Senza il Terziario di mercato non c'è futuro per il Paese
“Per la prima volta nella storia economica del nostro Paese il terziario di mercato subisce una flessione drammaticamente pesante. Occorre, quindi, che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedichi maggiore attenzione e maggiori risorse a sostegno del terziario perch� senza queste imprese non c�� ricostruzione, non c�� rilancio�. Le parole del Presidente Sangalli sottolineano in modo chiaro la fotografia che emerge dal rapporto dell�Ufficio Studi della Confederazione sulla crisi del terziario di mercato.
Questi dati drammatici devono essere la base da cui ricostruire il Paese. Perch� senza le imprese del Terziario, senza le imprese che rappresentano l�ossatura portante del Paese, il Paese non ha futuro.
Nel 2020, per la prima volta nella storia economica dell�Italia il complesso dei servizi di mercato ha registrato una flessione del prodotto in termini reali del 9,6% che arriva al -13,2% per i settori che sono il core business delle categorie di Confcommercio. In termini di incidenza del valore aggiunto sul totale, il terziario di mercato registra infatti un crollo del 41% su base annua. Il pi� alto valore di flessione mai raggiunto.
Secondo lo studio della Confcommercio, prima della pandemia il terziario di mercato era il settore che maggiormente contribuiva alla formazione del Pil e all’occupazione del Paese.
L�emergenza covid, e la sua gestione, hanno fermato questo processo di crescita e per la prima volta dopo 25 anni di crescita ininterrotta, si � sensibilmente ridotta la quota di valore aggiunto di questo comparto (segnando un -9,6% rispetto al 2019, con punte per i settori del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti che arrivano a perdere complessivamente il 13,2%).
Ancora pi� grave il dato sull’occupazione: i servizi di mercato registrano infatti la perdita di 1,5 milioni di unit� su una flessione complessiva di 2,5 milioni dopo aver creato, tra il 1995 e il 2019, quasi 3 milioni di nuovi posti di lavoro. E tra questi il dato pi� rilevante riguarda i lavoratori autonomi e le libere professioni non ordinistiche.
Cali drammatici si riscontrano nella filiera turistica (-40,1% per i servizi di alloggio e ristorazione), seguita dal settore eventi ed intrattenimento (-27%) e dai trasporti (-7,1%).
Il consuntivo che ne deriva, e che � destinato a peggiorare se non vi � un deciso intervento del governo, � di un crollo netto di quella che � l�ossatura dell�economia reale del Paese. Le perdite di Pil a valori correnti lo scorso anno sono state pari a poco pi� di 139 miliardi (-7,8% rispetto al 2019) quasi totalmente a causa del crollo dei consumi interni, inclusa la spesa degli stranieri, che ha raggiunto la cifra di circa 129 miliardi di euro (-11,7%).
Gli effetti della pandemia hanno impattato in maniera consistente anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa, di cui l’83%, pari a circa 107 miliardi di euro. Il crollo degli acquisti di beni e servizi sono concentrate su 4 settori di importanza capitale nell’economia italiana: moda, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.
Ma il rapporto di Confcommercio sottolinea una trasformazione del settore a cui dobbiamo prestare grande attenzione soprattutto al Sud: l’irrobustirsi del fenomeno di progressiva trasformazione del terziario di mercato in Italia da un grande comparto di piccole e piccolissime imprese a un grande comparto di imprese piccole e medie, sebbene le individuali siano ancora molto presenti (e ne costituiscono, comunque, un fattore di ricchezza). Non solo cresce la taglia media delle unit� produttive ma migliora anche la tipologia di governance, rivelando un diffuso spostamento del tessuto produttivo, negli ultimi dieci anni e senza soluzione di continuit�, dal modello della ditta individuale a quello della societ� di capitali.
Eppure questa positiva evoluzione, se non si interviene in modo puntuale, rischia di essere negativamente determinante per tutto ci� che, diciamolo, era in Italia molto fragile anche prima della pandemia: donne, giovani e Sud. � certo che si accentuer� un divario ancora pi� marcato nelle grandi disuguaglianze del Paese nella coesione, a cui farne le spese sarebbe proprio il terziario del Sud.
Non possiamo permetterlo, perch� lungi dall�essere colmato il gap rischiamo non solo di aumentarlo ma di abbandonare al loro inevitabile destino di marginalit� e fallimento le tre grandi categorie su cui, almeno a parole, si dice di volere puntare: le donne, i giovani e il Sud. E non � a rischio solamente la tenuta sociale di tutto il Paese, ma anche la stessa capacit� di ripresa italiana. Il timore � che concretamente le risorse in campo non vengano utilizzate in maniera strategica ma verso i settori, i territori gi� meno fragili degli altri.
E quindi riprendendo le parole del Presidente, rilancio dicendo che il Paese senza il terziario del Sud, senza le donne, i giovani, non ha possibilit� di ripresa.

