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Libero Grassi e il dovere di non lasciare mai sole le imprese

È facile riconoscere il coraggio dopo. Più difficile è stare accanto a chi rompe il silenzio mentre lo sta facendo.

Il 29 agosto del 1991 la mafia uccise Libero Grassi. Lo uccise dopo che aveva scelto di non pagare il pizzo, di denunciare e, soprattutto, di rendere pubblica quella scelta. Libero Grassi ruppe il silenzio in anni nei quali farlo significava esporsi enormemente e affrontò, in una solitudine che ancora oggi deve interrogarci, una battaglia che non avrebbe dovuto essere soltanto sua.

La sua storia ci ricorda quanto possa essere alto il prezzo pagato da chi rompe il silenzio quando attorno al coraggio individuale non si costruisce una responsabilità collettiva. E ci ricorda che il sostegno a quel coraggio non può esaurirsi nell’applauso, nella solidarietà o nell’invito a fare la cosa giusta.

Non possiamo chiedere a un imprenditore di essere coraggioso e poi lasciarlo solo con il proprio coraggio.

È questa la riflessione che sento più forte quest’anno ricordando Libero Grassi.

In questi mesi Palermo è tornata a fare i conti con una preoccupante sequenza di intimidazioni, incendi, danneggiamenti e richieste estorsive ai danni delle attività economiche. Di fronte a questi episodi mi sono chiesta quale dovesse essere il ruolo di Confcommercio, quale la responsabilità di un’associazione di rappresentanza.

Prima ancora di pensare a telecamere, vigilanza privata, assistenza legale e aiuti concreti alle imprese colpite, il mio pensiero è andato proprio a Libero Grassi. Alla sua scelta e, soprattutto, alla sua solitudine.

A trentacinque anni dal suo assassinio credo che il modo migliore per ricordarlo non sia aggiungere altre parole alle tante, giuste, che ogni anno vengono pronunciate.

È dimostrare, con i comportamenti, che qualcosa abbiamo imparato. Abbiamo imparato che denunciare è indispensabile. Che bisogna avere fiducia nello Stato, nelle Forze dell’Ordine e nella Magistratura.

Ma abbiamo imparato anche che la legalità non può poggiare soltanto sul coraggio di chi denuncia. La denuncia, infatti, non termina nel momento in cui si varca la porta di una caserma. Dopo vengono le ore, i giorni, le notti. Viene la paura che qualcuno torni, il timore per l’azienda, per i propri dipendenti, per la famiglia. Viene quella sensazione di esposizione che non scompare semplicemente perché si è compiuta la scelta giusta.

Ed è lì che deve esserci una comunità. Le Istituzioni, con i loro strumenti. Le Forze dell’Ordine, con il loro lavoro. La Magistratura, con la sua azione. Le associazioni antiracket, con la loro esperienza. Le associazioni di categoria, con la loro capacità di stare accanto alle imprese.

Ed è da questa stessa convinzione che quest’anno è nato “Imprese Mai Sole”.

Il principio è molto semplice: esserci. Esserci quando un imprenditore riceve un’intimidazione. Quando decide di denunciare. E soprattutto nei giorni immediatamente successivi, quando le parole di solidarietà non bastano più.

Perché dire a qualcuno “siamo con te” è importante. Ma dopo le parole viene il momento in cui ciascuno torna alla propria quotidianità e l’imprenditore resta nella sua azienda, con le sue preoccupazioni, con la sua famiglia, con il timore che possa accadere ancora qualcosa. È lì che la solidarietà deve diventare responsabilità.

Per questo Confcommercio Palermo ha scelto di mettere a disposizione strumenti concreti: sistemi di videosorveglianza, servizi di vigilanza privata, assistenza legale e contributi per i danni subiti. Sono strumenti che non possono cancellare le preoccupazioni né sostituire il lavoro dello Stato. Ma possono fare qualcosa di importante: rendere concreta e percepibile la presenza di una comunità attorno all’imprenditore che ha scelto di non piegarsi.
Possono dirgli, con i fatti: non sei solo.

È questo, prima ancora dei singoli interventi, il significato di “Imprese Mai Sole”. La mafia ha costruito storicamente una parte della propria forza proprio sulla solitudine. Sull’isolamento, sulla paura, sul voler far credere agli imprenditori minacciati che pagare sia più semplice che ribellarsi.

Per questo rompere quella solitudine significa anche sottrarre spazio alla mafia. Una categoria economica che si stringe attorno a un imprenditore che denuncia sottrae spazio alla mafia. Una rete di associazioni che mette insieme esperienza, ascolto e strumenti concreti sottrae spazio alla mafia. Istituzioni, Forze dell’Ordine, Magistratura, associazioni di categoria, associazioni antiracket e società civile che fanno ciascuno la propria parte sottraggono spazio alla mafia.

Oggi, rispetto al 1991, molte cose sono cambiate. Esistono strumenti legislativi, associazioni antiracket, una diversa consapevolezza sociale e una rete istituzionale incomparabilmente più forte. Ma proprio per questo abbiamo una responsabilità in più: fare in modo che non debba più esistere l’imprenditore solitario che eroicamente resiste.

La legalità non può essere affidata esclusivamente al coraggio individuale. Deve essere una responsabilità collettiva.

E una comunità economica dimostra davvero di crederci quando non si limita ad applaudire chi denuncia o a invitarlo a fare la cosa giusta, ma gli si mette accanto. Senza retorica, senza proclami, con fatti concreti.

Noi quest’anno commemoriamo Libero Grassi così. Non soltanto con un fiore e con il doveroso ricordo di un grande uomo, ma provando a mettere in pratica la lezione che la sua storia ci ha lasciato. Con l’impegno a non lasciare solo chi sceglie di denunciare. Con la responsabilità, come associazione di rappresentanza, di esserci proprio quando un imprenditore ha più bisogno di sentire intorno a sé la propria comunità.

È questo il senso di “Imprese Mai Sole”. Perché il modo più autentico di ricordare Libero Grassi è fare in modo che la sua solitudine non debba ripetersi.

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