medie imprese italiane.

Forse è proprio con questo spirito che l’Ente Nazionale per il Microcredito organizza un evento dedicato al valore della microfinanza quale strumento di sviluppo, di inclusione sociale e finanziario per la lotta alla povertà. Il convegno “Economia della persona verso Assisi 2020” si svolgerà il 19 Ottobre ad Assisi[2]. Segno che anche nella finanza la componente spirituale sta diventando sempre più importante per riscoprire il ruolo centrale dell’uomo e dei suoi bisogni.

Patrizia Di Dio

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Tue, 29 Oct 2019 19:46:07 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/645/1/dall-accesso-al-credito-delle-imprese-locali-siciliane-al-microcredito-nazionale cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Family business, la spina dorsale dell’economia https://www.patriziadidio.com/post/644/1/family-business-la-spina-dorsale-dell-economia

Molti di noi ereditano dai genitori e dai nonni molto più che il patrimonio genetico, ereditiamo le abilità, le professioni o le attività che i nostri antenati si sono sforzati di sviluppare nel corso della loro vita.  Spesso questo retaggio lavorativo diventa parte di chi siamo noi. Forse, cosa ancora più importante, riceviamo in eredità un’ispirazione.

Quest'anno non solo ricorrono i primi 40 anni della nostra azienda, ma possiamo festeggiare i 100 anni di una lunga storia di famiglia. La storia parte fin dai primi anni '20, quando il nonno materno comincia a lavorare in una piccola bottega del paese dove si vendevano stoffe, prodotti di merceria con accanto la sartoria, dove apprende il mestiere di sarto. A causa della forte emigrazione verso i poli industriali del Nord, il lavoro artigianale in un paese rurale siciliano risente della mancanza di clienti.  Così, prima il trasferimento a Palermo e poi nel 1964 e poi a Modena, dove i nostri nonni realizzarono un laboratorio artigianale conto terzi, cosiddetti “facon”, fino a metà degli anni ‘70. La ditta artigianale di produzione di abbigliamento femminile a Modena si chiamava GEMAR – dal nome della nonna Gentile Maria a cui era intestata l’azienda.

Il nostro destino parte già da lì. Ma la storia continua in un altro luogo e con una nuova avventura imprenditoriale, quando nel 1979 Nicola Di Dio, mio padre, costituisce la società Cida, continuando un’attività iniziata nel 1965. Il fondatore Nicola porta avanti l’azienda con la moglie Franca, coinvolgendo i figli. E oggi io e mia sorella continuano sulla strada avviata dai nostri genitori.

La nostra è forse una storia di riscatto perché siamo una famiglia che è riuscita a mantenere l’azienda al Sud, la nostra terra, e non solo a rimanere, ma anche far lavorare conto terzi i laboratori artigianali del Nord. Un’inversione di tendenza ma anche un ritorno.

Ma è anche una storia tutta italiana, perché dopo il secondo dopoguerra il lavoro, il risparmio e le famiglie hanno reso grande il nostro Paese, facendolo diventare una delle potenze industriali del mondo. E sono molte le piccole e medie aziende familiari che con il proprio lavoro e investendo i risparmi hanno dato occupazione, ricchezza, benessere, pur con le contraddizioni geografiche che sono tipiche della nostra storia.

Ogni azienda e ogni famiglia ha una storia più o meno lunga, un proprio fondatore, che ha saputo interpretare il momento storico e superare anche i momenti di crisi, delle relazioni da cui dipende spesso il successo. Le relazioni riguardano il legame d’amore che unisce le generazioni infatti unisce anche le aziende con il proprio territorio.  Anche se ormai è necessario guardare a mercati più lontani e più vasti, come quelli europei o mondiali.

Le imprese familiari rappresentano spesso la spina dorsale dell’economia, e questo non solo nel sistema economico italiano, ma anche in molti altri Paesi, come per esempio la Germania. Va sicuramente ricordato però che una Family Business è un attore economico particolare, perché unisce alla componente del settore di appartenenza, del mercato, dell’organizzazione, della struttura, anche alcune parti «private» che hanno un impatto altrettanto importante.

Proprio per questo, l’edizione di quest’anno del Family Business Festival -Laboratorio delle imprese familiari- svolta a Brescia dal 4 al 6 aprile[1], ha avuto tra gli obiettivi quello di far conoscere meglio uno dei pilastri della nostra economia.  La manifestazione ha evidenziato l’importanza che oggi rivestono tre dimensioni essenziali per le imprese familiari e non solo. La prima è quella delle relazioni: all’interno delle famiglie e delle famiglie con le imprese, tra le stesse imprese, tra aziende e istituzioni, tra Stati. La seconda dimensione ha a che fare con il contesto internazionale nel quale sono inserite. La terza dimensione è quella dei giovani, il futuro: bisogna conoscere e rinnovare continuamente il rapporto con i giovani, siano essi consumatori, collaboratori o membri delle famiglie imprenditoriali.

Secondo Philipp Sieger, del Centro di gestione familiare presso l'Università di San Gallo, le imprese familiari rappresentano un modello aziendale molto sostenibile, perché spesso sono dotate di riserve di capitali che possono proteggere l’azienda durante i periodi di avversità. Questo ha un benefico effetto stabilizzante sull'intera economia.

Ciò nonostante, le successioni rimangono uno dei maggiori problemi: se la complessità delle relazioni all’interno di un’azienda non viene gestita bene, da elemento di forza, diventa un elemento di rischio. Ma proprio il fattore relazionale è molto spesso una chiave di successo del business. È quanto emerge dalla ricerca Credit Suisse Family 1000 in 2018 pubblicata dal Credit Suisse Research Institute (Csri), un’analisi condotta su mille aziende familiari quotate in borsa, di cui 226 europee, messe a confronto con le performance finanziaria e borsistica di altre settemila imprese[2].

La ricerca evidenzia come il rendimento migliore delle aziende familiare è riscontrabile in ogni settore e in tutte le aree geografiche, benché con sfumature differenti. In Europa, per esempio, i 226 family business analizzati sono stati in grado di guadagnare in media il 4,7% l’anno in più, negli ultimi 11, rispetto alle aziende non a controllo familiare.

Anche in Italia è stato riscontrato che, a differenza della perdita media del 5% subita dai non-family business tra il 2006 e il 2018, le 27 aziende familiari esaminate hanno ottenuto una performance positiva del 5% annuo, con un vantaggio di dieci punti percentuali.

In cosa risiede il successo del family business? Secondo Stefano Vecchi, responsabile private banking e ad di Credit Suisse Italy, “questa tipologia di aziende punta a una crescita conservativa e tende ad avere obiettivi d’investimento di lungo termine. Fa meno ricorso al finanziamento del debito – non a caso le aziende familiari vantano una minore leva finanziaria – e gode di una maggiore flessibilità operativa, in virtù di un obiettivo d’investimento a più lungo termine”. Rivela anche che a questi elementi si aggiunge il fatto che sono meno dipendenti da fonti di finanziamento esterno.  

Ovviamente tutto questo non significa che i family business siano in grado di avere la meglio in tutte le fasi di mercato o che tutti siano uguali. Però la predisposizione di molte aziende familiari a focalizzarsi in modo prioritario sulla crescita a lungo termine si può misurare nel peso delle spese in ricerca e sviluppo sui ricavi e la crescita degli investimenti lordi.

Patrizia Di Dio

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Mon, 21 Oct 2019 18:13:11 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/644/1/family-business-la-spina-dorsale-dell-economia cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Come favorire il decoro, la riqualificazione e la valorizzazione delle bellezze italiane? https://www.patriziadidio.com/post/643/1/come-favorire-il-decoro-la-riqualificazione-e-la-valorizzazione-delle-bellezze-italiane

La città di Palermo, come purtroppo moltissime altre città italiane, passa da un’emergenza all’altra, peggiorando di anno in anno la gravità della situazione e lo standard qualitativo dei servizi. Quello che viene chiesto a gran voce dalla maggioranza dei cittadini è di avere città decorose, pulite, e accoglienti per gli abitanti e per turisti che visitano il nostro Paese.

Il grande danno d’immagine che viene arrecato alle città italiane è legato a molteplici problemi, la cui soluzione però dovrebbe risiede nella capacità delle amministrazioni di gestire il bene comune e nel senso civico dei cittadini.

Come accade ormai da più di vent’anni la prima emergenza dei grandi comuni è l’emergenza rifiuti, che non si riesce a risolvere né a livello di amministrazione locale né nel dialogo con le amministrazioni regionali. E la stagione estiva appena conclusa ci ha ricordato come il problema cronico si acutizzi ad un tale livello che per la mia Palermo, ho parlato di una città assediata. Da uno studio di Confcommercio nazionale sui costi della Tari per ogni singolo grande comune d’Italia e dello standard di servizio erogato per lo smaltimento rifiuti emerge ad esempio che rispetto alla media nazionale i palermitani, da un lato, pagano una delle tariffe più alte ma dall’altro lato non hanno garantito lo standard di servizio, in buona compagnia con altri comuni siciliani, ma anche del resto della Penisola.

Ma se parliamo in modo evocativo di assedio, non può non venire in mente un altro dei grandi problemi che affliggono le città italiane, quello del dilagare di bancarelle abusive lungo i nostri più bei siti monumentali, archeologici, paesaggistici. È un fenomeno che interessa ogni città d’arte per tutto l’anno per poi riversarsi in estate nei luoghi di villeggiatura sui chilometri di coste italiane da Nord a Sud. E Palermo è un osservatorio prezioso per osservare questo fenomeno in quanto da anni la situazione è fuori controllo e va sempre peggio. Il primo obiettivo è ripristinare il decoro urbano contrastando nelle aree pubbliche con valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico.

Il problema non è l’esercizio di attività commerciali e artigianali in forma ambulante, ma è ravvisabile nella mancanza di regole, nell’occupazione di luoghi assolutamente non idonei, nell’abusivismo e nell’aumento eccessivo di commercio ambulante in luoghi di bellezza. Inoltre il più grande sconcio è rappresentato dalle bancarelle, dove la merce esposta è per lo più paccottiglia di importazione quando non anche contraffatta e illegale rappresentando una concorrenza scorretta per l’artigianato locale.

Il problema non è neanche il fatto che, come è noto, si tratta prevalentemente di venditori extra comunitari. Molto probabilmente sono vittime a loro volta, sfruttati da organizzazioni responsabili del dilagare di un’attività vietata nei centri storici e per cui sono previste sanzioni. Anzi questo dovrebbe far riflettere sulla questione ben più importante, umanamente, dell’accoglienza: bisognerebbe dare agli uomini e alle donne che fuggono da miserie, guerre, tragedie nella nostra terra, vere opportunità di lavoro e di vita più serena. Altrimenti queste persone saranno manodopera a bassissimo prezzo per commerci abusivi o illeciti, o traffici ancora più criminali.

Nel caso di Palermo le ordinanze in essere non sembrano aver risolto nulla e spesso sono eluse o gli ambulanti sfuggono ai controlli. Forse chiedere l’emanazione di una nuova e specifica ordinanza, non è risolutivo se non vengono aumentati e resi più rigidi e efficaci i presidi, i controlli e le sanzioni.

La riqualificazione estetica e funzionale dell’habitat cittadino non solo è una questione di primaria importanza ma anche e soprattutto una questione culturale. Il patrimonio artistico, ambientale, monumentale rappresenta le radici etico-culturali delle nostre comunità. Non attuare politiche di preservazione di questo patrimonio significa perdere quella bellezza che viene riconosciuta all’Italia, un Paese ricco di mille sfumature e crocevia di culture.

In questo senso va letto l’interesse che la Confcommercio ha mostrato al recupero e alla valorizzazione di Monte Pellegrino e delle sue bellezze paesaggistiche, promuovendo quasi tre mesi fa l’“acchianata” al santuario. Il gesto non è stato soltanto di devozione verso la patrona di Palermo, Santa Rosalia, che ha sul monte il proprio santuario. È stato anche un importantissimo richiamo di attenzione per la promozione e la valorizzazione del territorio. Come si può abbandonare totalmente all’incuria un luogo, il nostro “monte sacro”, definito da Goethe “il promontorio più bello del mondo?

Anche in questo caso si tratta di combattere l’incuria, il degrado e l’inciviltà, per restituire il monte e le sue bellezze paesaggistiche alla collettività e favorire anche lo sviluppo di un turismo religioso-culturale legato a Santa Rosalia. In provincia di Palermo esiste già l’Itinerarium Rosaliae, un percorso che collega l’Eremo di Santo Stefano di Quisquina al Santuario di Monte Pellegrino, una “via sacra” di 180 km istituita tre anni fa. Sull’esempio di altri famosi luoghi o percorsi di pellegrinaggio si dovrebbe lavorare per rendere più attraente, confortevole e più popolare questo percorso religioso e naturalistico che rappresentano una risorsa importante per la città di Palermo.

La cultura è un importante motore di sviluppo che può trainare vari aspetti produttivi, e creare sinergie tra settore pubblico e privato. L’aumento del turismo porta con sé investimenti nelle infrastrutture e nell’implementazione di servizi all’avanguardia nell’accoglienza e nell’assistenza con enormi ricadute positive sullo sviluppo dell’economia locale.

Senza addentrarsi troppo in una questione molto delicata che ruota intorno alle molte riforme della scuola degli ultimi anni, non si può non chiudere con una riflessione semplice ma non scontata: si sa, e forse si usa spesso come propaganda, che l’investimento più importante è nella formazione dei giovani. E in una nazione come l’Italia educare alla storia delle arti e dei paesaggi[1], come il grande storico dell’arte Cesare de Seta ha spesso ricordato, non è anacronistico ma quanto di più moderno si possa fare. Perché tutte le arti sono parte della nostra esperienza, e i paesaggi, sia quello urbano che quello naturale, nella loro meravigliosa varietà sono espressione della nostra civiltà e identità nazionale. Anche per questo si è recentemente sentita la necessità di inserire nuovamente l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, che dovrebbe avvenire il prossimo anno.

Questo connubio, conoscenza e rispetto per il patrimonio di tutti, sono pilastri fondamentali della formazione dei futuri cittadini, per proiettarsi nel futuro e investire in quello sviluppo di cui l’Italia ha bisogno.

Patrizia Di Dio


[1] Cesera de Seta, “Perché insegnare la storia dell’arte”, Donzelli editore srl, Roma 2008.

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Mon, 7 Oct 2019 18:55:25 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/643/1/come-favorire-il-decoro-la-riqualificazione-e-la-valorizzazione-delle-bellezze-italiane cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Prevenzione e sicurezza sul lavoro https://www.patriziadidio.com/post/642/1/prevenzione-e-sicurezza-sul-lavoro

Garantire a tutti la possibilità di lavorare in un ambiente sicuro è una scelta di civiltà e più in generale un paese può dirsi realmente civile solo quando rispetta anche i diritti di sicurezza di chi vi lavora.

Responsabilità sociale di impresa vuole che dire integrare l’aspetto etico alla strategia di impresa per salvaguardare, possibilmente migliorare, la condizione economico-sociale nell’area di influenza dell’impresa stessa.

È un obiettivo che dovrebbe essere perseguito sia dalle grandi che dalle piccole e medie imprese nell’ottica migliorare la qualità della vita lavorativa ed extra lavorativa dei propri dipendenti e loro cari.

Non è un caso che in questa direzione si è mossa Confcommercio Palermo, da me rappresentata, sottoscrivendo un protocollo d’intesa con Fisascat Cisl Palermo Trapani, rappresentata dal segretario generale Mimma Calabrò. L’intento è quello di avviare una esperienza pilota sul territorio di Palermo, per promuovere azioni di sensibilizzazione sui temi di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro del macro-settore terziario e servizi. Il protocollo d’intesa è stato sottoscritto fino al 31 dicembre 2019 e s’intenderà tacitamente rinnovato di anno in anno salvo differenti indicazioni di ciascuna delle parti.

Eticamente abbiamo ritenuto importante dare un segnale forte di responsabilità. Ma è necessario, su un tema tanto sentito quanto delicato, coinvolgere altri soggetti istituzionali preposti alla tutela del diritto alla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. L’obiettivo è incentivare azioni formative e informative condivise che hanno come obiettivo principale una sana cultura della prevenzione.

I dati Istat il periodo gennaio-dicembre 2018 [1] parlano di 641.261 denunce pervenute entro dicembre 2018 per infortuni sul lavoro, quasi 6 mila in più (+0,9%) rispetto ai 12 mesi del 2017 (635.433). A livello nazionale, aumentano i casi in occasione di lavoro (+0,6%, da 539.584 a 542.743) ma ancor di più quelli in itinere (percorso casa/lavora/casa) che hanno fatto registrare un +2,8%, (da 95.849 a 98.518). I recenti incrementi sono da leggersi alla luce della ripresa occupazionale registrata dall’Istat.

Per i dati sul lavoro femminile, è possibile prendere in esame il Dossier Donne pubblicato dall’Inail alla vigilia dell’8, sulle caratteristiche del fenomeno infortunistico e tecnopatico al femminile[2]: Le denunce pervenute all’Istituto per infortuni avvenuti nel 2017 che hanno riguardato le donne nelle tre gestioni principali (Agricoltura, Industria e servizi, conto Stato) sono state 231.067, e restano sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente, con un incremento pari allo 0,3%. A queste si aggiungono le 47 del settore Navigazione e le 405 della gestione autonoma casalinghe.

Aumentano anche le malattie professionali ma il +2,5% è rilevato su un anno, il 2017, contraddistintosi per un arretramento del fenomeno e le 59.585 denunce del 2018 si posizionano comunque al di sotto del dato 2015 e 2016. A colpire le lavoratrici e i lavoratori sono state soprattutto le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo e quelle del sistema nervoso, che insieme rappresentano il 76,2% delle denunce.

Questo in sintesi il quadro Istat, spunto di una necessaria riflessione su quanto è stato fatto e soprattutto su quanto ancora bisogna fare.

Un primo punto positivo da cui partire è senza dubbio il fatto che il settore del terziario e dei servizi è quello in cui si registrano meno incidenti e infortuni sul lavoro. Si può sperare che questo possa dipendere dalla ricezione e dall’attuazione di quell’insieme di principi e valori alla base di una sana cultura di impresa che pone in primo piano tra i suoi obiettivi il rispetto delle norme di sicurezza e una politica di prevenzione di incidenti e malattie professionali.

Quindi è importante, anzi necessario, far partire un percorso virtuoso di più ampio respiro. Gli ingredienti sono molteplici: oltre all’educazione dei lavoratori, alla sensibilizzazione e alla cultura d’impresa, bisogna porre al centro dell’azione il rispetto, la tutela e la salvaguardia di tutti, che siano clienti, lavoratori, imprenditori, i quali devono trovare un ambiente sano e salubre. Garantire a tutti la possibilità di lavorare in un ambiente sicuro è una scelta di civiltà e più in generale un paese può dirsi realmente civile solo quando rispetta anche i diritti di sicurezza di chi vi lavora.

Il tema della sicurezza sul lavoro è molto sentito non solo dai lavoratori italiani, ma da tutti gli attori economici, tanto che anche le istituzioni hanno dato un piccolo segnale. Dal 1° gennaio 2019 la legge di Bilancio 2019 ha disposto l’incremento del 10% degli importi dovuti dalle aziende per la violazione delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro, in particolar modo per le violazioni in materia di prevenzione. La maggiorazione è raddoppiata (20%) se, nei tre anni precedenti, il datore di lavoro è stato destinatario di sanzioni per i medesimi illeciti commessi[3].

Non si tratta di un intervento organico sulla materia, di cui ci sarebbe urgente bisogno, ma di un piccolo passo avanti nella direzione giusta.

Patrizia Di Dio

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Fri, 4 Oct 2019 10:00:10 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/642/1/prevenzione-e-sicurezza-sul-lavoro cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Economia, management e sostenibilità https://www.patriziadidio.com/post/641/1/economia-management-e-sostenibilita

Negli ultimi anni si sono moltiplicati corsi di laurea e master per formare professionisti in grado di pensare e gestire programmi per promuovere la pace, combattere la povertà, tutelare ambiente e popoli: in una sola parola, preparare i futuri “manager della sostenibilità”. Si tratta di una professione ancora agli albori, ma in forte ascesa.

Ecologia, sostenibilità ambientale e sociale sono e saranno sempre più le parole chiave su cui imprese pubbliche e private dovranno concentrarsi e investire, e per cui si apriranno ottime prospettive occupazionali.  È un processo già in atto che vede nascere figure capaci di gestire le politiche sociali e ambientali delle organizzazioni per orientarle verso scelte etiche e consapevoli, che premino non solo in termini di profitto, ma anche di equità.

Il mondo del lavoro ha bisogno di questi nuovi professionisti dell’innovazione sociale, che devono saper ideare e sviluppare strategie per soddisfare bisogni sociali, intervenire su spreco di risorse e emergenze ambientali, offrire soluzioni su marginalità e aree di disagio.

Il manager dello sviluppo sostenibile deve avere una formazione poliedrica e interdisciplinare, dall’economia alla sociologia, dalla comunicazione al marketing. Questa figura professionale diventerà sempre più necessaria in quelle aziende private che investono nella responsabilità sociale di impresa e che valorizzano la propria immagine di sostenibilità.  Ma anche nel settore pubblico c’è bisogno di un forte cambiamento e dell’innesto di manager che possano portare innovazione sociale nell’accoglienza e nell’assistenza.

Il modo di gestire le imprese, ma anche le organizzazioni sia profit che non profit, ha sempre più spesso la necessità di essere “contaminato” da elementi che consentano alle persone che vi lavorano di poter creare le condizioni reali di sostenibilità.

In quest’ottica non sembra più impossibile, anzi è auspicabile, avvicinare due mondi, da un lato quello non profit e dell’altro quello profit, e fare in modo che attraverso un confronto ed uno scambio continuo, si generi un nuovo modo di interpretare l’economia.

In una realtà in cui le azioni di corporate social responsibility stanno assumendo un’importanza sempre più strategica nella gestione dei processi organizzativi, le imprese devono saper dialogare con un contesto sociale spesso distante dagli obiettivi di business. D’altra parte al mondo non profit, per lo meno in Italia, mancano le competenze per dialogare con il mondo economico, e per crescere e strutturarsi in modo da garantire una costante capacità di generare valore sociale.

Il mondo non profit dovrebbe acquisire le competenze manageriali apprendendole dal mondo aziendale, e allo stesso modo il mondo delle imprese, analizzando ciò che accade all’interno delle organizzazioni di volontariato potrebbe uscire dal proprio solco e sperimentare soluzioni efficaci ed alternative all’interno delle organizzazioni aziendali. 

Proprio dallo scambio tra questi due mondi, quello economico e quello sociale, si arricchisce la figura del Manager dello sviluppo sostenibile.  Per riuscire ad apportare un nuovo approccio manageriale deve poter disporre dei contributi e delle esperienze delle organizzazioni aziendali e non profit: solo la sperimentazione di approcci differenti a problemi simili e l’arricchimento dato del confronto può far nascere un vero e concreto management sostenibile.

L’esigenza di formare i giovani è così sentita e urgente che ad esempio la società Tecno, un gruppo specialistico nelle soluzioni di risparmio energetico per aziende fondato nel 1999, affiancherà l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli nella realizzazione del nuovo corso di laurea magistrale in “Economia management e sostenibilità”, che partirà ad ottobre di quest’anno. Questo tipo di approccio vincente ha già conseguito esiti positivi: la società Tecno è stata partner anche nel corso di laurea triennale di “Economia aziendale e green economy”[1].

Questo tipo di percorso didattico altamente specializzato viene solitamente progettato insieme alle aziende proprio per venire incontro in maniera più innovativa possibile alle esigenze di un mercato del lavoro in continua evoluzione.

Sebbene oggi potrebbe sembrare una normalità scontata, vale la pena richiamare queste buone prassi e portare all’attenzione questi esempi virtuosi. La sinergia tra mondo del lavoro e mondo dell’istruzione e della formazione è fondamentale per il futuro delle nuove generazioni e purtroppo nel nostro Paese non è a tutt’oggi una prassi consolidata.

Ci si sta muovendo sempre più in questa direzione ma è necessario incentivare il dialogo fra i vari attori sociali, istituzione, scuole, università, imprese, industrie e organizzazioni affinché siano previsti gli scenari futuri e possano essere messe in campo le risorse, le correzioni e gli incentivi giusti per individuare e sviluppare le professionalità necessarie a quella società equa e sostenibile di cui si sente la necessità e che si cerca di instaurare.

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Tue, 1 Oct 2019 09:32:41 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/641/1/economia-management-e-sostenibilita cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Donne, Cda e imprese di famiglia https://www.patriziadidio.com/post/640/1/donne-cda-e-imprese-di-famiglia

Rispetto al ruolo delle donne nella continuità aziendale in PMI familiare ci sono due punti di vista opposti: da una parte in alcuni casi le donne sono viste come elemento problematico del funzionamento aziendale. A causa dell’idea diffusa che negli affari uno squilibrio tra razionalità e emotività, a favore di quest’ultima, sia dannoso.

Dall’altra parte le donne sono a ragione considerate come soggetti capaci di portare contributi positivi nella gestione di imprese di famiglia, proprio per le capacità empatiche e relazionali. Se l’impresa viene percepita come una rete di relazioni, le donne possono apportare il loro naturale bagaglio di valori e dimostrare una migliore capacità di gestire le relazioni familiari, aziendali e personali.

Purtroppo, secondo una tradizione culturale difficile da modificare, le donne soffrono della conflittualità che nasce dal tentativo di conciliare gli impegni familiari e il tempo dedicato alla propria carriera. E per questo spesso crescono all’ombra dei familiari di sesso maschile, soprattutto nei rapporti con gli interlocutori aziendali come clienti, fornitoti e banche. In Italia questo si è spesso tradotto nella presenza femminile prevalentemente in ruoli con bassa responsabilità oppure in un coinvolgimento solo formale.

Il motivo di un coinvolgimento solo formale può essere legato anche alla norma Golfo-Mosca che dall’agosto 2012 obbliga le società quotate in borsa e le controllate pubbliche a destinare almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione e di controllo a persone appartenenti al genere meno rappresentato (nella maggior parte dei casi quello femminile)[1].

Ancora tre anni e poi questa norma, dedicata alle quote rosa ai vertici delle aziende e con validità temporale di 10 anni, scadrà: le società coinvolte manterranno questa pratica anche senza una legge vincolante oppure ci sarà una retrocessione? L’intento di incentivare una buona pratica da esportare anche ad altre realtà economiche e imprenditoriali sta funzionando?

Si auspica che nel 2023 non ci sarà più bisogno di un obbligo normativo per portare avanti questa cultura. Una cultura che finalmente riesca a privilegiare gli aspetti positivi della presenza femminile non solo nel mondo del lavoro, ma anche nei ruoli dirigenziali e nei passaggi di testimone all’interno delle PMI familiari.

Bisogna infatti registrare che rispetto agli anni passati sta scomparendo la tendenza delle donne ad appiattirsi sul modello maschile e c’è di conseguenza una graduale affermazione di uno stile femminile di leadership, in cui sono fondamentali quelle soft skills come la flessibilità, l’adattabilità, la sensibilità verso la necessità e la soddisfazione del cliente. E ancora di più le attitudini alla cura delle persone e alla gestione delle relazioni.

Molti sono i dubbi in merito a ciò che le società potrebbero fare (o non fare) alla cessazione della legge, in considerazione anche del fatto che l'entrata in vigore della legge Golfo-Mosca ha aumentato solo del 17% la presenza delle donne nei CdA e negli organi di controllo. Il timore è che, togliendo l'obbligo normativo, le aziende possano addirittura fare un passo indietro.

Secondo un gruppo di studio dell'associazione che unisce le donne che siedono nei CdA delle società quotate in borsa, ci sono tre possibili soluzioni: la prima è di realizzare un codice di autodisciplina per le aziende; la seconda di adeguare le clausole statutarie alla cultura di genere e la terza di prorogare le legge per altri tre mandati.

Quello che servirebbe per un reale cambiamento di rotta sulla parità di genere è un effetto positivo più consistente e duraturo nell'ambito economico.

Negli ultimi dieci anni numerosi studi hanno analizzato sotto più punti di vista la presenza delle donne nei consigli di amministrazione e di controllo. Tra questi studi, l'analisi nata dalla collaborazione tra le università Bicocca e di Bergamo ha sottolineato che, nonostante le leggi ad hoc abbiano favorito un incremento decisivo di donne in CdA, gli effetti di questo cambiamento sono eterogenei, influenzati dalle differenze sociali, economiche, culturali e istituzionali di ogni paese[2].

Il rapporto della Consob sulla Corporate governance delle società italiane quotate in Borsa registra infatti come oggi la presenza femminile nei Cda è la più alta nella storia del nostro Paese, con il 36%, passando da 193 donne nel 2011 a 758 nel 2017.

E questo incremento si è tradotto in un miglioramento delle caratteristiche dei board. È grazie alla presenza femminile che i Cda sono più giovani e più «istruiti»: infatti il 91% delle donne che siede nei consigli di amministrazione è laureata. Alla presenza femminile, secondo Consob, «è associata anche una maggiore diversificazione dei profili professionali»[3]. Con vantaggi significativi evidentemente anche in termini di business con l’aumento della reddittività.

Ci sono ancora delle criticità. Le stime evidenziano che la presenza delle donne nei Cda incide positivamente sugli affari quando supera una soglia critica, oscillante tra il 17 e il 20 per cento. Inoltre manca un effetto a cascata sulle Ceo. Sono ancora poche le manager che arrivano al ruolo di amministratore delegato. La presenza femminile nei Cda non sembra avere un impatto positivo nemmeno sugli avanzamenti di carriera delle altre lavoratrici in azienda.

Ancora c’è molta strada da fare, non a caso nella classifica Global Gender Gap Report, pubblicata dal World Economic Forum a fine 2018, l’Italia guadagna qualche posizione ma resta pur sempre 70esima. Serve tempo per vedere gli effetti di una legge storica per il mercato del lavoro femminile ma per accelerare il cambiamento diversi economisti hanno suggerito di potenziare la normativa che scadrà a breve. Forse nei tre 3 anni che mancano si dovrebbe, come auspicano, estendere l’applicazione delle quote, coinvolgere le imprese non quotate e aumentare le soglie.

Se infine torniamo a riflettere sui fattori che condizionano la successione al “femminile”, bisogna aggiungere alcune considerazioni proprio di natura culturale. In questo caso non ci sono solo le norme da potenziare. Ogni storia di family business è a sé, e gli aspetti che hanno maggior peso nella scelta di passare il testimone ad una donna sono essenzialmente tre: il grado di apertura culturale della famiglia, il grado di apertura del predecessore, la capacità nella leadership della candidata alla successione.

Patrizia Di Dio

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Mon, 16 Sep 2019 19:28:45 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/640/1/donne-cda-e-imprese-di-famiglia cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Non basta un doodle: il lavoro per le donne non guarda al merito https://www.patriziadidio.com/post/639/1/non-basta-un-doodle-il-lavoro-per-le-donne-non-guarda-al-merito

Il doodle dedicato da Google all’italiana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, considerata la prima donna laureata al mondo, ha messo sotto i riflettori una figura femminile spesso dimenticata. Che andrebbe invece ricordata più spesso. Nata a Venezia nel 1646, Elena non riuscì a laurearsi in Teologia, come avrebbe desiderato, perché fu osteggiata ma cosa eccezionale per i suoi tempi si laureò in Filosofia all’Università di Padova.

Le sue eccezionali doti intellettuali però non furono uno strumento di emancipazione femminile, né di affermazione del diritto a competere con gli uomini nel campo intellettuale. La sua laurea fu uno spiraglio immediatamente richiuso tanto che solo nel 1732 si laureò un’altra donna, Laura Bassi. E dopo ci sono state poche altre, anzi pochissime, donne speciali che sono riuscite prima del ‘900 ad accedere a percorsi di studio che i pregiudizi sociali precludevano loro.

Nell’Ateneo padovano la statua che raffigura la Piscopia non deve essere solo un omaggio a questa straordinaria figura femminile ma anche un monito che ricordi come in tutti i secoli, e in ogni parte del pianeta, le donne hanno dovuto lottare, e purtroppo ancora oggi lottano, per ottenere il diritto all’istruzione.

Se ripercorriamo sinteticamente la recente storia della nostra nazione dopo l’Unità d’Italia, nel 1900, erano solo duecentocinquanta le donne iscritte all’Università, e nel 1901, quasi la metà della popolazione era analfabeta (il 48,7%), le donne in misura maggiore rispetto agli uomini. Ma non bisogna dimenticare che sono state proprio le donne ad alfabetizzare gli italiani in quanto più di sessantamila maestre furono lo strumento dell’alfabetizzazione di massa sia nelle grandi città che nei piccoli paesini di provincia.

Nel 1926 il regime fascista ostacolò addirittura l’istruzione femminile: le donne furono escluse dall’insegnamento dell’italiano, del latino, del greco, della storia e della filosofia nei licei. Nel 1929 il governo di Mussolini aumentò mediamente del 40% l’importo delle tasse scolastiche per le studentesse che frequentavano la scuola media e l’università, di fatto ostacolando il loro percorso di studi.  L’allora ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, mal tollerava quella che definiva “l’invasione nelle università da parte delle donne”. Nonostante i muri alzati e gli ostacoli posti sul cammino delle studentesse, la scolarità femminile aumentò costantemente durante gli anni Trenta fino a raggiungere, nell’anno accademico 1990/91, un dato importante: il numero delle laureate superò quello dei laureati.

Se si arriva ai giorni nostri la situazione non è poi tanto diversa: dal 2004 a oggi le donne tra i 25 e i 34 anni con un titolo universitario sono aumentate del 50%, gli uomini solo del 39,1%. Un primato che le donne mantengono da almeno 15 anni. E c’è un divario leggermente più ampio tra i più giovani di questo segmento, tra cui le laureate hanno fatto un balzo del 67,3%, i laureati del 55,7% [1].

Nel dettaglio, secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica, analizzando i dati del periodo che va dal 2008 al 2017 in generale il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile. Il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario, ovvero la laurea (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili. Nel 2017, la quota di 30-34enni in possesso di laurea è pari al 26,9% (39,9% la media Ue). Nonostante in Italia il numero delle persone con una laurea continua ad aumentare di 7,7 punti, il nostro paese è il penultimo tra i paesi dell’Unione e non è riuscito a ridurre il divario con l’Europa.

Ma bisogna ripartire dal primato tutto italiano delle donne più istruite: siamo, secondo World Economic Forum, primi al mondo per iscrizioni all’Università. Lascia ben sperare il fatto che le donne italiane sono attive a livello culturale, e inoltre vanno più a teatro e leggono di più, e anche online sono molto presenti. L’immagine è quella di donne che sono presenti, agiscono e sono attive in più campi[2]. Non a caso molto del mio impegno è rivolto a promuovere a più livelli l’assunto che le donne sono e devono essere il motore della ripresa. Non soltanto un’idea, ma speriamo presto una realtà.

Avere più donne con un’istruzione universitaria in teoria dovrebbe significare più donne occupate, e con una occupazione di qualità. Apparentemente questi dati sarebbero una buona notizia, per esempio segnalerebbero progressi verso una minore disuguaglianza di genere. In teoria, però.

Perché c’è allo stesso tempo uno scollamento tra l’alto livello di istruzione e specializzazione delle donne italiane e il dato negativo dell’occupazione femminile che vede l’Italia fanalino di coda del Paesi occidentali.

Non dimentichiamo poi come in Italia permanga una situazione di sotto-rappresentanza femminile, sia in termini di rappresentanza politica che nei consigli di amministrazione. La situazione peggiore si trova negli organi decisionali, dove la presenza femminile supera di poco il 16% del totale. Al contrario nella libera impresa le donne stanno dimostrando che hanno le cosiddette soft skills necessarie per organizzare, dirigere, guidare le proprie aziende con successo.

Perché le donne, in Italia, sono le più istruite e le meno occupate? I dati non ci dicono cosa continua a non funzionare. Ma certo è che i dati ci dicono che esiste un corto circuito nelle dinamiche lavorative. Se il surplus di istruzione, studi, attività e interessi sembra non rappresentare un vantaggio, necessariamente vanno modificati quei meccanismi di accesso al mercato del lavoro che forse non sono sufficientemente basati sul merito e sulle pari opportunità per tutti. E su questo non sono le statistiche che possono darci una risposta. Ma la politica forse dovrebbe.

Stiamo buttando via il segmento più istruito della popolazione. E poi ci chiediamo perché non si cresce. La questione femminile dovrebbe essere al centro delle molte, troppe, tavole rotonde alla ricerca di magiche ricette per far ripartire l’economia.

Perché non puntare sulla parte più istruita della popolazione?

È una fondamentale questione di democrazia: il ritardo italiano, tra le economie più sviluppate, ha e potrebbe avere anche conseguenze sociali, oltre che economiche, importanti se l’occupazione femminile non riesce ad avanzare in tempi brevi a livelli accettabili.

Oltretutto in Italia abbiamo un problema di nascite.  

Per combattere il nostro calo demografico il modo più sicuro è quello di far lavorare le donne, garantendo loro un sistema meritocratico in cui le paghe e i percorsi di carriera siano equivalenti a quelli degli uomini.

Occupazione e natalità crescono insieme.

Anche questo ci dicono i dati: in Europa è il secondo stipendio che permette alle famiglie quel secondo figlio che poi garantisce la sostenibilità del nostro sistema sociale.

Patrizia Di Dio

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Mon, 9 Sep 2019 19:04:19 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/639/1/non-basta-un-doodle-il-lavoro-per-le-donne-non-guarda-al-merito cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Quali sono nel 2019 le competenze su cui le donne devono puntare per cambiare o trovare un nuovo lavoro? https://www.patriziadidio.com/post/638/1/quali-sono-nel-2019-le-competenze-su-cui-le-donne-devono-puntare-per-cambiare-o-trovare-un-nuovo-lavoro

È sempre più chiaro che oggi si dovrebbe investire su un aggiornamento professionale che sviluppi accanto a capacità più “hard”, come quelle legate all’utilizzo del marketing dell’innovazione, quelle competenze definite “soft skills”.

Cosa sono esattamente le soft skills? Sono appunto competenze sociali ed emotive, come l’intuito e flessibilità, e attitudini che si sviluppano negli anni, nel corso della nostra vita. Si differenziano dalle hard skills, che invece sono cognitive e quantificabili, e si imparano prevalentemente sui libri. La velocità con cui cambierà la natura del lavoro nel futuro richiederà sempre più spesso il possesso di soft skills.

Bisogna allora promuovere lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, con l’empatia, l’intuizione, l’inclusione, la flessibilità.  E soprattutto premiare la creatività, intesa come pensiero originale e critico e come capacità di interagire con gli altri, di affrontare e risolvere difficoltà, di gestire la complessità e l’imprevedibilità delle situazioni.

Ma bisogna anche passare da un atteggiamento di diffidenza verso i colleghi ad una collaborazione aperta: la capacità di lavorare in squadra è oggi indispensabile a generare idee e a perseguire obiettivi (fatturati) comuni, affinando allo stesso tempo un maggiore spirito di adattamento. Se si raggiunge infine anche maggior di consapevolezza nella gestione del tempo e dello stress, come richiede la nuova realtà del mondo, si può diventare realmente multitasking.

Se a queste soft skills sarà aggiunta formazione sulle tecnologie informatiche, per cogliere l’importanza che sempre più avranno l’Intelligenza Artificiale e la gestione dei Big Data, sarà forse possibile trovare una delle chiavi possibili per far funzionare in un mondo digitale competitivo proprio gli esseri umani.

Questo lo scenario futuro, nella realtà invece dappertutto nel mondo esiste ancora quello che si potrebbe definire skills gap: sembrano mancare candidati con soft skills adeguatamente sviluppate. Questo cosiddetto skills gap diventerà un fattore importante nella disoccupazione a livello mondiale.

In realtà c’è una grande fetta della società che possiede naturalmente soft skills: sono le donne.

Tutto ciò grazie proprio alle competenze acquisite molto spesso da esperienze di vita tipicamente femminili, quali la maternità, l’accudimento di figli e di anziani, la gestione dell’economia domestica.

Queste stesse soft skills sono sempre più richieste perché il mondo attuale è basato su relazioni e non più solo su transazioni. Per esempio un manager con un alto livello di competenza emotiva riuscirà meglio a stimolare e ispirare i membri del proprio team e a ottenere da loro una maggiore produttività, con inevitabili benefici economici. C’è un rapporto inevitabile tra soft skills e aumento di profittabilità aziendale, tradotta in altri termini tra rappresentanza femminile e aumento del valore dell’azienda.  

Le donne hanno il merito ulteriore di accrescere l’eticità delle aziende che gestiscono: le donne sono meno disponibili a fare compromesso su temi etici rispetto agli uomini, hanno un modo diverso di “gestire il rischio”, sono più inclusive. Questo apporto etico è determinante anche nelle comunità in cui svolgono ruoli pubblici, dove si registra una diminuzione della corruzione e della criminalità, e un aumento del consenso popolare.

Il limite è che le donne, naturali depositarie di un questo patrimonio valoriale, faticano a metterlo in risalto e a utilizzarle nel mondo del lavoro.

Sembra quasi che le donne abbiano timore di mostrare le loro competenze e di apparire “poco professionali”, “troppo femminili”, “stigmatizzate” specialmente agli occhi di chi le valuta, e cioè uomini. E così sprecano preziose occasioni per valorizzare quei tratti distintivi che rendono una donna davvero originale capace di aggiungere valore.

Servono infatti delle competenze da “leader” e non da “esperti”. E le donne hanno doti indubbie di leadership. Ma la maggior parte punta a raggiungere livelli di competenza tecnica via via sempre maggiori, e ad accumulare esperienze specifiche per poter mostrare di essere “all’altezza” e sentirsi alla pari con gli uomini.

In realtà quello che ci si aspetta da un manager è la capacità di coordinare i vari talenti e competenze del team, capire le leve di motivazione dei vari collaboratori, individuare le potenzialità o eventualmente il bisogno di sostegno di ognuno.

Bisogna studiare dei percorsi per insegnare alle donne a mettere in risalto le loro soft skills. Il primo passo è una presa di coscienza femminile: le nostre soft skills sono un tratto distintivo e un valore aggiunto da utilizzare già a partire dai colloqui di lavoro. Naturalmente il discorso affonda le radici in problematiche più profonde, come la spesso debole autostima femminile e la percezione diffusa a tutti i livelli delle società che le donne debbano mostrare più degli uomini quanto valgono.

Di fronte a questa sfida, il pericolo è di sentirsi inadeguate e di rimanere immobili. È invece necessario identificare soluzioni mirate, iniziare con piccoli step che possano creare un circolo virtuoso. Un primo passaggio importante potrebbe essere la preparazione delle donne al mondo del lavoro attraverso strumenti fondamentali come il curriculum vitae, il colloquio di lavoro, il personal branding.  Se è vero che in Italia questa formazione è mancante a tutti i livelli -e in questo campo sia la scuola secondaria di secondo grado che soprattutto l’Università sono spesso insufficienti a preparare per il mondo del lavoro- lo è in modo particolare per le donne.

Insegnare alle donne a identificare diversi tipi di curriculum vitae a seconda del loro profilo specifico, a descrivere e quantificare le loro soft skills al fine di tradurle in competenze specifiche, strategiche e fondamentali, è un obiettivo facilmente raggiungibile. Come? Identificando e promuovendo progetti specifici di formazione che inizino durante l’adolescenza e accompagnino le donne durante tutta la vita professionale.

Patrizia Di Dio

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Wed, 4 Sep 2019 19:27:41 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/638/1/quali-sono-nel-2019-le-competenze-su-cui-le-donne-devono-puntare-per-cambiare-o-trovare-un-nuovo-lavoro cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Fuoco e fiamme nell’estate più calda di sempre https://www.patriziadidio.com/post/637/1/fuoco-e-fiamme-nell-estate-piu-calda-di-sempre

L'emergenza incendi scoppiata in Sicilia, nei primi giorni di agosto, ha numeri impressionanti: sono ben 356 gli ettari di macchia mediterranea andata a fuoco in soli tre giorni.

Bruciava Palermo, bruciava la provincia e bruciava la Sicilia, con fiamme anche nel Trapanese. I roghi hanno colpito in particolare le zone di Palermo e Monreale, dove sono state evacuate 80 persone e i canadair sono riusciti a domare gli incendi solo lavorando incessantemente[1].

Dopo l’angoscia e la conta dei danni, purtroppo è emerso che gli incendi a Monreale e San Martino delle Scale, sono probabilmente dolosi, come sostiene Filippo Principato, dirigente generale del Corpo forestale della Regione Sicilia. È sospetto infatti che attorno a Palermo, nello stesso momento, siano divampati gli incendi.

Se dietro i roghi c’è realmente la mano dei piromani, lo sconforto per la perdita di ettari di macchia mediterranea si unisce all’amara constatazione che per gioco o per interesse si continua a distruggere la bellezza del paesaggio siciliano che invece andrebbe preservato e salvaguardato per il suo altissimo valore naturalistico e di identità culturale.

Questi sono anche giorni di bilancio per capire cose è stato fatto bene e cosa andrebbe migliorato nei sistemi di prevenzione e gestione di queste emergenze, purtroppo tristemente ricorrenti.

Legambiente ha avanzato alla Regione Siciliana sette proposte contro la piaga degli incendi in Sicilia[2], chiedendo soprattutto allo Stato di potenziare i reparti dei Carabinieri Forestali in Sicilia e all’Assemblea Regionale Siciliana "di varare urgenti norme sanzionatorie per impedire ogni utilizzazione economica delle aree percorse da incendi". Le proposte del presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna, sono state formulate a caldo dopo gli ultimi eventi, interpretando l’urgenza di fermare lo scempio e la distruzione provocati dagli incendi che ogni anno si ripetono in Sicilia.

Ma dalla Regione è arrivata una bocciatura totale, perché i suggerimenti sono già superati. Ma va comunque accolta positivamente la volontà delle istituzioni di non aprire polemiche ma di continuare a concentrarsi nella prevenzione soprattutto. Infatti la Regione, oltre a ringraziare l’impegno degli uomini in divisa che operano sul campo, a cui va tutta la nostra gratitudine, auspica una collaborazione ancora più forte degli amministratori locali e di tutti i siciliani perbene, che devono essere le prime sentinelle a guardia del territorio.

Allargando lo sguardo dal locale al generale non si può non pensare che mentre bruciava la Sicilia si stava consumando uno dei disastri ecologici più grandi degli ultimi anni nel circolo polare artico. Dopo il silenzio iniziale, finalmente il mondo si è interessato a questi eventi che, a detta dei ricercatori, sono “senza precedenti”. Se bruciano 356 ettari di macchia mediterranea in 3 giorni è un danno per il territorio, la salute e l’economia di una regione, la Sicilia, ma se bruciano centinaia di migliaia di ettari nell’Artide e nella regione subartica, dalla Siberia orientale all’Alaska e la Groenlandia, è un problema mondiale.

Perché brucia il circolo polare artico[3]?

Gli incendi sono cominciati a giugno, scatenati da un’estate precoce estremamente calda e secca. Il riscaldamento globale infatti non è equamente ripartito e in Artide l’aumento delle temperature sembra procedere ad a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. A giugno le temperature sono state anche tra gli 8 e i 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra 1981 e 2010. Secondo l’Amministrazione oceanografica e atmosferica degli Stati Uniti, è stato il giugno più caldo mai registrato su scala mondiale. Per questo il paesaggio, di solito coperto da foreste rigogliose, ormai secco e invaso da stoppe è stato colpito da incendi naturali, probabilmente scatenati dai fulmini.

Secondo i dati raccolti da Copernico, il servizio europeo d’osservazione dell’atmosfera, gli incendi all’interno del circolo polare artico hanno prodotto più di cento milioni di tonnellate di biossido di carbonio, quantità all’incirca prodotto dal Belgio in un anno. Ma, unica nota di speranza, la vegetazione bruciata può ricrescere in un decennio, e tornare a riassorbire buona parte del biossido di carbonio rilasciato.

Invece è quel che accade sottoterra a spaventare di più ambientalisti e ricercatori. Molti degli incendi siberiani, così come anche quelli sviluppatesi in Alaska, stanno bruciando terreni di torba ricchi di carbone, di solito impregnati d’acqua. Gli incendi di torba producono grandi quantità di biossido di carbonio e metano perché causano la combustione del carbone rimasto imprigionato nel terreno per centinaia o migliaia di anni. Quando il terreno brucia, scompaiono importanti assorbitori di carbonio, che non possono essere sostituiti in un lasso di tempo utile.

Ma se gli incendi nella regione diventeranno più comuni, la cosa potrebbe avere anche conseguenze gravi sul lungo periodo. Le emissioni provenienti dagli incendi di quest’anno potrebbero innescare un circolo vizioso, rendono più probabile che si ripresentino condizioni propizie a nuovi incendi di torba nelle prossime estati, e quindi a nuove emissioni.

Nonostante il presidente Vladimir Putin, dopo una petizione con ottocentomila firme, ha dispiegato il 31 luglio anche l’esercito per contenere l’emergenza, gli incendi hanno ormai raggiunto proporzioni così estese e luoghi remoti e difficili o quasi impossibili da raggiungere. Lo smog sta ricoprendo di monossido di carbonio e di altre sostanze inquinanti buona parte della Siberia, dal Kazakistan al mare di Bering, e a causa dei ritardi le conseguenze si faranno sentire anche al di là dei confini della Russia. Il fumo degli oltre 400 incendi che stanno devastando la Grande foresta del Nord ha già raggiunto gli Stati Uniti e il Canada.

Ci vorranno mesi per capire l’impatto degli incendi nell’Artide sull’ecosistema. I dati satellitari usati per individuare gli incendi e misurare le emissioni in superficie non possono raccogliere i dati gli incendi sotterranei, che potrebbero raddoppiare o triplicare le emissioni totali.

Purtroppo questo disastro non conosce confini e le conseguenze saranno per tutti. A questo si potrebbe aggiungere anche un altro pericolo, la possibilità che il riscaldamento globale causi il disgelo del permafrost artico, rilasciando così altre grandi quantità di gas serra immagazzinate. La domanda che in questi giorni si rincorre è se, nonostante le previsioni fatte dagli scienziati, abbiamo già sorpassato il punto di non ritorno e non ci sia più tempo e possibilità di invertire l’aumento della temperatura globale.

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Wed, 28 Aug 2019 15:18:00 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/637/1/fuoco-e-fiamme-nell-estate-piu-calda-di-sempre cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Codice Rosso: punto di arrivo o punto di partenza? https://www.patriziadidio.com/post/636/1/codice-rosso-punto-di-arrivo-o-punto-di-partenza

La legge 19 luglio 2019, n. 69 recante «Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere» è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2019, n. 173. Quindi il cosiddetto Codice Rosso, che aveva avuto il via libero definitivo del Senato il 17 luglio, entrerà in vigore già dal 9 agosto 2019.

Tanto nel mese di luglio se n’è parlato e se n’è dibattuto, e si continuerà a farlo ancora di più ora che entrerà in vigore. Ed è bene che sia così, perché sulla “violenza di genere” non si può abbassare la guardia.” Ma fuori da ogni fazionismo ed estremismo sarebbe opportuna una disanima equilibrata e costruttiva. Come spesso accade, alcuni temi così delicati e importanti, non sono bianchi o neri, così come i provvedimenti non sono totalmente giusti o totalmente sbagliati.

Per gli antichi in medio stat virtus, quindi su questa legge bisognerebbe approfondire quegli aspetti positivi e riflettere, scevri da condizionamenti di parte, su quello che andrebbe invece rivisto, e ripartire proprio dai punti più controversi.  Tutto questo nella convinzione che tutto è migliorabile.

Partiamo appunto da cosa prevede la nuova legge[1]: introduce i reati di revenge porn, sfregi e nozze forzate, impone una stretta sui maltrattamenti in famiglia e aumenta le pene per violenza sessuale e stalking.

Sicuramente l’introduzione del reato di revenge porn, ovvero la pubblicazione e diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta, è senza dubbio una notizia positiva. Finalmente in l’Italia chiunque pubblicherà o diffonderà foto e video intimi di una persona senza il suo consenso verrà punito con una pena da uno a sei anni di carcere e una multa da 5mila a 15mila euro. La pena sarà aumentata se il responsabile è un coniuge, ex partner o la pubblicazione avvenuta tramite strumenti informatici.

Un’altra delle novità importanti del Codice rosso riguarda inoltre l’accelerazione delle indagini sui casi di violenza domestica. La legge prevede che i pubblici ministeri ascoltino chi ha presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in famiglia entro massimo tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, che avviene nel momento stesso in cui una persona si reca alla polizia.

Questo è sicuramente uno dei punti più controversi: da più parti si sono sollevate obbiezioni su questa tempistica. Quello che si teme è che, senza un rafforzamento dell’organico, gli uffici dei pm difficilmente potranno soddisfare questo obbligo dei tre giorni.

L’obiettivo non è solo quello di imprimere una velocizzazione, purtroppo forse senza valutarne la reale fattibilità, ma soprattutto di dare un segnale deciso nella direzione dell’inasprimento delle pene.  Se i magistrati infatti accertano che c’è stata violenza, possono condannare il responsabile a una pena detentiva dai tre ai sette anni (prima era tra i due e i sei anni). La pena può essere aumentata fino al 50% del totale se il fatto è avvenuto in presenza di un minore, di un disabile, di una donna incinta, o se l’aggressione è stata armata. Non solo, le pene sono state aumentate anche per chi commette il reato di violenza sessuale e stalking.

Il Codice rosso introduce anche due nuovi reati: il primo punisce chi sfregia una persona sul viso deformandone l’aspetto (se la vittima sopravvive la reclusione è dagli otto ai quattordici anni, se invece muore, è previsto l’ergastolo). I condannati avranno inoltre più difficoltà a ottenere benefici come permessi premio, misure alternative e la possibilità di lavorare per alcune ore fuori dal carcere.

Secondo la deputata dem Lucia Annibali, vittima proprio di questo tipo di reato, non si dovrebbe distinguere, sul piano della tecnica normativa, tra tipi di lesioni e bisognerebbe punire tutti gli sfregi, non solo quelli al volto[2].

Il secondo reato, introdotto su emendamento presentato di Mara Carfagna, punisce chi ha costretto qualcuno a sposarsi usando la violenza, le minacce, un precetto religioso o approfittando di un’inferiorità psico-fisica. La pena per il colpevole è la detenzione da due a sei anni, se la vittima è minorenne, e può essere aumentata fino al 50% in più se questa non ha compiuto 14 anni.

Per molti la legge Codice Rosso è quanto di più possibile si può fare oggi sul piano legislativo per combattere la violenza sulle donne.  Ma quello che appare evidente è che l’impegno non può esaurirsi solo sul piano legislativo e che rimangono alcune perplessità su alcune questioni essenziali.

Per esempio il problema dei lunghi tempi processuali non è stato in realtà affrontato: l’obbligo dei tre giorni non sembra essere sufficiente a velocizzare le indagini e a scongiurare purtroppo che le donne vivano mesi e anni il calvario e la paura.

Da un punto di vista tecnico proprio su questo punto sono state mosse le maggiori critiche. È un testo a invarianza finanziaria, nel senso che non vengono stanziate risorse, e questo potrebbe renderlo inefficace e inapplicabile. Inoltre, altra contraddizione, inspiegabilmente il reato di revenge porn non è stato fatto rientrare tra i reati per i quali è previsto l’obbligo di ascoltare la vittima entro tre giorni.

Se poi si riflette sull’applicazione pratica emergono due questioni delicate: spesso le vittime hanno bisogno di alcuni giorni per elaborare la violenza subita, e l’obbligo di ripetere il racconto in tempi così brevi potrebbe innescare un processo di re-vittimizzazione. Senza pensare poi che in alcune Procure, le più piccole ma non solo, potrebbe mancare il personale adeguatamente preparato su questi temi.

Più in generale sembra aleggiare un tono paternalistico nell’affrontare la violenza di genere e non cogliere il profondo nesso con il persistente ritardo della società italiana su alcuni aspetti: le donne vittime di violenza sono rappresentate come deboli, e la protezione deve essere garantita da uno Stato “muscolare” e il problema ricondotto a una questione di ordine pubblico, se è vero che i fondi delle polizie andranno in gestione al ministro dell’Interno, e non di democrazia.

Sembra mancare il fattore più importante: la donna, con la sua forza e la sua determinazione. Dovrebbe essere garantito il diritto ad uno spazio di ascolto che non inizi con la denuncia. Le donne che subiscono violenza, come i centri antiviolenza possono testimoniare, non denunciano subito: serve tempo, serve elaborazione e serve la sicurezza di poter denunciare senza poi subire ulteriori ritorsioni.

Infatti il vero problema è che le donne, anche dopo condanne esemplari, continuano a morire, se dopo la detenzione gli ex fidanzati o mariti non abbandonano i propositi di vendetta. Le domande da porsi quindi sono due, complementari: se le pene carcerarie servano a disarmare realmente e se l’inasprimento delle pene sia una misura efficace se non supportata da una rieducazione.

Ed è proprio qui che si nasconde come prima e più di prima il cuore della questione, spesso sotto taciuta, cioè la necessità della prevenzione. Gli interventi legislativi dovrebbero essere accompagnati da azioni concrete sul piano culturale, come riconosce la stessa Giulia Bongiorno ministro della Pubblica amministrazione[3].

Sarebbe necessario disinnescare l’odio e il linguaggio di violenza che imperversa sempre più sui social media. Sarebbe necessario insegnare a scuola l’affettività, che non va confusa con l’educazione sessuale, e promuovere l’empatia. Sarebbe necessario combattere “la violenza di genere” insegnando già da bambini il rispetto nei confronti di tutti i generi. Infatti bisogna tener conto, cosa che la legge appena approvata non fa, che nella società di oggi “la violenza di genere” non è rivolta solo contro le donne, né tantomeno solo contro le donne cui l’assassino era legato affettivamente.

Speriamo che non sia però, come sostiene l’Annibali, un’occasione mancata[4] perché i principi espressi nel testo sono giusti e condivisibili, così come gli spunti di riflessione offerti non devono cadere nel vuoto, nella consapevolezza che le soluzioni sono ancora imperfette ma perfettibili, che l’aspetto tecnico può essere potenziato e che soprattutto il problema culturale non è secondario ma il punto di partenza di una trasformazione della società che dovrebbe essere innanzitutto una conquista di civiltà.

Patrizia Di Dio

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Wed, 7 Aug 2019 16:35:31 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/636/1/codice-rosso-punto-di-arrivo-o-punto-di-partenza cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
L’Unione dell’energia: verso piani energetici e climatici nazionali https://www.patriziadidio.com/post/635/1/l-unione-dell-energia-verso-piani-energetici-e-climatici-nazionali

L’azione di Greta Thunberg, l’attivista ambientalista svedese, ha spinto il movimento studentesco italiano ad aderire fin da subito alla campagna mondiale contro il riscaldamento globale partecipando ai Fridays for the future.

C’è un aspetto che colpisce in senso assolutamente positivo in questa storia: riguarda il fatto che una giovane donna è riuscita in poco tempo a suscitare grande interesse e entusiasmo, a trascinare quel mondo giovanile di cui lei stessa fa parte. E su un tema, quello dell’emergenza climatica, che riguarda il presente di tutti noi ma soprattutto il loro futuro.

L’attivista, nella sua recente visita a Roma, ha tenuto un discorso davanti al Senato italiano e ha incontrato papa Francesco, e ha partecipato a una manifestazione contro il cambiamento climatico insieme ai bambini e ragazzi romani, a piazza del Popolo.

Il mondo degli “adulti”, quindi le istituzioni e il mondo del lavoro e delle imprese, come rispondono? Bisogna riconoscere che l’Italia è tra quelle nazioni che più sta dimostrando sensibilità ai temi della qualità e della sostenibilità. Il nostro sistema impresa sta diventando competitivo e innovativo, promotore di un’economia che ha messo di nuovo al centro l’uomo e che è in grado di affrontare le sfide del futuro.

Alcuni dati raccolti a fine 2018 sono incoraggianti[1]:

Sono 345.000 le imprese italiane (il 24,9%% dell'imprenditoria extra-agricola, nella manifattura addirittura il 30,7%) che negli ultimi 5 anni hanno scommesso sulla green economy. Solo quest'anno circa 207 mila aziende hanno investito sulla sostenibilità e l'efficienza. Con vantaggi competitivi in termini di export (il 34% delle imprese manifatturiere eco-investitrici esporta stabilmente, contro il 27% delle altre) e di innovazione (il 79% ha sviluppato attività di innovazione, contro il 43%). La green economy fa bene anche all'occupazione: si contano già 2 milioni 999 mila green jobs, ossia occupati che applicano competenze ‘verdi’, il 13% dell'occupazione complessiva nazionale.

Ma il cammino è ancora lungo. E senz’altro ha come nodo fondamentale la domanda energetica globale: se è vero che è in diminuzione rispetto al passato, è altrettanto vero che comunque sarà in aumento sul lungo periodo.

A trainare la domanda sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Mentre l'Europa si conferma leader globale nella lotta al cambiamento climatico. Nel quinquennio che si sta per concludere le politiche europee attuate hanno messo l'UE sulla strada giusta per abbracciare pienamente la transizione verso l'energia pulita, cogliendone le opportunità economiche, creando crescita e posti di lavoro e un ambiente più sano per i consumatori. Sono stati compiuti notevoli progressi in direzione di un'economia a basse emissioni di carbonio, sicura e competitiva.

L'efficienza energetica deve essere garantita in tutte le fasi della catena energetica, dalla generazione al consumo finale. Utilizzando l'energia in modo più efficiente, si può ridurre la dipendenza da fornitori esterni di petrolio e gas e contribuire alla protezione dell'ambiente. Con un indubbio vantaggio anche per i consumatori europei, con una riduzione dei costi sulle bollette energetiche.

L'unione dell'energia che l'UE sta costruendo servirà a garantire che l'approvvigionamento energetico dell'Europa sia sicuro, praticabile e accessibile a tutti. Ci sono dei settori strategici in cui bisogna continuare a investire sia in senso normativo che finanziario con investimenti pubblici e privati per incentivare l’uso più saggio dell'energia e misure efficaci.

Secondo le nuove regole sulla governance dell'Unione dell'energia, ai paesi dell'UE è richiesto lo sviluppo di piani energetici e climatici nazionali integrati che coprano cinque dimensioni per il periodo dal 2021 al 2030. Queste cinque dimensioni sono assolutamente prioritarie, e sono così indicate e specificate[2]:

  • Sicurezza, solidarietà e fiducia: lavorare a stretto contatto con gli Stati membri per diversificare le fonti di energia europee e garantire la sicurezza energetica.
  • Un mercato interno dell'energia pienamente integrato: l'energia dovrebbe fluire liberamente in tutta l'UE, senza barriere tecniche o normative. Ciò consentirebbe ai fornitori di energia di competere liberamente e promuovere l'energia rinnovabile fornendo al tempo stesso i migliori prezzi dell'energia.
  • Efficienza energetica: Migliorare l'efficienza energetica per ridurre la dipendenza dell'UE dalle importazioni di energia, ridurre le emissioni e stimolare l'occupazione e la crescita.
  • Azione per il clima: decarbonizzazione dell'economia. Mettere in atto politiche e legislazione per ridurre le emissioni, spostarsi verso un'economia a basse emissioni di carbonio e rispettare gli impegni dell'UE nei confronti dell'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.
  • Ricerca, innovazione e competitività: sostenere la ricerca e l'innovazione nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio e di energia pulita che possono rafforzare la competitività dell'UE.

Le grandi questioni mondiali da affrontare, l’efficienza energetica e la lotta ai cambiamenti climatici in primis ma anche la lotta all’inquinamento delle acque, dei mari e dei suoli, vedono l’Unione Europea in prima linea.

Stiamo assistendo ad una rivoluzione verde che ha come obiettivo lo sviluppo di policy di sostenibilità e di modelli di economia circolare (produzione-consumo-riciclo), e la difesa della biodiversità. E l’Europa, non solo sta compiendo importanti passi avanti ma sta assumendo in modo saldo un ruolo di responsabilità e di guida aprendo la strada per gli altri paesi.

Questo ruolo di leader per lo sviluppo dell’ideologia della sostenibilità è la migliore risposta che si può dare ai milioni di ragazzi scesi in piazza per tutelare il pianeta dove devono vivere.

Patrizia Di Dio

 
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Mon, 5 Aug 2019 16:52:47 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/635/1/l-unione-dell-energia-verso-piani-energetici-e-climatici-nazionali cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Per la prima volta una donna alla presidenza della Commissione europea https://www.patriziadidio.com/post/633/1/per-la-prima-volta-una-donna-alla-presidenza-della-commissione-europea

Il mese di luglio si è aperto con la novità delle nomine UE, e i consueti giochi politici sulla scacchiera europea.

Tra tutte un significato particolare hanno rivestito le nomine di due donne: quella della ministra della Difesa tedesca Ursula Von Der Leyen alla presidenza della Commissione europea e quella della francese Christine Lagarde, attuale direttrice del Fondo monetario internazionale, alla guida della Bce al posto di Draghi.

E alla fine il 16 luglio Ursula Von Der Leyen, sessantuno anni, sette figli, prima donna ministro della Difesa in Germania, è stata eletta in una votazione non così scontata. Ad annunciarlo è stato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Il Parlamento europeo ha votato a scrutinio segreto: ha ricevuto soli 383 voti a favore, e 327 contrari (su 733 votanti).  La maggioranza necessaria prevista era di 374 voti, quindi è stata eletta grazie a soli 9 voti. Nonostante abbia ricevuto meno voti rispetto ai suoi predecessori, fermandosi al 51,27% di voti rispetto al ad esempio 56,19% di Jean-Claude Juncker[1], ha già raggiunto un primato fondamentale.

È la prima volta che una donna si trova alla guida dell’Europa.

Nel suo discorso prima del voto all'Europarlamento ha affrontato diversi temi e ha mostrato il suo lato marcatamente europeista. Le sue proposte sono andate nella direzione di un'Europa più solidale, più verde, più equa, ma anche più sicura rispetto ai traffici illeciti e alla migrazione illegale.

Ad inizio discorso la Von Der Leyen ha individuato un filo rosa che lega la sua candidatura a quella della prima presidente donna del parlamento europeo Simone Veil che esattamente 40 anni presentava la sua visione di una Europa più giusta.

E su questo solco ha tracciato una linea chiara da seguire, per ritrovare quell’unità europea che diventi garanzia sì del multilateralismo e del commercio libero, ma soprattutto di un sistema ordinato, più equo e sostenibile.

Tra gli impegni presi merita attenzione particolare quello sul clima: il principale obiettivo assunto dalla neoeletta presidente è quello di ridurre almeno del 50% le emissioni di gas serra nel 2050.

Ma ancora più interessante è l’attenzione verso la necessità di investimenti e riforme per rafforzare l’economia dell’eurozona, e di difesa di una fiscalità giusta. Uno dei passaggi più importanti è sicuramente il richiamo alla necessità di ribaltare la prospettiva e porre l’economia al servizio delle persone e non viceversa. Un’ Europa più sociale deve gestire meglio il problema della disoccupazione e garantire un salario minimo, su scala europea, per consentire una vita dignitosa per tutti.

Questo è uno degli aspetti che più mi sento di condividere e sottoscrivere, nella speranza che quel nuovo umanesimo, di cui molto ho dibattuto e scritto -anche nel Manifesto di Terziario Donna-, si possa attuare grazie a regole e a garanzie di libertà.

Nel suo discorso c’è un richiamo costante alla solidarietà tra le varie parti sociali: in questo senso mi sento di leggere le parole spese sui temi delle piccole medie-imprese, dei giovani e dell’uguaglianza di genere.

Temi questi considerati da me, e dalla Confcommercio Terziario Donna che presiedo, come gli aspetti che misurano il grado di civiltà di una società.

Non ci può essere sviluppo economico senza investimenti e tutele delle piccole-medie imprese che sono la colonna portante, come ha anche ribadito la Von Der Leyen, di tutti gli Stati europei.

E soprattutto non ci può essere futuro senza investimenti e garanzie per i nostri giovani, in ogni Paese europeo.

Infine, forse uno dei temi a me più cari, l’uguaglianza di genere: non ci può essere una vera democrazia di genere se a metà della popolazione mondiale non viene garantito l’accesso al mondo del lavoro e non viene permessa una giusta rappresentanza all’interno delle istituzioni dei singoli Stati ma anche delle stesse commissioni europee.

Con una percentuale di donne apri al 36,1% per il quarto anno dell’ottava legislatura, la rappresentanza femminile al Parlamento europeo è di 12,5 punti superiori alla media mondiale delle donne elette nelle assemblee nazionali che oggi si attesta al 23,6%[2].  Ma non può bastare e da qui si deve partire.

Nel discorso a sorpresa la nuova Presidente ha ribadito anche l’importanza di salvare le persone in mare, in riferimento alla crisi migratoria nel Mediterraneo, e ha annunciato di essere disposta a concedere una nuova proroga al Regno Unito per la Brexit.

La speranza è che questi intenti solidali, altruistici e contro gli individualismi ispirino l’agenda europea dei prossimi anni e si traducano nella realtà in riforme concrete, che possano scrivere e ri-scrivere quei meccanismi che garantiscono la stabilità sociale e che oggi sembrano non funzionare bene.

La presidente Von Der Leyen entrerà in carica il primo novembre 2019, e vogliamo credere insieme a lei in un’Europa responsabile, “forte e unita da est a ovest, da nord a sud, pronta a combattere per il futuro invece che contro se stessa”[3].

Spesso ho sentito l’esigenza di esaltare la Bellezza della mia terra, e dell’Italia, anche come forza della nostra economia, e ora non posso che sottoscrivere queste parole: “Siamo 28 e dobbiamo lavorare tutti insieme e questa è la bellezza dell'Europa[4]”. Il mondo ha urgentemente bisogno di questa bellezza.

Patrizia Di Dio

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Mon, 5 Aug 2019 09:17:09 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/633/1/per-la-prima-volta-una-donna-alla-presidenza-della-commissione-europea cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Riunione di FIPE Confcommercio per analizzare ordinanza su "movida" https://www.patriziadidio.com/post/634/1/riunione-di-fipe-confcommercio-per-analizzare-ordinanza-su-movida

L’ordinanza del Sindaco sulla cosiddetta ‘movida’ è tornata alla ribalta nel corso di una riunione, di qualche giorno fa, dell’associazione che riunisce i pubblici esercizi di Confcommercio Palermo, la Fipe guidata dal presidente Antonio Cottone. Tanti i punti analizzati e le osservazioni sul provvedimento già in atto dallo scorso 18 luglio, che per 60 giorni imporrà ulteriori restrizioni ai pubblici esercizi come pub, pizzerie e ristoranti. 

Tra i temi più caldi – dice Antonio Cottone – l’eccessiva severità delle sanzioni, tenuto conto che non c’è una effettiva distinzione nell’uso del suolo pubblico tra chi è totalmente abusivo e chi invece, anche per una semplice svista di pochi centimetri, rischia di incorrere nelle stesse sanzioni. Chiediamo – spiega Cottone - la riformulazione di queste sanzioni affinché ci sia una maggiore  equità, teniamo a sottolineare che è essenziale il rispetto della legge purché non sia vessatoria”.
Abbiamo inoltre chiesto per i prossimi giorni – prosegue Cottone - un incontro all’Amministrazione comunale per approfondire assieme l’ordinanza sulla movida, in modo da trovare elementi di sintesi che possano agevolare sia il lavoro degli addetti ai controlli che dei controllati. Fipe Confcommercio – continua - è disposta a impegnarsi, come ha già fatto in occasione dell’elaborazione del vademecum sulla documentazione dei pubblici esercizi, rilasciando un bollino verde a tutti quei locali che hanno completi i documenti per operare regolarmente. Desideriamo inoltre che ci sia un coordinamento nella raccolta dei rifiuti – conclude Cottone e bisogna dare la possibilità di  fare segnalazioni immediate sugli abusivi, anche via social, così come avviene per chi deposita i rifiuti abbandonandoli in modo irregolare”.
Così come ribadiamo che per una azienda “sana” è indispensabile rispettare tutte le norme – dice Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo – è altrettanto indispensabile che ci sia un distinguo tra chi trasforma la nostra città in un luogo invivibile, infischiandosene non solo delle regole ma anche delle più basilari norme di  “vivere civile”, e chi può incorrere in sanzioni per semplici disattenzioni. Per queste ragioni, all’Amministrazione comunale chiediamo buon senso ed equità”.

 

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Tue, 30 Jul 2019 17:22:12 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/634/1/riunione-di-fipe-confcommercio-per-analizzare-ordinanza-su-movida cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)
Discariche e rischio ambientale, una storia lunga vent’anni https://www.patriziadidio.com/post/632/1/discariche-e-rischio-ambientale-una-storia-lunga-vent-anni

Se si volesse fare il punto della situazione italiana sulle discariche e sulle aree inquinate italiane bisognerebbe partire da vent’anni fa. Nel lontano aprile del 1999 l’Unione Europea pubblicò una direttiva sulle discariche non a norma (direttiva 1999/31/CE), che gli Stati Membri erano tenuti a recepire a luglio dello stesso anno. Il provvedimento comunitario chiedeva di prevenire o ridurre, per quanto possibile, gli effetti negativi sull’ambiente o sulla salute umana dal collocamento dei rifiuti introducendo requisiti tecnici rigorosi. E dava anche alle discariche la possibilità di adeguarsi a tali requisiti o chiudere.

Per la Commissione europea nel 2012, tuttavia, ben 102 siti italiani non rispondevano ancora agli obblighi comunitari. E lo stesso anno iniziò la procedura d’infrazione con una lettera di costituzione in mora culminata con la sentenza della Corte di Giustizia UE che confermava la non conformità dell’Italia. Nel 2015 il numero è stato ridotto di oltre la metà: risultavano 44 discariche non a norma, di cui 31 risultavano ancora aperte senza alcun intervento di messa a norma o bonifica. A novembre scorso il governo italiano si è attivato comunicando l’avvenuto completamento degli interventi necessari a sanare la posizione di 13 delle 44 discariche oggetto del giudizio.

Non stupisce che con il nuovo anno permangono le stesse problematiche che faticano a trovare una soluzione. Per questo motivo la legge di bilancio 2019 approvata contiene diverse disposizioni in materia di rifiuti[1]: le principali questioni aperte sono rappresentate dal recepimento delle nuove direttive su rifiuti e discariche e dalla soppressione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) a decorrere dal 1° gennaio 2019. Ci sono alcuni obiettivi che riguardano soprattutto il riciclaggio dei rifiuti urbani (il 55% entro il 2025; il 60% entro il 2030; il 65% entro il 2035) e la riduzione dello smaltimento in discarica, che dovrà scendere al 10% entro il 2035.

Con la legge 7 agosto 2018, n. 100, è stata istituita una Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati. Questo aspetto è uno dei più grandi problemi di rischio per l’ambiente e per la salute che il nostro Paese deve affrontare.

Infatti in aggiunta all’endemica emergenza rifiuti di alcune regioni, permangono situazioni di criticità, che sono rappresentate dalla presenza di discariche abusive e dai recenti incendi avvenuti in diversi impianti di gestione dei rifiuti.

Le regioni su cui si sta concentrando l’azione del Ministero dell’Ambiente sono lo Campania, il Lazio e la Sicilia. La cronaca recente ha portato alla ribalta la particolare situazione della città di Roma tra incendi negli impianti e la sconcertante gestione illecita dei rifiuti speciali.

Se la situazione del Lazio è difficile non bisogna dimenticare che per la Sicilia lo stato di emergenza, in relazione alla situazione di criticità in atto nel settore dei rifiuti urbani, è stato già dichiarato già alla fine della scorsa legislatura (per la durata di 12 mesi), con la delibera del Consiglio dei Ministri l’8 febbraio 2018, a cui ha fatto seguito l'ordinanza di protezione civile n. 513, a  marzo 2018, che ha disciplinato i primi interventi urgenti di protezione civile in conseguenza della dichiarazione dello stato di emergenza.

Emergenza rifiuti che ciclicamente in estate, come appunto successo nelle scorse settimane a Palermo, si acuisce. E di fronte al degrado urbano e al rischio per la salute dei cittadini, l’amministrazione comunale deve adottare misure straordinarie, ma spesso non risolutive, per arginare il problema strutturale degli impianti.

L’inquinamento del nostro territorio in realtà è il risultato di una gestione incontrollata negli anni del problema dei rifiuti e della mancanza di attenzione sia per la potenziale compromissione dei suoli sia per quella delle acque sotterranee e superficiali. Senza contare l’esistenza di discariche abusive di rifiuti urbani o speciali, che peggiorano la situazione di contaminazione del territorio siciliano.

Com’è la situazione del rischio che emerge dal piano regionale delle bonifiche compilato dall'Assessorato all'Energia e ai Rifiuti? In Sicilia ci sono ancora più di 500 siti che sono altamente inquinati e che hanno bisogno di un urgente intervento di controllo e bonifica. In totale si tratta di circa 511 discariche dismesse a cui si devono sommare anche 13 siti in cui sui trova amianto, 13 siti minerari, 70 stabilimenti a rischio incendi e 60 i siti di interesse nazionale, ovvero vicini alle aree industriali di Gela, Priolo, Milazzo e Biancavilla e quindi potenzialmente inquinati.

Il record di siti rischiosi è della provincia di Messina con 177 (166 discariche e 11 aree produttive) siti potenzialmente inquinati. Secondo posto alla provincia di Palermo dove le aree a rischio sono 100 (93 discariche e 7 aree produttive). Ma non c’è comprensorio comunale o territorio con almeno un sito a cui prestare attenzione. Fino agli anni ottanta, purtroppo, le autorità locali hanno avuto il potere di autorizzare discariche a livello locale, in regime di tipo “emergenziale”, mediante l’attuazione di ordinanze urgenti. Una prassi che ha fatto lievitare la presenza dei siti. Poi le regole sono cambiate, le discariche sono state così dismesse, ma, non sono state mai formalmente chiuse e bonificate.

In tutti i casi è necessario avviare un’azione di bonifica per evitare che possano esserci casi di sversamento di percolato e sostanze inquinanti per il suolo e le falde acquifere.  E appunto il piano varato a maggio dal presidente Musumeci e dall'assessore Alberto Pierobon[2], che sarebbe dovuto arrivare almeno 15 anni fa, all’indomani delle prime chiusure provocate dalla direttiva UE, ha a disposizione 35 milioni per le prime bonifiche per aiutare i Comuni alle prese con problemi finanziari.

Ora sarà necessario verificare, secondo il cosiddetto “piano di caratterizzazione”, la pericolosità di questi siti che vanno bonificati e chiusi se sono presenti rischi. Due sono le ipotesi allo studio della regione: una proposta è quella della concessione gratuita delle discariche a dei privati affinché, compiute le operazioni di bonifica, possano insediare dei complessi produttivi. La seconda proposta è invece quello di costituire un fondo di rotazione a disposizione dei Comuni.

Il governo della Regione dovrà scegliere quindi la soluzione più adatta alla realtà siciliana, considerando le gravi difficoltà economiche non solo della Regione, ma anche degli enti locali. L’azione però è ormai improcrastinabile in quanto i rischi dell'inquinamento sulla salute dei cittadini sono prevedibili, ma in parte ancora sconosciuti negli effetti a lungo termine.

Patrizia Di Dio

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Mon, 22 Jul 2019 16:54:32 +0000 https://www.patriziadidio.com/post/632/1/discariche-e-rischio-ambientale-una-storia-lunga-vent-anni cliente@cliente.com (Patrizia Di Dio)