Identikit delle imprese che generano "Economia della felicita"
Si è svolto a Palermo con grande successo e soddisfazione il TDLab 2019, l’appuntamento annuale di Terziario Donna Confcommercio. In questi anni questi appuntamenti sono stati occasione per lanciare e riflettere su temi sempre più attuali. Oggi è necessario rivedere le dinamiche del mercato, innovare l’economia per renderla più efficace e più rispondente a nuove impellenti esigenze e ai valori del manifesto di Confcommercio Terziario Donna.
Il focus di quest’anno è stato sull’Economia della Felicità, con l’obiettivo di pensare e ripensare al modo di essere oggi imprenditori, al rapporto con i clienti, a una Economia Civile che sa guardare alla crescita economica del territorio e della società. E il luogo è stato la città di Palermo, una Città laboratorio, dove, pur con tutte le sue difficoltà, si può parlare e si deve parlare anche di felicità.
Come sosteneva Antonio Genovesi nella Napoli illuminista, esiste pertinenza tra felicità e mercato. È ormai matura la consapevolezza che i valori che contano in una società, vanno al di là del PIL, un parametro non più sufficiente. Per una visione globale devono valutarsi i valori sociali oltre al valore economico. Non è un caso che negli USA la Costituzione considera diritto inalienabile, al pari della vita e della libertà, la ricerca della felicità di ispirazione italiana grazie al pensatore partenopeo Gaetano Filangieri.
Con queste premesse, dopo la giornata iniziale di giovedì 24 ottobre, la giornata pubblica di venerdì 25 con il convegno nazionale sull’ “Economia della Felicità” è stata la giusta occasione per un dibattito sull’economia del futuro, su nuove visioni e prospettive imprenditoriali, con lo sguardo rivolto al cambiamento in atto nel tessuto economico e sociale.
La Confcommercio ha presentato i risultati di una ricerca, svolta in collaborazione con l’Istituto Format, dal titolo “Economia della felicità e nuove prospettive per la crescita e per uno sviluppo sostenibile”.
Lo studio, a carattere qualitativo e sperimentale è stato svolto su un campione statisticamente rappresentativo delle imprese italiane “tutte”[1]: commercio, turismo, servizi, manifattura, costruzione, con l’esclusione delle imprese agricole e quelle finanziare. All’interno dell’indagine c’è stato un sovra-campionamento delle “imprese” femminili, successivamente collegato all’insieme per mezzo del sistema dei pesi adottato.
L’obiettivo della ricerca era far emergere l’identikit delle imprese che sanno fare e fanno “Economia della felicità”. Questo concetto implica che l’impresa abbia nella propria mission il conseguimento dello scopo sociale: il business non può prescindere dal generare la felicità per tutti i soggetti che partecipano all’azione dell’impresa sul mercato, dall’imprenditore ai suoi collaboratori, dagli stakeholders ai fornitori, ai clienti, al territorio e all’ambiente.
Lo studio ha evidenziato che le imprese che fanno “consapevolmente” Economia della felicità sono oltre quattrocentomila, più dell’11% del tessuto delle imprese italiane. Sono imprese che adottano politiche di miglioramento del tessuto sociale, che attuano politiche in favore dei propri dipendenti e collaboratori, che investono risorse per la sostenibilità ambientale e sui meccanismi dell’Economia circolare, che curano gli aspetti di sostenibilità etica nei rapporti di filiera con i propri fornitori e in quello con il proprio territorio.
Sicuramente ce ne sono molte che attuano uno o più di questi comportamenti, ma solo quell’11% di imprese risulta concepire e ricoprire il proprio ruolo sociale in modo ampio e totale, dall’etica alla responsabilità, alla sostenibilità e all’importanza data al territorio.
Una riflessione particolare che suscita la ricerca è sul ruolo fondamentale dell’imprenditoria femminile allo sviluppo dell’Economia della Felicità.
Emerge prepotentemente l’atteggiamento dell’imprenditrice verso la propria impresa, vista come vera e propria possibilità di esprimere se stessa, la proprie competenze, le proprie abilità, un’occasione per mettersi o/e rimettersi in gioco. Ancora una volta emerge che il percorso personale dell’imprenditrice è stata caratterizzato, in misura il più delle volte superiore rispetto agli imprenditori tutti, quasi 9 su 10, soprattutto nel Sud Italia, da rinunce e sacrifici. Il 46,5% delle imprese femminili si sente realizzata, il valore è superiore alla media totale. Il dato è confermato anche sul sentiment rispetto al proprio tenore di vita: il 47,8% delle imprese femminili ha dichiarato di avere “molto” o “abbastanza” migliorato il proprio tenore di vita (media totale 44,3%).
Il 58,5% delle imprese femminili, sul 54,7 totale delle imprese, ritiene importante migliorare la soddisfazione dei clienti attraverso la qualità dei propri prodotti/servizi. Il 74,0% inoltre, contro la media delle imprese tutte paria 70,7%, risulta più consapevole del concetto di “sostenibilità ambientale”. Più in generale il 68,4% delle imprese femminili dà il suo contributo sul tema della sostenibilità etica: sono imprese che hanno adottato o sono in procinto di adottare delle policy specifiche sui temi della trasparenza, onesta, responsabilità nei rapporti con i clienti/fornitori. Quello che colpisce è che nei servizi il congedo di maternità e paternità prolungato per i dipendenti è previsto dal 43,7% delle imprese femminili. Ovviamente questa attenzione ai dipendenti e ai collaboratori, oltre a quanto previsto dalla normativa, contribuisce a generare felicità.
Questi dati dimostrano come le imprenditrici d’istinto applicano il marketing della felicità mettendo la persona al centro, il dipendente e il cliente visti non più come consumatori, risparmiatori, lavoratori ma come persone che si connettono e che cercano una soddisfazione. L’economia della felicità è quella di chi pensa che fare impresa serva anche a migliorare la vita della gente.
La felicità prima che fuori si costruisce dentro ciascuno di noi: il comportamento corretto in generale nella vita e quindi anche per quello che riguarda la propria azienda si traduce in felicità dentro e fuori, contribuendo a dare un apporto fattivo alla comunità e a esserne parte con coerenza e autenticità.
Economia della felicità vuole essere un modello di crescita che realizzi l’armonia tra sviluppo, ambiente, territorio e le persone che ci vivono, ossia un modello di economia “generativa” che abbia come obiettivo la salvaguardia dell’ambiente, il rispetto dell’essere umano, il tentativo di coniugare tradizioni e territori, innovazione e ricerca, cultura e design, natura e ambiente, profitto e socialità.
[1] Numerosità campionaria complessiva: 1.145 casi (1.145 interviste a buon fine di cui n=424 interviste a buon fine complessive pe le imprese femminili). Anagraficamente non reperibili: 4.309; Rifiuti: 3.327; Sostituzioni: 7.716. L’indagine è stata effettuata con il metodo delle interviste per mezzo di un questionario strutturato (Sistema Cati e Sistema Cawi), svolte tra la fine del mese di settembre e la prima metà del mese di ottobre 2029.

