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Il sapore della memoria
Nonna Maria: le mani, l’attesa, la cura

In questi giorni mi è capitato più volte di leggere nel menù due piatti che hanno immediatamente attirato la mia attenzione: maccheroni ’ncasciati e biancomangiare. Due ricette antiche della cucina siciliana, due sapori che conosco bene. O, forse, sarebbe più giusto dire che conosco il ricordo che ne porto dentro.

Ogni volta che li trovo in un menù finisco quasi inevitabilmente per sceglierli, con una speranza un po’ ingenua e certamente destinata a essere delusa: ritrovare, anche soltanto per un istante, quelli della mia infanzia.

Me li preparava mia nonna Maria. La pasta ’ncasciata era la mia pasta preferita e quello che solo molti anni dopo avrei scoperto chiamarsi biancomangiare era, semplicemente, il mio dolce del cuore.

Naturalmente le sue ricette erano soltanto sue. Avevano variazioni, piccoli segreti, proporzioni mai scritte che non ho più ritrovato altrove.

E oggi non so cosa darei per poterle ricostruire esattamente. Ma sarebbe impossibile. Mia nonna apparteneva a quella generazione di donne che cucinavano “a occhio”. Non c’erano bilance sul tavolo né ricette consultate continuamente. C’erano l’esperienza, la memoria delle mani, l’istinto. Sapevano riconoscere la consistenza giusta di un impasto semplicemente toccandolo e capivano che qualcosa era pronto guardandone il colore o sentendone il profumo.

Tra tutti i ricordi di quella cucina, ce n’è uno che è rimasto particolarmente nitido: la preparazione delle cuddiriedde. Io ero così piccola che non riuscivo neppure a pronunciarne correttamente il nome in siciliano e le chiamavo “coddarine”. Erano biscotti fatti a mano, modellati come piccole trecce, che avrebbero accompagnato il suo budino.

Mia nonna era diabetica e ne aveva inventato una versione senza zucchero. La dolcezza sarebbe arrivata dopo, dalla crema di latte, creando un equilibrio che nella mia memoria resta perfetto, mai eccessivo.

Prepararle insieme a lei era uno dei miei giochi preferiti. Mi rivedo piccolissima, davanti al tavolo della cucina, con il mio pezzetto di impasto. Aveva per me la consistenza di un pongo speciale, qualcosa da manipolare, allungare, trasformare.

Mia nonna mi mostrava lentamente il movimento. Bisognava far rotolare la pasta sotto le dita, distenderla, assottigliarla, allungarla. Poi intrecciarla e infine richiudere quella piccola treccia su se stessa fino a darle la forma giusta.

Io provavo a imitarla. Probabilmente le mie “coddarine” non erano perfette come le sue, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Quello che importava era che le avessimo fatte insieme. Poco alla volta il tavolo si riempiva di quelle piccole forme.

Poi arrivava un momento che oggi mi sembra quasi appartenere a un’altra epoca: il tempo dell’attesa. L’impasto doveva riposare. Non si poteva accelerare tutto. Bisognava aspettare. E anche l’attesa faceva parte della ricetta. Poi si friggeva — quella, naturalmente, non era attività per bambini — e intanto arrivava il momento della crema. E poi un’altra attesa, questa volta di ore, perché il dolce si raffreddasse e raggiungesse la giusta consistenza.

Soltanto molti anni dopo avrei scoperto che quel dolce della tradizione siciliana aveva un nome bellissimo: biancomangiare. Per mia nonna era semplicemente “il budino”. Ricordo ancora il profumo del limone grattugiato, la scorza intera immersa nel latte, la cannella, la vaniglia. La cucina si riempiva di quella fragranza e, poco alla volta, tutta la casa ne era avvolta. Ancora oggi sono tra gli aromi che amo di più. Ed è incredibile il potere che possiede un profumo.

Può accadere che passino decenni e che una persona non sia più accanto a noi da moltissimo tempo. Poi basta un odore, un sapore, persino una parola letta distrattamente su un menù, e improvvisamente la distanza scompare.

Che cosa sono, in fondo, questi ricordi? Credo siano innanzitutto il racconto di un’infanzia serena, fatta di cose semplici e dell’affetto di persone che ci dedicavano il proprio tempo nel modo che conoscevano meglio.

Mia nonna non mi leggeva favole. La sua maniera di stare con me era un’altra. Mi insegnava a impastare, ad aspettare, a usare le mani, a creare qualcosa.

Oggi probabilmente parleremmo di attività didattiche, sviluppo della manualità, condivisione del tempo, apprendimento attraverso l’esperienza. Allora era semplicemente stare insieme. E forse proprio per questo era un tempo così prezioso.

C’era poi una differenza bellissima rispetto a qualunque gioco: alla fine quello che avevamo creato con le nostre mani diventava qualcosa che avremmo portato a tavola, per noi e per le persone che amavamo. E io ne andavo fierissima.

Era un gioco, ma serviva a qualcosa. Era una ricetta, ma era anche un modo di tramandare. Era lavoro e divertimento insieme. Era tempo lento e, soprattutto, cura.

Forse ognuno di noi possiede la propria madeleine, di proustiana memoria. Non necessariamente un dolce. Può essere una musica, un tessuto, il profumo di una casa, un gesto, una parola pronunciata in un certo modo.

Qualcosa capace di aprire improvvisamente una porta della memoria e restituirci, intatta, la presenza delle persone che abbiamo amato e che ci hanno donato il loro tempo, la loro attenzione, la loro cura.

E penso che tra le grandi fortune della vita ci sia proprio questa: avere la propria madeleine da ricordare. Significa avere ricevuto abbastanza amore perché quel ricordo sia rimasto impresso da qualche parte dentro di noi.

Mia nonna Maria manca ormai da più di vent’anni. Eppure continua ad abitare in alcuni miei gesti, nei sapori che cerco, nei profumi che riconosco immediatamente. Basta il limone, la cannella o la vaniglia. O il nome di una pietanza letto su un menù.

E per un istante ritorna quella cucina, ritorna quel tavolo, ritorna quella bambina su una sedia che cerca di intrecciare con le proprie mani un piccolo pezzo di pasta mentre sua nonna le mostra pazientemente come fare.

Forse è questo che resta davvero delle persone. Non soltanto ciò che hanno fatto, ma ciò che hanno lasciato dentro di noi. Perché nulla si disperde, neppure delle esistenze apparentemente più semplici, quando hanno saputo nutrire d’amore le persone care.

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