
La moda, il commercio, la città: le priorità di un comparto che deve tornare al centro
Negli ultimi anni il nostro comparto ha affrontato sfide profonde: contrazione dei consumi, pandemia, aumento dei costi, crescita dell’online, abusivismo e progressiva desertificazione commerciale delle città.
Il commercio ha saputo reagire, innovando e investendo in competenze e digitalizzazione. Ma ha anche perso parte di quella presenza capillare sul territorio che rappresenta non soltanto un valore economico, ma un presidio di sicurezza, relazioni, servizi e qualità della vita.
A rendere il quadro ancora più complesso è il cambiamento delle abitudini di acquisto. Promozioni continue, saldi anticipati e sconti permanenti hanno alimentato un meccanismo che rischia di svalutare il prodotto, comprimere i margini e compromettere la sostenibilità delle imprese.
Dobbiamo prendere atto che nulla tornerà esattamente come prima. Il nostro settore non può limitarsi a resistere: deve ripensare il modo di acquistare, vendere, comunicare e costruire valore.
Questa trasformazione va governata. Ed è qui che la rappresentanza diventa decisiva: non basta denunciare i problemi, occorre trasformarli in proposte, interlocuzione istituzionale e risultati concreti.
Come Federmoda, nel sistema Confcommercio, abbiamo lavorato per tutelare il commercio di vicinato, chiedere con forza che anche i grandi operatori dell’online siano soggetti alle stesse regole e a un trattamento fiscale equo rispetto alle attività fisiche, contrastare abusivismo e concorrenza sleale, valorizzare i negozi storici e promuovere sicurezza e rigenerazione urbana.
Stesso mercato, stesse regole, pari condizioni di concorrenza. È questo il principio che deve guidare ogni intervento a tutela delle imprese che operano nel rispetto della legalità.
Sono battaglie che sento profondamente mie. La moda è la mia categoria, il settore da cui provengo e che vivo ogni giorno, prima ancora che come dirigente associativa, come imprenditrice. Per questo ritengo fondamentali quattro priorità.
1. Difendere e rilanciare il negozio fisico: la persona al centro
Non per nostalgia, ma perché il negozio di vicinato rappresenta un valore che nessuna piattaforma digitale potrà mai sostituire completamente: la centralità della persona e della relazione umana.
La vendita assistita, il consiglio competente, l’ascolto, l’empatia e il rapporto di fiducia sono il patrimonio distintivo del nostro commercio. Nel negozio non si vende soltanto un prodotto: si offre un’esperienza, si interpreta un bisogno, si trasmette un significato e si costruisce una relazione.
Il digitale è uno strumento straordinario, ma non può sostituire il valore umano di chi sa accogliere, comprendere e accompagnare il cliente nelle sue scelte. Il futuro del negozio fisico non è competere con l’online sul suo stesso terreno, ma valorizzare ciò che lo rende unico: la capacità di trasformare un acquisto in una relazione e un prodotto in un significato.
Difendere il commercio di vicinato significa quindi difendere non soltanto le imprese, ma un modello di economia e di città più umano, vivo e vicino alle persone.
2. Costruire una strategia stabile per il commercio
Non possiamo chiedere attenzione soltanto nelle emergenze. Servono politiche strutturali per sostenere i consumi, agevolazioni mirate, interventi per le aree commerciali in difficoltà, contro il degrado urbano e strumenti capaci di accompagnare le imprese nell’innovazione. Il commercio urbano deve tornare ad essere al centro delle politiche economiche e delle scelte delle istituzioni.
3. Garantire legalità e concorrenza leale
Abusivismo, contraffazione e concorrenza sleale continuano a penalizzare chi opera rispettando le regole. E’ indispensabile garantire condizioni eque tra commercio fisico e online, contrastando ogni forma di irregolarità e assicurando il rispetto degli obblighi normativi e fiscali da parte di tutti gli operatori, comprese le grandi piattaforme digitali.
Chi sostiene costi, investe, paga le tasse e crea occupazione non può essere svantaggiato rispetto a chi aggira le regole.
Non è una battaglia corporativa, ma una questione di equità, legalità e dignità del lavoro.
4. Restituire centralità e modernità alla moda
La moda non è soltanto prodotto: è cultura, creatività, professionalità, identità e valore economico per i territori.
Dobbiamo rafforzarne il riconoscimento e accompagnare le imprese verso nuovi modelli commerciali, valorizzando competenze, innovazione e strumenti digitali.
La tecnologia deve diventare un’opportunità per rafforzare il rapporto con il cliente, non per sostituire quel patrimonio di fiducia e relazione che distingue i nostri negozi.
Il futuro del nostro comparto non si costruisce soltanto attraverso l’innovazione e regole più eque, ma anche restituendo centralità alla persona, alle competenze e alle relazioni umane. Perché il commercio non è soltanto scambio di prodotti: è incontro, fiducia, servizio e comunità.
È questa la visione del nuovo umanesimo economico che vogliamo sostenere: un modello capace di coniugare innovazione e relazione, competitività e responsabilità, sviluppo economico e qualità della vita nelle nostre città. Un modello che rimette la persona al centro e riconosce il valore del servizio di prossimità, della professionalità e delle relazioni autentiche.
Difendere la moda ed i negozi di prossimità significa difendere il lavoro, l’identità e la vitalità dei territori. Ed è su queste priorità che la rappresentanza deve continuare a svolgere il proprio ruolo, con responsabilità, visione e determinazione.
Perché il nostro obiettivo non è soltanto aiutare le imprese a resistere, ma creare le condizioni perché possano tornare a crescere, mettendo sempre la persona al centro.

