
Il lavoro è passione e gioia
Il mio lavoro mi porta spesso in giro per l’Italia e così dopo una brevissima pausa dedicata agli affetti più cari, alla mia famiglia oltre che a me stessa, si ricomincia con tempi serratissimi per itinerari molto impegnativi, segnati da calendari fitti di riunioni e di incontri e da viaggi non sempre lineari per spostarsi da un territorio ad un altro. Viaggi faticosi, ma indispensabili per portare avanti il mio lavoro e lanciare le nuove collezioni.
Questi viaggi sono parte essenziale del mio lavoro, che io amo. Ed allora è la passione per il mio lavoro il carburante che alimenta ogni impegno anche il più faticoso.
La passione, il senso di responsabilità e l’amore per la mia azienda e per ciò che faccio, nella speranza di ottenere risultati positivi che ricompensino l’impegno. Sono questi a non farmi sentire la stanchezza ed anzi a darmi nuova carica.
Eppure mentre trovo sempre energia dall’amore per quello che faccio, leggo l’ennesimo articolo su <la grande rinuncia>, quel fenomeno che vede molti trentenni e quarantenni scegliere di lasciare il lavoro volontariamente.
Esploso nel 2020 negli Stati Uniti, sotto la spinta della pandemia che ha determinato l’incremento del burnout del lavoro, il fenomeno si è poi diffuso e, sebbene in misura minore, riguarda anche il nostro Paese.
È un fenomeno complesso, che certamente merita un approfondimento sociologico, e che però mette in risalto la difficoltà di questi tempi a tenere in equilibrio diritti e doveri nel lavoro. Ma soprattutto riguarda le motivazioni, che sono la differenza tra dover fare qualcosa e voler fare qualcosa.
Segna l’incapacità di molti a considerare il lavoro una ricchezza nella vita. A sentire la passione nel lavoro, anche quando comporta sacrifici.
Uno studio dello scorso anno ha mostrato come il 40% dei lavoratori è intenzionato a cambiare lavoro. Una percentuale altissima.
Negli ultimi mesi del 2022, come riporta l’Inps, le dimissioni sono cresciute di oltre un terzo. A trainare l’esodo sono i lavoratori più giovani. La percentuale di lavoratori che sta cercando un nuovo impiego, infatti, sale al 38% se si considera solo la fascia d’età compresa tra i 25 e 34 anni.
Il fenomeno della <Grande Rinuncia> è ancora più alto tra i lavoratori che appartengono alla cosiddetta generazione Z, ossia quella costituita dai nati tra la seconda metà degli anni 90 e la fine degli anni 2000.
Un dato estremamente indicativo è la percentuale di dipendenti (23%) che preferirebbero essere disoccupati piuttosto che infelici sul lavoro.
Mi ha colpito proprio questo, mentre osservo con ammirazione la passione di molti giovani della mia famiglia.
Mia figlia Ludovica ha scelto, giovanissima, di essere anche lei imprenditrice, sebbene in un settore diverso dal mio proprio per muovere in autonomia i suoi primi passi da imprenditrice. Ha compiuto 10 anni da imprenditrice proprio in questi giorni, una data significativa, perché per farlo ha dovuto anche lei affrontare ogni giorno fatiche e preoccupazioni che le vengono ripagate dal sorriso delle famiglie dei bimbi che rende felici.
Od ancora le mie collaboratrici che spesso restano al lavoro più dell’orario consueto per chiudere un progetto ed anche in ferie, se necessario, continuano a occuparsi di ciò che non può essere abbandonato.
Ed ancora penso a mio padre che alla sua età e dopo una vita passata a lavorare, non smette di avere voglia di stare in azienda e fare la sua parte.
Ed allora mi viene da dire che forse tutto dipende dal significato che diamo alla parola <impegno>. Al valore che diamo al lavoro e a come ci poniamo nei confronti delle sfide e delle difficoltà.
Ma soprattutto dall’amore che mettiamo in ciò che facciamo.
Credo che dietro quella <grande rassegnazione> ci siano in realtà motivazioni piccole o l’incapacità ad affrontare le sfide della vita, o forse non possiede quel sano fuoco dell’entusiasmo che mi rendo conto sia un valore che va alimentato anche come cultura di vita
Suggerisco a questi giovani prima di ‘mollare’ di pensarsi imprenditori di sé stessi. Di pensare magari di lasciare quella idea di posto fisso da cui si sentono soffocare e scegliere di intraprendere la strada imprenditoriale. Non facile, ma tra impegni e responsabilità, troveranno la loro crescita interiore e magari scopriranno che il lavoro può essere passione e gioia. Oltre che portare alla realizzazione di sé.

