
Paolo Borsellino: non serve solo fare memoria, servono giustizia e verità
Sono passati 33 anni dal 19 luglio 1992, giorno della strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina
Eppure, ogni anno che passa, cresce la sensazione che non basti. Non può bastare.
Anche come delegata alla Legalità di Confcommercio, continuo a ribadire che la legalità non è una parola astratta da usare nei discorsi ufficiali. È una condizione concreta che riguarda la libertà economica, la giustizia sociale, la possibilità di fare impresa senza paura, senza ricatti, senza il peso della criminalità organizzata che ancora oggi, in troppe aree del nostro Paese, è parte attiva nel tessuto economico, senza paura per il clima di insicurezza che stiamo registrando nelle città per l’aumento di micro criminalità violenta.
Ogni giorno, come mondo delle imprese, invochiamo uno Stato forte e presente, che chi ha la fiducia nelle istituzioni non sia lasciato solo nella denuncia, che la memoria non sia solo un fatto rituale ma sia esercizio di verità e giustizia.
Non serve solo fare memoria di un eroe, servitore dello Stato, come Paolo Borsellino. Servirebbe celebrarlo avendo fatto luce e soprattutto avendo fatto giustizia.
Non mi permetto di fare considerazioni di cose che non conosco e di cui non ho competenza ma se consideriamo giustamente Paolo Borsellino un eroe dell’antimafia, allora proprio ciò che ha detto merita non solo rispetto ma anche considerazione.
All’indomani delle commemorazioni che ogni anno celebriamo il 19 luglio, riprendo alcune sue riflessioni – lucide e drammaticamente attuali – tratte da un’intervista rilasciata nel 1988 al giornalista Saverio Lodato. Un’intervista che è un atto di denuncia e un grido d’allarme sulle manovre in corso in Sicilia, sull’inerzia dello Stato, sull’isolamento istituzionale che avrebbe spianato la strada alle stragi.
Paolo Borsellino parlava con chiarezza di ciò che stava accadendo in Sicilia. Lanciava un allarme preciso. Denunciava la situazione in corso in Sicilia, tra indagini arenate e uno Stato che sembrava quasi aver gettato la spugna nel contrasto a Cosa Nostra. E pose l’attenzione sull’isolamento crescente, la dispersione delle indagini antimafia, l’assenza di un coordinamento efficace.
Quell’allarme, inascoltato, fu l’anticamera delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
“Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per l’unitarietà dell’organizzazione chiamata Cosa Nostra, venivano fortemente centralizzate nel pool della Procura e dell’Ufficio istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi per mille rivoli. Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma è una spiegazione che non convince. La verità è che Giovanni Falcone purtroppo non è più il punto di riferimento principale. Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro. Il momento mi sembra delicato. Avendo trascorso tanti anni negli uffici-bunker di Palermo sento il dovere morale, anche verso i miei colleghi, di denunciare certe cose.”
Parole, quelle pronunciate da Paolo Borsellino, che oggi suonano drammaticamente attuali. Così come risuonano lucidi e crudi i suoi ultimi discorsi, nel 1992, nei giorni sempre più amari che seguirono la strage di Capaci e che precedono la strage di via D’Amelio. Sono un atto d’accusa di chi sapeva di essere già stato condannato.
La verità giudiziaria su quelle stragi è ancora parziale. Le ombre non si sono diradate.
Nel mio ruolo istituzionale in Confcommercio, porto avanti una battaglia quotidiana per costruire un tessuto economico sano, libero, fondato su regole giuste e trasparenti.
Ma anche da cittadina italiana e in particolare palermitana sento la tensione morale di avere verità e giustizia. La società civile che non si rassegna si appella ad uno Stato che non arretra. Abbiamo bisogno di una cultura della legalità che non si esaurisca nelle giornate simboliche, ma che diventi quotidianità nell’esercizio e nell’impegno. Non abbiamo bisogno di un antimafia parolaia ma di un impegno collettivo per avere la verità.
Oggi più che mai, onorare Borsellino significa assumersi un impegno: non lasciare spazio all’oblio, non accontentarsi di mezze verità, non smettere di pretendere giustizia.

