Skip to main content

Auschwitz: memoria e responsabilità

Quest’estate ho trascorso qualche giorno a Cracovia e ho scelto di dedicare una giornata ad Auschwitz-Birkenau.

È stato un pellegrinaggio laico, uno di quei viaggi che si fanno sapendo che non saranno soltanto una visita, ma qualcosa di molto più profondo.

Qualcuno, prima di partire, mi aveva detto: «Non andare, è troppo forte, troppo doloroso». Ma forse è proprio per questo che bisogna andarci.

Ci sono pagine della storia che conosciamo attraverso i libri, i documentari, le fotografie, le testimonianze. Pensiamo di sapere cosa è accaduto, conosciamo i numeri, le date, i fatti.

Ad Auschwitz la storia non si studia soltanto: la si attraversa, la si guarda e, in qualche modo, la si sente. Si cammina sapendo che quello stesso terreno è stato attraversato da uomini, donne e bambini che arrivavano lì senza sapere quale sarebbe stato il loro destino, spesso dopo viaggi terribili, strappati alle loro case e a tutto ciò che fino a quel momento aveva dato forma alla loro vita.

È difficile spiegare cosa si prova. C’è il dolore, certamente, ma c’è anche qualcosa di più inquietante: il tentativo di comprendere fino a dove possa arrivare l’essere umano quando decide che un altro essere umano vale meno.

Auschwitz-Birkenau è uno dei più grandi cimiteri della storia umana, un cimitero senza pace, nel quale furono assassinate circa un milione e centomila persone. Circa un milione erano ebrei. Complessivamente, durante la Shoah, furono sei milioni gli ebrei sterminati in Europa.

Sono numeri talmente grandi da rischiare di diventare astratti. Ma camminando in quei luoghi si comprende che dietro ogni numero c’era una persona, con un nome, un volto, una famiglia, una casa, un lavoro, un amore, dei progetti.

Una delle sensazioni più sconvolgenti che Auschwitz lascia addosso vedendo le immagini e gli oggetti è  la consapevolezza che prima di essere uccise quelle persone furono progressivamente private della loro umanità e di ogni briciolo di dignità.

Prima dei campi ci furono infatti le parole, le classificazioni, le discriminazioni, le esclusioni. Ci fu la costruzione metodica del diverso come nemico e l’idea, ripetuta fino a diventare accettabile per troppi, che esistessero esseri umani con meno diritti e meno dignità di altri.

Ed è qui che arriva inevitabilmente la domanda più difficile: come è stato possibile? 

Come è stato possibile che non un solo uomo, pazzo, squilibrato, disumano ma appunto un eccezione, bensì migliaia di persone partecipassero, collaborassero, obbedissero? Come è stato possibile che altre scegliessero di non vedere o convincessero se stesse che ciò che stava accadendo non le riguardava? Non credo esista una risposta capace di rendere comprensibile l’inaccettabile.

Esiste però una responsabilità che attraversa le generazioni: ricordare. Ricordare non soltanto per rendere omaggio alle vittime, ma perché Auschwitz ci dice qualcosa anche sulla fragilità delle nostre società. Ci ricorda che la democrazia, la libertà, la giustizia, la dignità dell’altro e la pace non sono conquiste definitive, custodite una volta per tutte.

Possono essere erose poco alla volta. Ed è forse questo l’insegnamento che più riguarda il nostro presente: le grandi tragedie della Storia non cominciano quando diventano irreparabili. Cominciano molto prima, quando ci si abitua alle parole che disumanizzano, quando qualcuno viene indicato come inferiore, quando il diverso viene trasformato in una minaccia, quando la paura viene alimentata fino a diventare odio e quando, davanti alla sopraffazione, si sceglie l’indifferenza.

Auschwitz ci insegna che l’indifferenza non è mai davvero neutrale. Per questo la memoria non può essere soltanto commemorazione. Deve diventare coscienza e responsabilità.

Auschwitz non appartiene soltanto al popolo ebraico, alle vittime del nazismo, alla Germania di allora o al Novecento. Appartiene alla coscienza dell’umanità e, proprio per questo, riguarda ciascuno di noi.

Camminando lì ho sentito il bisogno di affidare un pensiero, quasi una preghiera, a tutte le persone che hanno sofferto in quei luoghi: a chi ha visto portare via i propri cari, a chi è stato strappato alla propria casa e alla propria identità, a chi ha conosciuto il dolore e le sofferenze fisiche e mentali di una ferocia che non dovrebbe trovare posto nel genere umano, a chi è morto atrocemente senza una colpa e senza una ragione, privato di tutto e della stessa esistenza.

E inevitabilmente, mentre attraversavo quei luoghi, il pensiero è tornato al presente. Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo pronunciò due parole che sembravano destinate a diventare un confine invalicabile: mai più.

Abbiamo creduto che dopo Auschwitz l’umanità avrebbe riconosciuto per sempre l’abisso a cui conducono l’odio, il razzismo, il fanatismo e la prevaricazione di un popolo su un altro. Abbiamo immaginato un mondo fondato sulla convivenza, sulla fratellanza tra i popoli e sul rispetto della dignità umana. Eppure il nostro tempo continua a essere attraversato da guerre, persecuzioni, violenze, fanatismi e deliri di potere.

È allora che quel <mai più> diventa una domanda rivolta anche a noi: che cosa abbiamo davvero imparato?

Perché non basta indignarsi davanti ai mostri del passato se poi non sappiamo riconoscere i meccanismi che possono generarli quando si ripresentano nel presente. Non basta pronunciare “mai più” nelle ricorrenze se quelle parole non entrano nel modo in cui guardiamo gli altri, nel linguaggio che utilizziamo, nelle ingiustizie contro le quali ci ribelliamo.

<Mai più> non è soltanto una promessa consegnata alla storia. E’ una responsabilità quotidiana.

Sono entrata ad Auschwitz con  dolore, rispetto e silenzio. Ne sono uscita con molte domande e con una consapevolezza ancora più forte. La memoria non serve soltanto a ricordare ciò che siamo stati. Serve a interrogarci su ciò che siamo capaci di essere oggi.

Compila il modulo sottostante. Risponderò nel più breve tempo possibile

CAPTCHA image

Questo ci aiuta a prevenire lo spam, grazie. Leggi la nostra privacy policy