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Consumo solidale: una scelta di responsabilità e di legalità

Ci sono scelte quotidiane alle quali spesso non attribuiamo un significato particolare: entrare in un negozio invece che in un altro, scegliere un prodotto locale che sostiene la nostra economia, decidere dove fare un acquisto o trascorrere una serata. Le consideriamo semplicemente scelte di consumo, legate al gusto personale, alla comodità, alla qualità, al prezzo o all’abitudine. Eppure quelle stesse scelte possono assumere un valore diverso e diventare un modo concreto per esprimere vicinanza, responsabilità e senso di comunità.

Lo penso soprattutto quando parliamo di quegli imprenditori che trovano il coraggio di denunciare un’estorsione, un’intimidazione, una pressione criminale. A loro chiediamo giustamente di non piegarsi, di fidarsi dello Stato, di avere la forza di dire no.

Ma dovremmo sempre ricordarci che una denuncia non si esaurisce nel momento in cui viene presentata. Dopo c’è una persona che deve continuare a vivere e a lavorare, che il giorno successivo deve tornare nella propria attività, aprire la saracinesca, incontrare i clienti, parlare con i dipendenti e con i fornitori, affrontando allo stesso tempo le conseguenze di una scelta che richiede una forza enorme.

È proprio in quel momento che, secondo me, comincia anche la responsabilità degli altri. Non possiamo chiedere a chi denuncia di essere coraggioso e poi lasciare che quel coraggio diventi solitudine. Una comunità che vuole davvero contrastare la mafia deve essere capace di costruire intorno a queste persone una rete visibile e concreta, fatta certamente della presenza dello Stato, delle istituzioni e delle associazioni, ma anche dei comportamenti quotidiani di ciascuno di noi.

È qui che entra in gioco il concetto di consumo solidale, che non ha nulla a che vedere con il pietismo e neppure con un sostegno occasionale. Significa, più semplicemente, diventare consapevoli che anche attraverso le nostre scelte di acquisto possiamo sostenere chi ha scelto la legalità.

Frequentare un’impresa che ha denunciato, continuare ad andarci, scegliere di acquistare lì un prodotto o un servizio significa riconoscere concretamente il valore di quella scelta. Significa dire a quella persona che ciò che ha fatto non riguarda soltanto lei, ma riguarda tutti noi, perché ogni volta che un imprenditore rifiuta di piegarsi alla criminalità difende non soltanto la propria attività, ma anche un pezzo di libertà collettiva.

Un’impresa commerciale vive innanzitutto del rapporto con i propri clienti. Le parole di solidarietà sono importanti, così come lo sono le manifestazioni pubbliche di vicinanza, ma alla fine un’attività continua a esistere e a sostenersi se le persone continuano a sceglierla, a frequentarla, a riconoscerne il valore. È per questo che credo sia necessario allargare il significato stesso della parola solidarietà, facendola uscire dalla dimensione dell’emergenza e portandola dentro la normalità delle nostre abitudini.

Il commercio, del resto, non è mai stato soltanto uno scambio economico. È relazione, fiducia, conoscenza, presenza nei quartieri e nelle città. Un negozio aperto, un bar frequentato, un ristorante, una piccola impresa sono luoghi nei quali si costruiscono relazioni sociali e si tiene vivo un territorio. Ed è proprio per questa ragione che il commercio può diventare anche uno spazio nel quale si afferma concretamente la cultura della legalità.

Spesso pensiamo che la lotta alla mafia appartenga soprattutto ad altri: alle Forze dell’Ordine, alla magistratura, alle istituzioni, agli imprenditori che devono denunciare. Naturalmente ciascuno di questi soggetti ha responsabilità precise e insostituibili, ma questo non significa che il resto della società possa limitarsi a osservare.

Anche cittadini e consumatori hanno uno spazio di azione, nel contrasto alla criminalità. Ogni volta che spendiamo il nostro denaro sosteniamo un’attività economica e, in qualche misura, il modello che quella attività rappresenta. Possiamo scegliere di sostenere chi rispetta le regole, chi crea lavoro onesto, chi investe nel proprio territorio e chi, quando viene messo alla prova, trova il coraggio di non piegarsi.

Non si tratta naturalmente di sostituirsi allo Stato né di trasferire sui consumatori responsabilità che appartengono alle istituzioni. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che tante scelte individuali, quando si muovono nella stessa direzione, possono diventare una forza collettiva significativa.

Mi piacerebbe che imparassimo a guardare al consumo anche da questa prospettiva. Non soltanto chiedendoci quanto costa un prodotto, dove conviene acquistarlo o quale attività è più vicina, ma domandandoci, almeno qualche volta, chi stiamo sostenendo attraverso quella scelta e quale idea di comunità stiamo contribuendo a costruire.

A chi ha trovato la forza di denunciare non possiamo chiedere anche di affrontare da solo tutto ciò che viene dopo. Denunciare è un atto di responsabilità e di coraggio, proteggere chi denuncia è un dovere dello Stato, ma fare in modo che quella persona continui a sentirsi sostenuto anche dalla propria comunità riguarda tutti noi.

Possiamo farlo attraverso le scelte più normali della nostra giornata: qualche volta persino decidere dove prendere un caffè, fare un acquisto o trascorrere una serata può diventare un piccolo gesto di responsabilità civile e di legalità partecipata

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