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Le catastrofi segnano un imprenditore due volte

Il ciclone Harry ha lasciato dietro di sé un territorio ferito, comunità disorientate, famiglie in ginocchio. Ma accanto al dolore delle persone – che viene prima di tutto – c’è il dolore silenzioso e profondissimo degli imprenditori. Un dolore che spesso resta fuori dalle cronache, ma che determina la possibilità stessa di un territorio di rialzarsi.

Perché una catastrofe naturale colpisce un imprenditore due volte: la prima come cittadino, quando vede la propria città travolta, le strade distrutte, le case invase dal fango; la seconda come impresa, quando scopre che in un solo istante può perdere ciò che ha costruito in decenni di lavoro, sacrifici, notti insonni e responsabilità verso i propri collaboratori e la propria comunità.

Viviamo in un tempo in cui l’impresa è schiacciata da variabili globali che non può controllare: l’andamento del mercato, i costi delle materie prime, l’instabilità internazionale, la concorrenza sleale, l’erosione dei margini.

Ma quello che stiamo vedendo in Sicilia va oltre. È la consapevolezza che in un attimo puoi perdere tutto, come è accaduto il altre catastrofi naturali dappertutto in Italia, e con il Covid. In queste circostanze più che mai abbiamo la consapevolezza dolorosa che un evento imprevedibile può cancellare in un giorno anni di costruzione.

Il ciclone Harry ce lo ha ricordato duramente: non basta essere bravi imprenditori, non basta lavorare bene. Serve un territorio che tenga, infrastrutture che funzionino, una prevenzione seria, una mano pubblica che accompagni, non che arrivi dopo a contare i danni.

Oggi, davanti a questa tragedia, la priorità è una sola: mettere le imprese in condizione di rialzarsi. Perché se chiude un negozio, non chiude solo un’attività. Si spegne una luce nella strada, si perde lavoro, si indebolisce la comunità.

Se c’è una cosa che questo territorio non ha mai perso è la capacità di rialzarsi. Le imprenditrici e gli imprenditori di Palermo e della Sicilia lo hanno dimostrato durante la pandemia: hanno saputo reinventarsi, hanno tenuto accese le attività anche quando tutto sembrava perduto.

Ma la resilienza non può essere un obbligo morale né una condizione permanente. La resilienza va sostenuta, accompagnata, riconosciuta. Un’impresa può trovare la forza di ripartire solo se sente che non è sola.

L’impresa ha un ruolo economico, certo, ma anche sociale e civile. E un territorio che non investe sulla sicurezza – idrogeologica, infrastrutturale, amministrativa – mette a rischio tutto: le persone e l’economia.

Proteggere le imprese significa allora proteggere la comunità. Mettere al centro la prevenzione significa mettere al centro la vita e l’economia. Per questo dico che la priorità oggi è sostenere chi, dopo il ciclone Harry, deve andare avanti. Fare presto. Ma anche avviare adeguata prevenzione con responsabilità e concretezza.

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