
Quando acquistiamo guardiamo alla qualità dei prodotti
Un ampio e documentato report redatto da Milena Gabanelli appena uscito punta l’attenzione su un fenomeno sempre più dilagante: il cosiddetto ‘fast fashion’, ovvero la produzione di capi d’abbigliamento caratterizzati da bassa qualità e bassissimo prezzo (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/zara-hm-primark-tessuti-tossici-inquinamento/c4db2ece-aecd-11ee-a0bf-e207f02bcbec-va_amp.html).
E’ un fenomeno mondiale, facilitato dalla globalizzazione del mercato, che va sempre più diffondendosi nel sistema di consumo nazionale, sollecitato anche dalle vendite sui canali ‘ a basso prezzo’ che viaggiano sul mercato online.
Un sistema produttivo che genera un impatto ambientale e sociale negativo a carico dell’intera collettività.
Ma soprattutto a danno della parte sana dell’imprenditoria che opera nel settore moda e che punta sulla qualità del prodotto ma anche sul rispetto dei principi di sostenibilità promossi dal protocollo di Agenda 2030 dell’ONU.
L’offerta di ‘fast fashion’ inoltre spesso inganna il consumatore promuovendo campagne promozionali fallaci, che puntano a far credere che dietro il modello di produzione ci sia il rispetto dell’ambiente.
Alcune azioni legali per <greenwashing> hanno proprio evidenziato la falsità delle informazioni esposte su alcune etichette di abbigliamento di grandi nomi internazionali circa la sostenibilità dei capi ed il luogo effettivo di produzione.
Noi imprenditori della moda sappiamo bene come la qualità e la sostenibilità di un prodotto sia frutto di un processo complesso che non ammette deroghe e che soprattutto ha soglie di costo sotto le quali non si può andare, se non a danno della qualità dei materiali usati e, ancor peggio, a danno della salute dei consumatori o sfruttando i lavoratori coinvolti nei processi di produzione.
Per contrastare questo fenomeno, l’Unione Europea, con il Green Deal, ha proposto un piano rivolto alle imprese per coinvolgerle nel realizzare un modello di crescita efficiente e sostenibile adeguato, per affrontare i cambiamenti climatici e proteggere l’ambiente.
Nel campo della moda, l’accordo sulla Responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, è stato approvato dal Consiglio e Parlamento Europeo lo scorso settembre.
La differenza sul mercato alla fine la fa sempre il consumatore. Più il consumatore è informato e sceglie consapevolmente, più è difficile ingannarlo con tecniche di greenwashing.
Per questo è importante comunicare l’importanza della sostenibilità e della condotta etica in azienda come requisito caratterizzante il prodotto stesso e che lo differenzia dal prodotto acquistato online.
Come imprenditrice del settore della moda ma anche come rappresentante del mondo associativo di categoria ho sempre promosso l’importanza di un sistema di produzione etico e sostenibile ed incoraggiato lo ‘slow shopping’, ovvero un consumo consapevole fondato anche sul legame di fiducia tra produttore ed acquirente.
Un legame che permette, attraverso la fidelizzazione del consumatore, di sostenere la competizione non leale dei grandi marchi di ‘fast fashion’.
Esistono degli strumenti di orientamento delle scelte per i consumatori. Per esempio il Codice Etico delle stesse aziende ma anche il bollino di sostenibilità <ImprendiGreen> che ConfCommercio ha lanciato proprio per segnalare le aziende che si impegnano in prassi e pratiche eque, sostenibili e rispettose dell’ambiente. Aziende che forse non offriranno il prezzo pià basso, ma che garantiscono sempre la qualità del prodotto, la sua maggiore durata, la salute dei consumatori, la tutela dei lavoratori coinvolti e il rispetto dell’ambiente con processi produttivi meno inquinanti.

