Al via il Fondo per l’Imprenditoria femminile: un passo avanti verso la democrazia paritaria
Le categorie piu` colpite dalla pandemia sono state quelle che già erano lavorativamente più svantaggiate: le donne ed i giovani. Le donne che hanno perso il lavoro in questi due anni sono infatti oltre il doppio dei colleghi uomini. Da un lato perché occupano più spesso posizioni lavorative meno tutelate, e dall’altro perché appartengono ai settori più colpiti della crisi.
Una situazione che ha solo acuito un gap occupazionale che già era segnato da dati che fotografano il grave divario occupazionale. Al Sud lavorava anche prima della pandemia solo il 32,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni, contro il 59,7% nel Nord. Un valore persino inferiore alla media nazionale delle donne occupate nel 1977 (33,5%).
Nel 2019, prima della pandemia, era del 17% la percentuale delle donne che lavorava a tempo determinato, mentre quelle in part time erano un terzo del totale delle occupate, contro l’8,7% fra gli uomini, percentuale che sale al 42% fra le donne senza un diploma.
Se guardiamo ai comparti in cui il part-time è più diffuso, ai primi posti ci sono turismo e ristorazione (47,3%) ed i servizi alle famiglie (58,4%); mentre le professioni in cui si segnalano le maggiori incidenze di part time sono quelle non qualificate e quelle svolte nelle attività commerciali e nei servizi. Tutti segmenti in cui è preponderante l’apporto di lavoro femminile.
Se prima il divario segnava la netta differenza tra l’economia del Nord e l’economia del Sud, con la pandemia questo divario si è allargato. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e di Banca d’Italia, è di 120.000 posizioni il divario occupazionale tra uomini e donne, con 76mila donne per le quali la serrata del 2020 ha cancellato il lavoro.
E se il dato lo guardiamo nel raffronto tra donne ed uomini, la situazione diventa ancora più grave. La percentuale di donne che ha perso il lavoro nel 2020 è stata infatti doppia rispetto a quella dei maschi che lo hanno perso. La caduta del tasso di occupazione e` stata dell’1,3% fra le donne contro lo 0,7% negativo fra gli uomini. Il gap sul tasso di occupazione tra donne e uomini passa da 17,8 punti del 2019 a i 18,3 punti percentuale in favore di questi ultimi. E la forbice che divide i due generi nella bilancia occupazionale si divarica.
A questo si aggiunga che il divario occupazionale di genere che si era creato durante il primo lockdown non è stato colmato, e nemmeno si è ristretto nei mesi successivi. A causa anche di un permanente stato di allerta pandemica che ha di fatto paralizzato la ripresa per i settori più colpiti dalle restrizioni e quindi più a rischio.
Le donne risultano infine più penalizzate anche nelle nuove assunzioni. Si registra infatti un calo del 26,1% delle nuove assunzioni che hanno riguardato le donne a fronte della diminuzione del 20,7% dei contratti attivati per gli uomini. E sempre le donne sono la categoria ad aver registrato il minore numero di reingressi nel mercato del lavoro.
Creare nuove imprese è stata per moltissime donne la formula di auto-impiego vincente negli ultimi anni. Non a caso sino a prima della pandemia era la forma di impresa che registrava il più alto tasso di crescita: 9.800 unità nel 2019, con un ritmo di crescita del 4,5 per cento.
Ma per forza di cose, essendo perlopiù imprese più piccole, meno strutturate e quindi più fragili, sono quelle che hanno pagato il costo più alto della crisi.
Sono tanti gli ostacoli che devono affrontare le imprenditrici che da sempre rendono più difficile e oneroso fare impresa per le donne a cominciare dal loro ruolo nella famiglia e nella società.
Occorre agire per supportare la ripresa delle imprese a guida femminile. La chiave di volta per la ripresa sta nel cambiare lo sguardo sulle cose. Se non cominciamo a lavorare e investire concretamente sulla cultura dell’equità, della democrazia paritaria, possiamo parlare senz’altro di welfare, di interventi normativi e di tutto il resto, ma non avremo la vera base sulla quale costruire e investire.
E non avremo allora la capacità come Paese di rimetterci in cammino, se non investendo nel capitale dormiente e penalizzato della nostra economia: le donne e in particolare le donne imprenditrici. Bisogna intervenire prima di ogni cosa sul sostegno economico delle imprese femminili.
Lungo tutto il mio mandato decennale di Presidente del Terziario Donna di Confcommercio mi sono battuta, insieme al mio consiglio e a tutta la struttura, perché la rappresentatività di questo capitale fosse adeguatamente valorizzata e fosse riattivata – opportunamente aggiornata – una nuova legge di finanziamento a sostegno dell’imprenditoria femminile, come fu la legge 215. Dopo lungo impegno e insistenza abbiamo anche ottenuto l’istituzione presso il Ministero per l’Economia di un tavolo dedicato all’imprenditoria femminile che affrontasse con adeguatezza il tema.
Per questo sono particolarmente lieta di leggere finalmente nella Gazzetta del 14 dicembre scorso il decreto che dà il via al Fondo per l’Imprenditoria femminile. Una prima dotazione di 40 milioni dalla Legge di Bilancio (a cui è previsto se ne aggiungeranno ulteriori 400 milioni a valere sul PNRR) finalizzata a promuovere e sostenere l’avvio e il rafforzamento dell’imprenditoria femminile, attraverso finanziamenti a fondo perduto, agevolando così la diffusione dei valori dell’imprenditorialità femminile e così massimizzare il contributo quantitativo e qualitativo delle donne allo sviluppo economico e sociale del Paese.
Un primo importante passo che sancisce un impegno di 10 anni, ma nello stesso tempo un traguardo raggiunto che traccia la strada su cui continuare ad operare per realizzare quel mancato sviluppo in termini di PIL che si può ottenere con la valorizzazione dell’imprenditoria a guida femminile.

